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Non è egli un paradosso che la Religione Cristiana in gran parte sia stata la fonte dell’ateismo, o, generalmente parlando, dell’incredulità religiosa? Eppure io così la penso (Giacomo Leopardi, «Zibaldone di pensieri», 1832).
Ho ben presente quali rischi corro scrivendo di religione per dei compaesani. Il maggiore non è, vorrei credere, di veder sbarrate le porte della chiesa alle mie fotocamere, ma quello di essere male interpretato, in buona o mala fede. La lettera di Marco Tioli – che comunque ringrazio – ne è un esempio.
Vorrei innanzitutto liquidare la faccenda Welby. I parenti, che si dichiarano cattolici, desideravano un funerale religioso. Il Vicariato lo ha rifiutato. Peggio per loro, che ci tenevano, scrissi. E aggiunsi che dalla Chiesa in generale e da Don Roberto in particolare mi aspettavo compassione e non intransigenza. Se il funerale religioso sia o no un “lasciapassare” non lo so: me lo dica Tioli, che conosce il catechismo; Don Roberto sostiene di no. A me, beninteso, non importa che venga o meno concesso il via libera per un luogo che nemmeno so se esista. Neppure ho bisogno di spiegare quale “tornaconto” abbia avuto la Chiesa (non più il Vicariato?) a negare le esequie; Chiesa e tornaconto dovrebbero essere termini inconciliabili, ma se la mettiamo in questi termini (il che mi va benissimo) confermo la mia opinione: secondo me non ne ha avuto un gran ritorno di immagine.
Il tema dominante della lettera di Tioli ricorda la vecchia favoletta della volpe e dell’uva, o il cliché dell’ateo che in realtà cerca Dio, e magari in punto di morte manda a chiamare un prete. Nulla di più lontano dal vero, almeno per quanto mi riguarda. Per di più, la citazione di un libro a me caro come quello di Böll è fatta a sproposito, e per giunta tradisce lo spirito del romanzo, anche perché un ateo può parlar di Dio, come un pacifista di guerra; non perché la desidera – anche se c’è chi azzarderebbe una simile ipotesi – ma perché difende una sua visione del mondo. I cattolici si riferiscono continuamente a un Dio in cui fanno mostra di credere ma di cui nessuno di loro può provare l’esistenza. Perciò si può ben parlare di Shangri-La o di El Dorado, di Giunone o di Kalì, del Lupo Mannaro o della Democrazia Perfetta senza per questo credere che esistano veramente, ma invece in quanto simboli, o illusioni, o mete desiderate.
L’inferno come presupposto per la libertà? Il senso della frase mi è oscuro. Mi limito a constatare che viviamo già in un inferno - giustamente definito “valle di lacrime” - che il cristianesimo ben descrive nelle sue nefande manifestazioni e promette, in un’altra vita, di replicare in peggio o di cancellare: siccome non si vede il senso del nostro soffrire, vi si attribuisce un riscatto finale in una eterna vita beata. Si può accettare l’apparente insensatezza del nostro vivere, oppure affidarsi, come fa Tioli, a chi gli dice qual è il bene e quale il male, senza curarsi delle possibili conseguenze: per alcuni, quando si teme il buio e l’ignoto, qualsiasi luce va bene.
La certezza dei cattolici (o dei musulmani, eccetera) è a volte irritante: la verità ce l’hanno loro e nessun altro, e lo si vede da come ragionano: per Tioli infatti o si è atei o si è cattolici. L’alternativa non è essere musulmani, buddisti, shintoisti, induisti, gnostici; l’alternativa non è tra animismo, politeismo, o un semplice onesto agnosticismo. O sei dei nostri o sei perduto, come la famosa pecorella. Degli auguri di Tioli quindi faccio volentieri a meno: premesso che da agnostico sto benissimo, e che ognuno dovrebbe pensare ai tarli suoi, Tioli mi spieghi perché ci sia da saltare un solo fosso e ci si debba trovare inevitabilmente in una sacrestia anziché in una pagoda, in una moschea o sotto un fico; o all’aria aperta. O perché non si possa fare a meno di saltellare e starsene invece tranquillamente dove si è, specie dopo aver avuto anni a disposizione per vedere chi c’è oltre quel fosso.
Scrivo queste righe in un paese musulmano dove tutti sono affabili, gentili, cordiali ed anche simpatici, dove ogni ora del giorno e della notte risuonano le invocazioni del muezzin, e mi vien da pensare che questa religione è nel momento presente una delle più intolleranti e minacciose; questo a dispetto di una cortesia e di una cordialità pari a quelle di tante altre genti su questo pianeta. Le guardo, e penso che queste persone così simili a me sono state fin da piccole educate a vedere il mondo attraverso un libro sacro, una Verità rivelata e indiscutibile, e a seguire precetti che a volte incitano all’odio verso chi non ha la stessa fede. L’Uomo è per sua natura mite e violento, soccorrevole e prevaricatore, se vogliamo buono e cattivo, ma solo quando è preda di un’ideologia, schierato con una Fede, solo allora diventa fanatico. E arriva ad uccidere in nome di un’idea. Preferirei un mondo di agnostici, dove si possa fare ogni genere di ipotesi sulla vita e sulla morte, ma dove nessuno ti tiri dalla sua parte, e ti imponga di ammazzare in nome del suo Dio buono e giusto; dove invece, parafrasando Budda, si possa dire: non so se tutto questo è stato creato o è sempre esistito, se l’ha creato un dio o più dei, se seguiranno inferni o paradisi; non lo so, non potrò mai saperlo, e dunque non mi importa di saperlo, perché non voglio sciupare il mio tempo in simili speculazioni; quel che mi importa è vivere più serenamente che posso e fare in modo che tutti soffrano meno.
A Tioli che mi invita a saltare ‘sto famoso fosso, come se da questa parte si soffrisse di più o si fosse condannati alla perdizione, dico che se davvero esiste un paradiso come ce lo descrive la Chiesa, se il Dio che ti ci manda è davvero buono e giusto, vi accoglierà tutti quelli che hanno agito rettamente, a qualsiasi credo o non-credo appartengano. E magari avrà un occhio di riguardo per coloro che hanno fatto il bene perché lo ritenevano giusto, e non per un’ingiunzione o per il timore di un castigo ultraterreno. Ateismo e agnosticismo hanno lo stesso diritto di esistere di qualsiasi religione, se non di più: dicendo infatti che non so, non nego che possa essere, mentre affermando che so mi tocca quanto meno l’onere della prova, che nessuna religione ha mai saputo fornire. A non credere, o a dubitare, o a non curarsene, non si fa male a nessuno. Ho dubbi sul contrario.
Se c’è un Dio, l’ateismo deve sembrargli una minore ingiuria che la religione (Edmond e Jules de Goncourt, «Diario», 1868).
Educata risposta ad un prete
che mi attacca da un foglio parrocchiale
La società rispettabile credeva in Dio per evitare di doverne parlare.
(Sartre, Le parole)
Le religioni sono come le lucciole: per brillare hanno bisogno del buio
(Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena, 1851).
Rispondo a don Roberto Montecchi, che ha commentato un mio recente articolo (“Dio perdona, io no”) dalle pagine di “Incredibilia Fiunt”. Noto di sfuggita che non ha inviato il suo commento a Piazza Verdi come fanno tutti; forse perché la lunghezza del suo scritto avrebbe messo in serio imbarazzo la redazione, o semplicemente perché più a suo agio nel giocare in casa. Don Roberto, che non conosco di persona, esordisce in tono leggero, chiarendo che plausi o critiche non saranno rivolti a me ma alle mie idee, che ho “espresso liberamente” (e vorrei vedere…). Man mano che procede nel dissertare, però, lo scrivente sembra allontanarsi da questo pio proposito. Cercherò di replicare punto per punto, seppur brevemente, alle sue obiezioni. Don Roberto mi dà del completo ignorante perché a suo dire considero la celebrazione delle esequie un sacramento; rispondo che nel mio articolo non sta scritto nulla del genere, e che comunque ignoravo che la celebrazione del funerale fosse così poco importante come lui dice; ne prendo atto, e ci ritornerò sopra. Gli onorevoli da me citati sono “di una sola parte politica” (deduco quella preferita dal nostro don Roberto) ma non certo “stranamente”, come dice lui: ne ho nominati due tra quelli che alla famiglia e al cattolicesimo fanno riferimento, anche se spesso per ragioni di comodo, perché ovviamente non avrebbe avuto senso citare politici atei, agnostici o personaggi pubblici che non fanno continuo riferimento alla dottrina della Chiesa, o no? Ma apprendo con piacere da Don Roberto che a Berlusconi verrà negata la Riconciliazione, anche se non avrò modo di verificarlo di persona. Quando dice che con le mie parole “si fosse suicidato senza clamore, nessun problema” ridicolizzo il gesto di un uomo, don Roberto non mi fa certo onore (e quando mai), anzi, mi offende: io prendo molto ma molto sul serio il suicidio, tant'è che non ne ho mai accantonato l'idea; della nostra vita siamo noi a dover decidere, perché a noi appartiene, sebbene - purtroppo per l’aspirante suicida - anche a chi gli è vicino, a chi gli è caro, al mondo intero. Non ai genitori in quanto tali, né ad alcun dio. Il fatto è che Welby non poteva suicidarsi, perché fisicamente impedito a farlo; ma se anche avesse potuto, forse avrebbe fatto comunque quel che ha fatto, chiamando i Radicali ad amplificare la questione. Che tale rimane.
Don Roberto si chiede poi dove io abbia mai studiato teologia; be’, non c’è bisogno di essere teologi per parlar di Chiesa, come evidentemente non è necessario esser sposati o fidanzati per far corsi prematrimonali ai promessi sposi e dar indicazioni vincolanti su questioni sessuali, come fanno i preti. Del resto neanche tra i suoi fedeli non si possono annoverare molti dottori in teologia, dato che, come dice Paul Claudel, “il rispetto dei cattolici per la Bibbia è enorme e si manifesta soprattutto nel tenersene a rispettosa distanza”. Ma risponderò alla sua spiritosissima domanda. Da piccolo ho studiato catechismo (il Limbo allora c’era eccome, dogma o no che fosse, e gettava nell’angoscia più di una famiglia) e furono ore ed ore sottratte ai giochi e a letture più utili; ma allora era si può dire obbligatorio. Da adolescente, spaventato ma non ancora dissuaso a dispetto di invenzioni atte a spaventare e menzogne spacciate per verità, ho chiesto alla Chiesa (nella persona di un sacerdote che stimavo e stimo) consigli e chiarimenti, ricevendone risposte dubbie, o silenzi imbarazzati; nonostante ciò ho sempre riletto il Nuovo Testamento, e mi sono interessato, anche se non a tempo pieno, di religioni, avendone la conferma di quanto sia grande la sproporzione tra la parola di Cristo e quella di chi si è eletto suo interprete. Inoltre tengo a precisare che prima di scrivere qualunque articolo cerco di documentarmi seriamente, anche per quanto riguarda l’immutabilità della dottrina della Chiesa, della quale don Roberto è così sicuro (non mi è sfuggito l’espediente dialettico col quale ammette che la Chiesa possa cambiare idea, visto che “è incarnata nel mondo”). Non credo sia la spiritualità che mi difetta, dunque, quanto la disponibilità a sottomettermi ai dogmi di qualsivoglia religione, nonché alle regole di chi di Dio ne sa quanto me, cioè nulla di nulla, giacché non si può certo studiare Dio, semmai le varie ipotesi e interpretazioni che ne han via via tentato gli uomini. Io non ho la verità in mano, don Roberto invece sì, dato che la tira in ballo ad ogni paragrafo. Direi beato lui, se non diffidassi di chi si arma della verità, specie se la scrive con la v maiuscola. Per questo avevo fatto grazia ai lettori delle Crociate, di Galileo, di Giordano Bruno, dell’Inquisizione e dei Conquistadores, ma se ne vuol parlare lui, che forse ha le “capacità storiche” che invece mi nega, non glielo impedirò di certo. Attendo anzi con molta curiosità le sue spiegazioni.
Quanto alla pedofilia, andiamo… quanti preti pedofili sono stati denunciati alle pubbliche autorità da altri religiosi? E che mi dice dei vescovi e cardinali mai puniti o reintegrati mediante trasferimento? Se il Papa fa un appello così drammatico - che il nostro don Roberto, utilizza come esempio della trasparenza della Chiesa - il motivo ci dev’essere, no? Don Roberto mi contesta poi che negare il funerale a Welby sia stato un autogol; da tempo invece non si sentivano tanti cristiani imbarazzati o palesemente offesi da una decisione della Chiesa (anzi no, del Vicariato, che, sostiene don Roberto, è indipendente e autonomo dal Vaticano). Perdono alla giovane età di don Roberto le sue prevedibili battute sulla cattiva digestione, ricordando che anche D’Aiello sul Il Mancino aveva scritto spiritosaggini – ma più pesanti - a riguardo (d’altronde sono entrambi dei politici); gli perdono anche il piglio sarcastico da aspirante libellista; sopporto meno le accuse di grossolanità e di ingerenza (da che pulpito…) ma lascio il giudizio ai miei lettori. E mi avvio a concludere.
“Senza il prete e la messa, perché di un suicida non hanno pietà” sono parole di De André che chi ha sentito non può scordare: della negazione di un funerale cristiano la gente si accorge eccome, caro don Roberto, e se ne ricorda a lungo, nonostante lei ne sminuisca la portata precisando che si tratta solo di un “semplice sacramentale come lo sono le benedizioni delle case”. Vede, io son convinto che per amare e per soccorrere gli altri non sia obbligatorio essere cattolici: magari aiuta, magari no. Una tonaca può aprire tante porte ma può chiuderne altrettante. Welby non ha avuto il suo funerale. Che dire? Peggio per lui e per la sua famiglia, che ci tenevano. Però avrei voluto sentire da lei, che è un sacerdote, una piccolissima parola di dubbio, se non proprio di critica; crede forse che se il Vicariato avesse acconsentito alle esequie i cattolici avrebbero levato vibranti proteste? Io credo invece che pochi ci avrebbero fatto caso: gli uomini amano di più un Gesù che perdona che un Dio che punisce.
Don Roberto, lei all’inizio della sua lunga contestazione dice di non rivolgersi a me bensì alle mie idee, ma chiude con un’esortazione nei miei confronti: “taccia”. Dopo poche righe, passando al tu, ribadisce “taci”. La forza dell’abitudine, suppongo. Sa, io ho ascoltato moltissimo i preti nel corso della mia vita: catechismo, messe varie, decine di funerali, e, per via del mestiere, centinaia di matrimoni. Senza replicare. Se don Roberto ritiene che io non debba parlare, provi a farmi tacere. O non mi legga. Prometto che io non leggerò lui.
Non combattere mai con la religione, né con le cose che pare dependino da Dio; perché questo obietto ha troppa forza nella mente degli sciocchi (Francesco Guicciardini, Ricordi, 1530)