Archivio di articoli pubblicati sul mensile "Piazza Verdi" dal 1996 ad oggi.

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Utente: Gretsch
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giovedì, 08 novembre 2007

Police Video

 

Ogni tanto guardo un paio di programmi sul canale FX, Police Video e Cops. Sono riprese effettuate dalla polizia statunitense, in cui vengono documentate operazioni più o meno spettacolari. All’inizio le seguivo volentieri per via degli inseguimenti, poi ho cominciato ad interessarmi anche delle azioni di routine. La struttura dei due programmi è sempre la stessa. In Police Video un tenente dall’aria risoluta ed efficiente, con la capigliatura brizzolata ben scolpita, esce da un’auto della polizia o scende da un elicottero o da una motovedetta, e rivolgendosi con aria decisa alla telecamera presenta i vari servizi, commentandoli poi fuori campo. Ben presto ci si rende conto che presentazione e conclusione di ogni servizio sono fatti con lo stampino: in sostanza ci viene detto che i criminali, per quanto cocciuti, fantasiosi, astuti, imprevedibili, vengono comunque catturati. Il tono e il linguaggio tendono da un lato a rassicurare i cittadini onesti e dall’altro a scoraggiare azioni criminali, spiegando che, per quanto ci si creda furbi, alla polizia non la si fa. Devo dire che prendo molto interesse a questi filmati, che sono spesso davvero coinvolgenti. Molti sono presi da videocamere piazzate sul cruscotto della volante, altre da riprese fatte da un operatore che siede a fianco dell’agente e lo segue quando questi scende per proseguire l’azione. Mi piacciono gli inseguimenti, e quanto più il fuggitivo si dimostra spericolato e sprezzante dell’incolumità altrui tanto più mi sento emotivamente dalla parte degli agenti. A volte si vedono persone comuni che per motivi anche futili lanciano il loro mezzo in fughe incoscienti ed assurde, magari avendo a bordo familiari, tra cui bambini; quando, dopo aver provocato danni, incidenti, terrore, ed aver rischiato la vita propria, dei trasportati e di innocenti per strada, costoro vengono bloccati, vien voglia che gli agenti non si limitino ad immobilizzarli, ma diano loro una buona ripassata lì sul posto (cosa che probabilmente qualche volta succede). In Cops il discorso è un po’ diverso. Cop è termine comune per poliziotto, e uno degli intenti del programma è renderli più simpatici e vicini alla gente. Ogni puntata comincia coll’agente di ronda che racconta brevemente la sua storia e dice quanto gli piaccia quel mestiere, che fin da bimbo sognava di fare. Il che è sicuramente vero: gli agenti che ci vengono mostrati in azione appaiono ben addestrati, capaci, rispettosissimi della procedura, ma anche comprensivi ed umani quando serve, proprio come vorremmo che fossero. E, lo ripeto, non ho motivo di credere che quelli di Cops non siano così anche nella realtà. Subito dopo il nostro agente si trova coinvolto in una delle tante operazioni di pubblica sicurezza di ogni giorno (o notte) di lavoro: ubriachi al volante, risse, furti, rapine, vandalismo, violenza domestica, spaccio. Le storie, tutte dal vero, presentano una realtà che mi vede interessato e coinvolto, una realtà che la gente come me non vede quasi mai, vale a dire il crimine comune in tutte le sue manifestazioni: donne picchiate dal marito/amante (maschio o femmina), persone che rubano un’auto e non si fermano nemmeno se inseguite da cinque pattuglie, tossici che tentano furti o rapine, salvataggi di persone in difficoltà, liti tra vicini. L’impressione di verità deriva dal sopraggiungere di agenti e videocamera nello stesso momento, cosicché la reazione delle persone coinvolte è, per quanto può esserlo, naturale. Mi stupisce in tutti questi reportage la quasi costante falsità del criminale (o presunto tale fino a prova contraria, come recita la prefazione): che sia incallito o novellino, nove su dieci proclama di non aver fatto niente, e risponde con menzogne alle domande dell’agente anche su condanne precedenti o contenuto dell’auto o delle proprie tasche, tutte cose facilmente verificabili. Ma quel che mi guasta il divertimento e mi lascia un gusto amaro sono altre operazioni. Per esempio, un agente donna si finge prostituta, e va ad adescare clienti; non appena viene concordata la prestazione sbuca un nugolo di agenti che arrestano il malcapitato per sfruttamento della prostituzione. Oppure: alcuni agenti in camuffa fingono di spacciare droga. Appena il cliente ha comprato la bustina il copione si ripete. O anche: un agente vestito da pagliaccio, a bordo di un furgoncino con scritto Chico il Clown, affianca una donna che parrebbe una prostituta. Costei, una volta a bordo, chiede se per caso l’uomo non sia un agente, e lui risponde di no. Appena concordato il prezzo, scatta la trappola. Infine: una donna cerca un killer per far fuori il marito, pastore protestante: assolda quello che crede un sicario, ma che è un agente che si finge tale e che la asseconda fino a fingere d’aver ucciso il consorte, che si fa fotografare per terra, truccato da cadavere. La foto viene mostrata alla moglie che finge disperazione, e poi il colpo di scena: il finto morto si presenta alla moglie, alla quale viene un mezzo colpo, ma che viene arrestata per tentato omicidio. Tutta una finzione, insomma. Ma la condanna (a nove anni) è vera. Ora, queste procedure in America saranno pure legali, ma mi chiedo se sia giusto e se sia logico che la polizia induca una persona a commettere un reato, o solletichi le sue doti di delinquente potenziale. Non sarebbe come se un carabiniere in borghese fermasse i passanti per vender loro merce di dubbia provenienza? Con tutto quel che hanno da fare, oltre che poco etico, non sarebbe una perdita di tempo? Delinquenti ce n’è già abbastanza, e la legge dovrebbe perseguirli, non crearne altri. Lascio qui la mia domanda, e continuo a pensare alla faccia attonita di quelle donne arrestate: non è difficile intuire, in quegli sguardi angosciati davanti a un obiettivo impietoso, storie di sofferenza o di bisogno.

Da noi un analogo programma farebbe spesso sorridere, per non dire sghignazzare: già si fatica a star seri quando si sente dire “questo criminale credeva di essere furbo; era convinto di poter fare il comodo suo senza rispettare le regole, ma sulla sua strada ha trovato gli agenti della Contea di Lincoln, e ora avrà tempo di riflettere sulla sua stupidità durante un lungo soggiorno in carcere”. Immaginiamo la stessa situazione in una provincia italiana e facciamo parlare un carabiniere o un poliziotto con lo stesso tono enfatico: oltre al resto, non si potrebbe fare a meno di pensare che da noi c’è da combattere un altro nemico, che è l’incertezza della pena… Ma da Police Video e da Cops emerge una realtà sorprendente: per esempio, vediamo una donna completamente ubriaca che dopo una pazzesca fuga in auto a velocità folle esce di strada, ferita ma viva. E ci vien detto candidamente che quella è la diciannovesima volta che viene arrestata per guida in stato di ebbrezza. Questo ci riavvicina all’America.

Postato da: Gretsch a 10:34 | link | commenti
ideali, tv e spot

mercoledì, 24 gennaio 2007

PER LA MADONNA

 

Chi come me ascolta spesso Radio 24 è abituato a sorbirsi la pubblicità della Sermetra, agenzia di pratiche automobilistiche che ha scelto come spot una specie di inno liturgico che dice “Santa Semetra, pensaci tu/Al bollo auto pensaci tu”, e via blaterando. Già quello spot mi dava la nausea, ma ecco che arriva anche la pubblicità televisiva, in cui vediamo una serie di ex-voto costituiti da targhe d’auto, e tra varie immagini sacre o pseudo tali appare anche una Madonna che tiene in mano un volante.

Il religioso non passa di moda, evidentemente. Dopo gli stucchevoli cortometraggi in cui pretoni ammiccanti chiedono alla novizia di confessare il segreto di pentole rilucenti, frati disonesti sperperano i soldi della cerca in stracchini e mozzarelle, dopo insomma una serie di spot in cui il soggetto è sempre il religioso che cede alla tentazione (ma in fondo si tratta peccati veniali), ecco che a sponsorizzare una agenzia di disbrigo pratiche auto arriva nientemeno che la Santa Vergine. Non so che effetto sortirà una simile trovata. Probabilmente molti atei la considereranno di dubbio gusto, o tutt’al più la ignoreranno; chi crede, invece, ne sarà giustamente offeso.

E’ arduo stabilire se la possibilità di trasmettere robe simili sia conseguenza di sana tolleranza o di colpevole permissività; di fatto, gli unici commenti che si sono sentiti sono quelli di don Mazzi e del sempiterno Baget Bozzo, ai quali di malavoglia mi affianco (standomene ben lontano).

E' di oggi la notizia che al padre della donna massacrata a Erba – il cui perdono agli assassini era giunto quanto meno sorprendente e comunque stracolmo di significato evangelico – è stato impedito di presenziare al funerale musulmano. La Sermetra, si può esserne certi, non commissionerà spot contenenti Corani e moschee.

Postato da: Gretsch a 00:21 | link | commenti (5)
religione, tv e spot

martedì, 05 settembre 2006

DESIDERI
 
Valeria Marini non smette di fornire materiale per la nostra rubrica, e di questo le siamo grati. Il 10 agosto scorso l’agenzia Adnkronos si premura di informarci di quanto afferma “La showgirl Valeria Marini (nella foto) guardando le stelle nella notte di San Lorenzo: ''Come ogni anno il 10 agosto guardo le stelle, perché me l'ha insegnato Lorenzo Jovanotti, tanti anni fa, quando ancora eravamo agli esordi. Il mio desiderio di quest'anno è di avere pace e tranquillità per me stessa, ma, soprattutto, la fine delle tante guerre che affliggono questo mondo''.
Sembra la letterina di Natale di un bambino che vorrebbe dolci e giocattoli, ma che in seguito all’intervento dei genitori aggiunge anche generici auguri per il mondo intero e maggior fortuna per i bimbi poveri. Non si può fare a meno di notare altri due particolari: che per guardare le stelle cadenti ci sia voluto l’intervento di Jovanotti – forse la Marini ne ignorava addirittura l’esistenza – e soprattutto che la Nostra, contravvenendo ad una regola che anche i bambini conoscono, non si perita di divulgare ai quattro venti i suoi desideri. I quali, secondo la stessa regola, in questo modo non si avvereranno mai. Ne consegue che la Marini non avrà né pace né tranquillità per se stessa (poco male, anzi, buon per lei: una vita turbolenta le consentirà di mantenere il suo posto d’onore su giornali e in tv), ma anche, purtroppo,che le guerre continueranno. E noi già sappiamo a chi darne la colpa.

Postato da: Gretsch a 19:06 | link | commenti (21)
tv e spot

giovedì, 06 aprile 2006

Tutti bravi, dopo

 

 

 (2006)

 

 

Scrivo queste righe in fretta, all’indomani dell’uccisione del piccolo Tommaso Onofri. Questo caso ha avuto una svolta tragica, però non è forse chiuso del tutto. Prima di andare in stampa succederà forse qualcos’altro, ma nel frattempo vorrei fare alcune brevissime considerazioni.

La vicenda ha risvolti poco chiari, ma ci consegna, ahimè, certezze e conferme. Le perplessità riguardano il materiale pedopornografico ritrovato in possesso del padre del piccolo, il suo scantinato/foresteria/pied-à-terre, le sue frasi oscure sul motivo del rapimento. Ma le certezze e le conferme sono parecchie, anche se per molti di noi risultano pesanti da mandar giù. In primo luogo l’efferatezza direi gratuita dell’uccisione. Come nel caso del delitto di Cogne ci si oppone con sgomento all’idea che si possa uccidere un bambino indifeso per motivi futili, per uno scatto d’ira, per interesse verso il denaro e per disinteresse verso la vita di un piccolo innocente; eppure accade, eccome. E accade anche che certi assassini, prima d’essere inchiodati, abbiano la faccia tosta di far dichiarazioni di innocenza e appelli ai “veri” rapitori, nonché di rivolgersi minacciosamente al padre della vittima. Un copione già visto, che ebbe la sua prima rappresentazione quando Caino uccise il fratello e protestò la sua innocenza davanti a Dio, pensando di non venire scoperto.

Molti sono i protagonisti di questa vicenda, e non mi riferisco solo ai familiari e degli indagati o dei sospettati. Rifletterò solo su alcuni.

Innanzitutto, i medium, i veggenti, quella progenie di sciacalli sempre pronti a mettersi in luce sfruttando le disgrazie della gente, anche le più terribili, come questa, al solo scopo di far quattrini sulla pelle di poveri disgraziati. La signora Busi, che qualche giorno fa ha dichiarato alla stampa di “sentire” che il piccolo era vivo ed accudito da una donna, dovrebbe buttarsi in ginocchio davanti ai genitori di Tommaso e supplicare il loro perdono. Altrettanto dicasi per tutti gli altri, compresa quella sciagurata che ha indicato il fiume come tomba del piccolo. Per quella consiglio la macina da mulino del Vangelo, e magari, perché no, lo stesso fiume. Non mi stancherò mai di puntare il dito contro tali squallidi truffatori, anche se purtroppo, come in occasione di alcune mie precedenti riflessioni sul tema, mi tocca prendere atto che molti ancora credono che questi imbroglioni possiedano davvero doti speciali, e non solo quella di saper raggirare il prossimo meglio di tanti altri. Che Tommaso fosse vivo o morto rappresentava il solito testa o croce, una possibilità del cinquanta per cento. La Busi ha optato per quella che le sembrava più probabile secondo il clima delle indagini (abbiamo sentito tutti le urla di rabbia e disperazione dell’avvocato degli Onofri, che grida “Ci avevano detto che era vivo!”, a conferma, come ora si sa, che tra gli inquirenti era quella la convinzione dominante) e ha ragionevolmente pensato che se era vivo era molto probabilmente una donna a occuparsi di lui. Peccato che non fosse così: il che ha significato la morte per Tommy, il tormento per la sua famiglia, ma anche, lo spero di cuore, una mazzata fatale per la carriera della Busi. Del resto, la sua collaborazione non era stata sollecitata dalla famiglia (anche se, lo chiarisco, sarebbe stato comprensibile), al pari di quella di Don Mazzi, che secondo le parole della madre di Tommaso si era inserito nella vicenda al solo scopo di farsi un po’ di pubblicità.

I sedicenti sensitivi, che si avvalgono di questi ed altri sistemi per nulla sovrannaturali, quanto a risultati non fanno però molto peggio degli psicologi, degli psichiatri, dei criminologi insigni, come il sempiterno Francesco Bruno, che al cospetto di Vespa, e di milioni di italiani, aveva dichiarato che non si trattava di un sequestro, e che nel giro di pochissimi giorni si sarebbero avute svolte clamorose (anch’io lo credevo, e come me forse la maggior parte degli italiani), probabilmente legate all’ambiente pedofilo. Buco nell’acqua anche qui. E i media, etimologicamente – e spesso non solo -  uguali ai medium? Tutti abbiamo sentito le proclamazioni d’innocenza di Mario Alessi, le sue buone e sante parole sui bimbi e i genitori. Forse c’era chi non gli credeva, ma tra tutti i giornalisti che l’han pagato per farlo chiacchierare nessuno gli ha fatto domande sulle sue gesta di stupratore provetto, nessuno ha drizzato le orecchie leggendo la sentenza che lo giudicava pericoloso e capacissimo di altri crimini; e tra tutti i sapientoni che affollano i salotti, siano essi opinionisti da grande fratello oppure professori emeriti, nessuno ci ha detto che da segni certi le sue dichiarazioni tradivano la colpevolezza. Se chiedevo un parere al mio gatto avrei avuto una risposta più documentata. Adesso però gli stessi esperti guardano al rallentatore i gesti di quell’assassino ignobile, l’inarcare delle sopracciglia, lo sbatter degli occhi, e si lanciano in interessantissimi giudizi postumi. Avessero il buon gusto di tacere. Macché: anche l’altra “sensitiva” (sempre  tra virgolette, mi raccomando), quella che ha fatto tirare dei cancheri ai sub cui è toccato scandagliare il fiume, all’indomani del ritrovamento dice che “sentiva” che il piccolo era morto. Tutti bravi, quando la soluzione c’è già; tutti avevano sospettato o capito (anche la nonna di Tommy ora dice che Alessi e sua moglie non le erano mai piaciuti).

Il male è insieme a noi, dentro di noi. Non servivano, e non sono serviti, gli psicologi, i criminologi, i medium, per fermare un assassino come Alessi: era sufficiente una giustizia più rapida, quella per cui quell’uomo sarebbe dovuto essere in galera per l’immonda violenza fatta ad una ragazza per giunta disabile. Invece, in questo Paese – in questo mondo - si può ammazzare un bimbo di pochi mesi e subito dopo farsi pagare per interviste in cui si fanno appelli in favore della non violenza; si può azzardare sul cinquanta per cento di possibilità e se ci si azzecca diventare dei fenomeni del paranormale. Ce lo meritiamo, tutto questo? Io credo di sì.

Postato da: Gretsch a 09:50 | link | commenti (1)
ideali, tv e spot

giovedì, 03 novembre 2005

Dire e non dire

(2005)

           

Da bambino mi piaceva. Sapevo a memoria la via Gluck, e trovavo “Ringo” strepitosa (la so ancora a memoria, come Benigni). Più tardi, quando Paolo Conte era ancora solo un piccolo nome sulla copertina del 45 giri, rimasi affascinato da “Azzurro”. Ma Celentano non l’ho mai amato, anzi, mi ha sempre ispirato un certo disagio, per non dire diffidenza. E non parliamo della sua produzione cinematografica. Rockpolitik non mi ha fatto cambiare sentimento. Forse i suoi famosi monologhi risultano un po’ confusi per il semplice motivo che chi li pronuncia è altrettanto confuso, e se la sintassi è migliorata i concetti che essa vuol descrivere sono disposti alla carlona, alcuni appoggiati male, altri capovolti, altri poco leggibili. Ma non manca il sospetto che quell’accozzaglia di affermazioni fatte cadere come profezie sia volutamente fumosa. Adriano era e rimane un populista, che individua cause e propone rimedi spesso con approssimazione, e con l’astuzia (dall’aria) contadina di chi vuol dire senza dire (col risultato d’essere spesso lacunoso o criptico) e buttando lì affermazioni che altri poi si affanneranno a decifrare. Eppure Celentano ha il merito di aver dato spazio a chi la satira la sa fare, come Benigni. E a proposito di satira: la coalizione di governo non gradisce, sottolinea come ci sia disparità di trattamento nella presa in giro, conta le battute e suoi destinatari, chiede addirittura puntate “riparatrici” alla Rai. Triste Paese quello in cui la satira deve sbeffeggiare tutti indistintamente, per legge. Imporre la par condicio per gli spazi giornalistici già è deprimente, figuriamoci invocare quella per la presa in giro. Il populismo un po’ furbetto di Celentano ha fatto comodo a molti negli anni passati, e fa comodo adesso, alla sinistra che vede confermata dagli ascolti record la difficoltà in cui versa il governo, alla Rai che ci guadagna in termini di ascolti e di introiti, e naturalmente allo stesso Celentano. Quanto alle famose puntate riparatrici, mi pare evidente che non riescano a farle: i comici “di destra”, se mai ci sono, sono troppo pochi, o non fanno ridere: e difatti a prendere in giro la sinistra è gente di sinistra, come Crozza, che la satira la sa fare bene, anche perché conosce i suoi polli. Che predicano bene e a volte razzolano male, ma che su questo razzolare debbono poter esser presi in giro. Prima che l’influenza aviaria se li porti via e dia il pretesto per chiudere gli allevamenti.

Postato da: Gretsch a 16:35 | link | commenti (21)
ideali, tv e spot

lunedì, 29 agosto 2005

Alla frutta

 (2005)

 cremino

 

 

Si chiamano Fiat, e sono degli ottimi cremini prodotti dalla ditta Majani di Bologna, che vinse un concorso indetto dalla casa automobilistica torinese nel 1911. Sono fatti di quattro strati di cacao, burro di cacao, pasta di mandorle. La Fiat li usava per farsi pubblicità, e ne aveva l’esclusiva, anche se poi Majani ottenne la licenza di venderli per conto proprio, mantenendo però, per contratto, quel nome col quale li conosciamo anche oggi.

Le cose però non sono sempre andate così lisce per la Fiat, nel campo della promozione. Alcuni messaggi hanno funzionato, altri molto meno. Ma quali sono i meccanismi, la struttura, i destinatari di uno spot pubblicitario? Ovviamente cambiano a seconda del prodotto, di chi lo commissiona, di chi lo crea, del periodo storico in cui viene realizzato, eccetera. Generalizzando, si può fare una distinzione sommaria: 1) Si presenta una situazione simpatica, divertente, curiosa, emozionante, insolita, ed a questa si accosta poi il prodotto, che non ha alcuna attinenza con la storia, ma ne sfrutta l’onda emotiva; è il caso dei vecchi Caroselli. 2) Si spiega, anche attraverso esagerazioni e paradossi, quanto sia buono, nuovo, efficace, sicuro il prodotto che si vuol vendere. La storiella, se c’è, illustra appunto le qualità del prodotto. Ma l’ultimo spot della Fiat? L’avete visto? I giapponesi (e i tedeschi, in una variante) si rivolgono alla cinepresa e dicono “Grazie, Italia!”. Subito pensiamo che ci ringrazino perché siamo simpatici, ospitali, o magari innovativi, o perché diffondiamo nel mondo il famoso Made in Italy. Invece lo spot si conclude chiarendo che tedeschi e giapponesi ci ringraziano ogni volta che compriamo automobili prodotte da loro. La Fiat (quindi anche Ferrari, Alfa Romeo, Lancia, Maserati) con questo spot non ci dice che fa auto migliori della concorrenza, e perché: ci dice invece “Vi imploriamo di comprare le nostre auto perché se no fate felici gli stranieri e infelici noi”. Il che facilmente sottintende, come nel fascismo dell’autarchia a tutti i costi, che se le auto italiane non si vendono tutta l’Italia ci rimette. Pare che alla Fiat il settore auto sia l’unico in passivo. Che non sia competitivo – come ormai troppi prodotti italiani – è ormai palese, e che forse non intenda più esserlo lo si può presagire proprio da questo spot. Anziché dirci “Stiamo costruendo auto diverse, sicure e non inquinanti, originali, innovative, le auto del futuro”, ci dicono “Ci abbiamo provato, ci è andata male: fate la carità”. Insomma, siamo alla frutta, e per questo suggerisco a Majani un nuovo cioccolatino celebrativo.

Postato da: Gretsch a 20:09 | link | commenti
tv e spot

Musica Parlata

 goose

 

 

 

 (2004)

 

 

 

 

Ringrazio Valeria Marini perché, quando sono in crisi di idee per le mie riflessioni leggere, so che posso rivolgermi a lei con la certezza di trovare buoni spunti. La Marini condivide con molti politici una dote di per sé non rara, ma che si fa notare proprio perché utilizza la grancassa dei media, e cioè  la capacità di sfornare stupidaggini; ma non stupidaggini normali, bensì concentrate, dette in forma succinta, che si incarnano in frasi concise a volte per autentico virtuosismo, a volte per incapacità di andare oltre un certo numero di sillabe. Ciò che alletta commentatori come lo scrivente è che da una frase di otto parole si possa trarre un articolo di ottanta righe. Le frase è stata pronunciata dalla Marini entrando al Teatro alla Scala per la solenne inaugurazione dopo i lavori di restauro. Una serata di gala come poche, per motivi che non è superfluo elencare (anche per arrivare alle ottanta righe). La Scala di Milano è forse il teatro più famoso del mondo; i lavori si sono protratti per quasi tre anni; le “prime” sono sempre state un’occasione di mondanità e di contestazioni; il direttore, Riccardo Muti, è uno dei più celebri del globo; la regia è di Luca Ronconi; L’”Europa riconosciuta” di Salieri, che viene riproposta stasera, è la stessa che inaugurò il teatro nel 1778; i bagarini sono riusciti a piazzare biglietti con rincari del 500%; ci sono tanti posti liberi quanti ce n’erano sulle scialuppe del Titanic, e quelli occupati verrebbero ceduti con lo stesso entusiasmo che avrebbero manifestato quei naufraghi.

Bene, in questo clima di spasmodica attesa e di forsennato accaparramento di ogni centimetro di spazio, con gli appassionati che fanno la fila sperando di poter vedere l’opera almeno sul maxischermo, coi loggionisti che sperano in un sorteggio, ecco che Valeria Marini, nota melomane, cultrice raffinata dell’opera, con al suo attivo una tesi di laurea su Salieri e un paio di saggi su melodia e contrappunto nel cinquecento, ci spiega perché sta entrando nel teatro più famoso del mondo dalla porta principale, senza fare code e, dicono i maligni, senza scucire un soldo: “Mi sembra giusto omaggiare questa serata così importante”. Ecco, potrei chiudere qui l’articolo, certo che saprete trarre tutte le conclusioni dalle premesse esposte. Si potrebbe dire che la frase si commenta da sola, se non fosse che data la sua natura non è capace di fare manco quello. E allora vediamo di capire cosa diavolo vuol dire “Mi sembra giusto omaggiare questa serata così importante”. La frase, detta da una come lei in un’occasione del genere, stride come le unghie sulla lavagna, perché sentiamo in cuor nostro che sarebbe molto più adatta se pronunciata in un altro contesto, o in quel contesto ma da un’altra persona, per esempio il Presidente della Repubblica (ma nemmeno lui arriverebbe ad esprimersi così). Intanto “omaggiare” è brutto, improprio e cafone.  Poi “mi sembra giusto” dà l’idea che la Marini abbia fatto una scelta etica, come portare il panettone agli ammalati il giorno di Natale anziché andarsene a sciare. E forse è proprio così che l’ha intesa: lei stasera voleva stare a casa, o andare al cinema o in discoteca, e invece le tocca di presenziare ad un evento di cui non le importa nulla se non forse la cornice, costretta ad ascoltare musica che non capisce e che la annoia. Infatti la serata è, come dice lei, “importante”: se no non ci andrebbe nemmeno a calci. E piove sul bagnato, perché nel servizio del tg5 del giorno dopo si parla ancora di vip, li si riprendono, li si intervistano, si accenna di sfuggita alle solite proteste al di fuori del teatro, e non si parla dell’argomento principale, del vero motivo per cui tutti erano lì (almeno ufficialmente): cioé della musica. La musica ormai come il calcio: come c’è il famoso calcio parlato e quello giocato, anche la musica viene parlata (un chiacchiericcio insulso) e finalmente suonata. Ma a noi non l’hanno fatta sentire, e neanche vedere in tv. C’è qualcosa in tutto questo che fa cascare le braccia, ed è rendersi conto che ci sono intenditori, ma anche “semplici” appassionati di musica che fanno i salti mortali per riuscire ad avere un biglietto per la Scala, e gente come la Marini che rinuncia a malincuore a un giorno di sciate per fare una cosa che non le interessa, insieme a decine di vip cui della musica non frega nulla, che vanno lì per sfoggiar vestiti e stupidaggini, o perché sono costretti dal partner, dal manager, dal bisogno di esserci perché si parli di loro e si vedano le loro immagini su giornali e tv. Qualcosa che fa cascare le braccia come vedere Maria Giovanna Elmi presidente del Teatro Stabile del Friuli. Esperta di teatro come Paperino lo è di neurochirurgia, incapace di citare due opere di Shakespeare, e convinta che Carlo Goldoni sia un autore del novecento, magari ancora in vita. Qualcuno le faccia sapere la verità. E la faccia sapere anche a noi.

Postato da: Gretsch a 18:39 | link | commenti
polemiche, miscellanea, tv e spot