Archivio di articoli pubblicati sul mensile "Piazza Verdi" dal 1996 ad oggi.

Eccomi

Utente: Gretsch
Nome: Maurizio

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Feeds

  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

giovedì, 09 luglio 2009

NIDI E LAVATRICI

 

 

 

In un vecchio articolo (“Civiltà a confronto”) toccavo un argomento che mi ha sempre affascinato, il contatto tra civiltà giunte a stadi di evoluzione molto diversi. Il contrasto più stridente si ha forse mettendo in comunicazione una tribù primitiva e un gruppo di persone tecnologicamente avanzate: per esempio, i classici selvaggi con archi e frecce e gli esploratori che scendono da un elicottero con fucili di precisione e telefoni satellitari. Della differenza di cultura e di tecnologia ho già detto in quell’articolo (che come tutti gli altri è consultabile nel sito indicato sopra); oggi vorrei parlare di altre differenze.

Prendiamo un animale qualsiasi, per esempio un uccello; sa procurarsi il cibo e costruirsi il nido. E questo vale per qualsiasi uccello. Lo stesso si può dire per un ragno, che tesse la tela e cattura le prede. Molti animali si costruiscono nidi o scavano tane, e procurano da mangiare a sé e alla propria prole. Ora, non sono esperto di etologia, ma so che certi animali si sono organizzati in società in cui è presente una divisione dei compiti. Lo stesso abbiamo fatto noi; chi cacciava, chi scuoiava, chi cuciva, chi stava di sentinella, chi allevava la prole, eccetera. Sono così nati i mestieri: ogni artigiano era (ed è ancora) maestro nel proprio campo. Credo che proprio dalla divisione dei compiti nasca quella differenziazione, quella specializzazione che ci rende così diversi da un uccello qualsiasi. Quindi, se è vero che l’Homo Sapiens Sapiens sa costruire non solo case, ma palazzi, grattacieli, astronavi, ponti e microchip, è vero anche che lo fa delegando questi compiti ad individui specializzati, che hanno le conoscenze teoriche e pratiche per ideare e portare a termine un progetto. La maggior parte delle persone, perlomeno all’interno delle civiltà industrializzate, è a malapena capace di far funzionare una lavatrice (specie i maschi), figuriamoci inventarla, progettarla e costruirla. Se pensiamo agli uomini primitivi nell’accezione più popolare, cioè come a bruti vestiti di pelli che cacciavano con lance ed asce e bivaccavano attorno ad un fuoco, istintivamente li collochiamo al gradino più basso della civiltà, ma basta riflettere un attimo e ci accorgiamo che la maggior parte di noi, che guidiamo le auto e usiamo i computer, non saremmo capaci di fare quel che facevano loro. Chi sa accendere un fuoco senza usare fiammiferi o accendini (o lenti)? Provate a immaginarvi nudi, intirizziti, affamati: riuscireste a costruirvi un’arma efficace, ad uccidere una bestia feroce, a scuoiarla, accendere un fuoco ed arrostirla (o mangiarla cruda), fabbricarvi un vestito con la pelliccia, o una sola di queste cose?

Il professore di matematica e fisica un giorno ci domandò: voi che fate il liceo classico, che sapete il greco e il latino, che vi credete così istruiti, lo sapete come funziona un cesso? Ridacchiando, e ben sapendo che nessuno avrebbe risposto di sì, cominciò a disegnare sulla lavagna la struttura di un comune sciacquone, e a spiegarne il funzionamento. Il fatto è che gran parte della nostra cultura è principalmente teorica, spezzettata, generica, estesa in superficie ma non in profondità. La divisione dei compiti penalizza la nostra capacità individuale di comprendere ed affrontare gli elementi primordiali della natura. La nostra esperienza quotidiana ci vede usare attrezzi, apparecchi, strumenti ideati e costruiti da altri, di cui sappiamo poco o nulla. Se il ferro da stiro smette di funzionare, anche se sappiamo approssimativamente come dev’esser fatto dentro, ben difficilmente decidiamo di aprirlo e di cercare di aggiustarlo. Per questo esistono i riparatori (sempre meno numerosi, in verità: ora quel che si rompe si getta, diminuendo così ancor di più il numero degli esperti e aumentando quello degli ignoranti). Un selvaggio dell’Africa sa cavarsela nel bosco o nella savana molto meglio di un professore di Oxford (anche se questi ha studiato per anni il comportamento di quel selvaggio), ed i boy scout che insegnano ai lupetti come ci si orienta o come si costruisce una barella di fortuna, in mezzo alla tundra vivrebbero molto meno a lungo di un bambino eschimese.

Oggi, nella siepe, ho trovato un nido abbandonato, (storno? Merlo? Non lo so, già questo la dice lunga) e l’ho osservato attentamente. Qualsiasi uccello nasce con la capacità di costruire nidi (il cuculo con quella di sfruttare i nidi altrui). Alcuni, come quelli dei piccioni, sono autentiche schifezze, ma la maggior parte sono molto ben fatti e durano anche più del necessario, mentre altri sono autentici capolavori. Le api trovano il polline, comunicano ad altre api le coordinate per trovarlo, costruiscono celle esagonali e producono miele senza che nessuno glielo debba insegnare; tutto il loro comportamento è inscritto nei loro geni. I gatti sono predisposti alla caccia, anche se le madri istruiscono i piccoli con l’esempio. Gli uomini, senza insegnamento e senza un lunghissimo addestramento, sono inetti e indifesi. E questo vale specialmente per noi occidentali di questo secolo.

Da giovane pensavo a che cosa avrei fatto nella vita - una domanda che nessun animale si pone - e avevo aggiunto alla breve lista di opzioni (insegnante, traduttore, giornalista) un lavoro che forse non esiste neppure, cioè guardiano delle dighe dei castori in Canada. Vi invito ad informarvi sulle straordinarie capacità di questo mammifero che in Europa e in Nordamerica è stato cacciato fino all’estinzione. La costruzione delle tane e delle dighe è più complessa di quanto si possa pensare, e fornisce ai castori una casa, una difesa e un vivaio di pesci da mangiare.

L’uomo, animale sempre più culturale, sempre più lontano dalle sue origini, stermina i castori, abili architetti, ingegneri, falegnami, muratori, ma se lasciato in un bosco o in una via sconosciuta del centro non è nemmeno capace di ritrovare la strada di casa. L’unico vantaggio che gli viene dal non saper accendere il fuoco è che se dimentica l’accendino fumerà qualche sigaretta in meno.

Postato da: Gretsch a 19:55 | link | commenti (4)
miscellanea, quotidianitĂ 

giovedì, 05 marzo 2009

I CONTI DELLA SERVA

 

 

“Il nucleare è la forma più pulita di energia disponibile”. Lo ha detto, lapidario come solo lui e il Duce, il Presidente del Consiglio.

Non sono esperto dell’argomento, ma Berlusconi lo è ancor meno, e allora da queste pagine lo invito ad un pubblico dibattito col sottoscritto, dopo il quale i lettori di Piazza Verdi diranno chi li ha convinti. Informazioni e prove d’ogni genere contro le centrali nucleari ce ne sono a volontà, ma qui mi limiterò a trattare la questione secondo un punto di vista terra terra, diciamo quello del contadino, più che del cittadino. Sentir dire che una centrale nucleare è la forma più pulita di energia, considerando che impiega materiali altissimamente pericolosi e sommamente tossici, farebbe venire da ridere, se non ci fosse da preoccuparsi. Basta chiederlo ad un bambino: più pulito del nucleare c’è per esempio il sole, c’è per esempio il vento, che non sono tossici e sono pure gratis. C’è l’energia geotermica, c’è quella idroelettrica. Ci sono le biomasse, il fotovoltaico. Il nostro contadino direbbe che una volta si metteva un contenitore di metallo all’interno del letamaio: la fermentazione produce calore, che scalda l’acqua, sufficiente per lavare tutta la famiglia. Gratis. In più, il letame faceva parte di un ciclo continuo, sano, non inquinante, anzi, fertilizzante. Sempre il nostro contadino potrebbe suggerire un riscaldamento a legna, che contrariamente al carbone non inquina, ed in più contribuisce a mantenere sani i nostri boschi, utilizzando per la combustione solo quella legna che proviene dal governo di essi. Pochi sanno che il nostro patrimonio boschivo aumenta di 30 milioni di metri cubi l’anno, ed è in espansione da circa 150 anni. Inoltre le piante da bosco possono essere piantate e coltivate, come qualsiasi pianta: avete mai avuto il timore che scarseggiasse l’insalata?

Mercedes Bresso, presidente della Regione Piemonte, non vuole il nucleare. E non è la sola. L’accusa d’essere retrograda viene da Enzo Ghigo, Pdl, che almeno rispetto a Berlusconi la racconta più giusta: “L’energia nucleare è la fonte non solo più economica, ma anche più pulita, rispetto all’inquinamento prodotto dai combustibili fossili” (corsivo mio). Ah, ecco. Mangiare sapone è forse meglio che mangiare cacca; ma non si potrebbe avere un piatto di spaghetti? Comunque la Bresso ci dà l’occasione per notare un atteggiamento: la stragrande maggioranza di chi è favorevole alle centrali non ne vuole però una vicino a casa; e perché mai, se sono così sicure? Il fatto è che, come dice Jeremy Rifkin, “si tratta di un'energia con basse probabilità di incidente, ma ad alto rischio. Ovvero: non succede quasi mai niente di brutto, ma se qualcosa va storto può essere una catastrofe. Come Chernobyl”. E già che ci siamo, citiamo ancora Rifkin. Ecco alcuni dei suoi punti chiave:

  1. Oggi sono in funzione nel mondo 439 centrali nucleari e producono circa il 5% dell'energia totale. Nei prossimi 20 anni molte di queste centrali andranno rimpiazzate. E nessuno dei top manager del settore energetico crede che lo saranno in una misura maggiore della metà. Ma anche se lo fossero tutte si tratterebbe di un risparmio del 5%. . Perché il passaggio al nucleare avesse un impatto sull'ambiente bisognerebbe costruire 3 centrali ogni 30 giorni per i prossimi 60 anni. Così facendo fornirebbe il 20% di energia totale.
  2. Gli Stati Uniti hanno straordinari scienziati e hanno investito 8 miliardi di dollari in 18 anni per stoccare i residui all'interno delle montagne Yucca dove avrebbero dovuto restare al sicuro per quasi 10 mila anni. Bene, hanno già cominciato a contaminare l'area nonostante i calcoli, i fondi e i super-ingegneri. Davvero l'Italia crede di poter far meglio di noi? L'esperienza di Napoli non autorizza troppo ottimismo.
  3. L'uranio comincerà a scarseggiare dal 2025-2035. I prezzi, quindi, andranno presto su.
  4. Non c'è abbastanza acqua nel mondo per gestire impianti nucleari. Temo che non sia noto a tutti che circa il 40% dell'acqua potabile francese serve a raffreddare i reattori. L'estate di cinque anni fa, quando molti anziani morirono per il caldo, uno dei danni collaterali che passarono sotto silenzio fu che scarseggiò l'acqua per raffreddare gli impianti. Come conseguenza fu ridotta l'erogazione di energia elettrica. E morirono ancora più anziani per mancanza di aria condizionata..
  5. Ad una domanda sull’autosufficienza Rifkin risponde: "Sta scherzando? Voi siete messi meglio di tutti: avete il sole dappertutto, il vento in molte località, in Toscana c'è anche il geotermico, in Trentino si possono sfruttare le biomasse. Eppure, con tutto questo ben di dio, siete indietro rispetto a Germania, Scandinavia e Spagna per quel che riguarda le rinnovabili".

Cosa aggiungere? Che ci sono comuni già autosufficienti dal punto di vista energetico; che risparmiando in mille modi (lampade a basso consumo, lampade spente quando non fanno luce a nessuno, impiego di materiali edili idonei, reimpiego dei rifiuti, drastica riduzione della produzione di oggetti inutili) cala il bisogno di energia; che se c’è un nucleare di ultima generazione c’è anche un eolico e un solare di ultima generazione; che Obama sta mettendo da subito in pratica questi progetti, e difatti Berlusconi non lo cita mai. A sentire la tv, pare che gli italiani riprendano in considerazione il nucleare: state in guardia! Informatevi per conto vostro, notizie in rete ce ne sono tantissime.

E poi, vi dirò: diffido di tutto quello che viene tolto con tanta fatica da sotto terra e che sotto terra non fa più ritorno, se non per nasconderne la pericolosità (quindi escludiamo le patate e i tartufi): ad esempio l’amianto, l’oro o il carbone, materiali per cui gli addetti all’estrazione fanno una vita grama, si ammalano, muoiono, e sono trattati spesso come schiavi (Leopardi diceva una cosa simile nello Zibaldone). Il carbone rimane nell’aria e nei polmoni, le scorie nucleari sono un problema per gli Usa, figuriamoci, come ha detto anche Crozza, per Napoli. Sole, vento e acqua saranno ben cose diverse, no? Se un piccolo villaggio può essere autosufficiente, come è stato per millenni, con mulini a vento o ad acqua, segherie pure ad acqua, riciclo di materiali di consumo, anche il villaggio globale può esserlo. La tecnologia c’è, e se non c’è che si sviluppi in quel senso: senza fare andare avanti e indietro camion e altri macchinari per vent’anni per costruire milioni di metri cubi di cemento per una sola centrale, che nessuno vuole vicino e che fornisce energia in quantità ridotta e a rischio (terrorismo incluso). Chiedete alla serva: anche se fa la cresta sulla spesa, vi dirà che i conti non tornano.

Postato da: Gretsch a 10:44 | link | commenti
miscellanea, quotidianitĂ 

giovedì, 15 gennaio 2009
Il profumo del fieno

Il profumo del fieno

 

Ci sono domande che sentiamo porre solo nei film, anche se ci attirerebbero subito le simpatie dell’altro. Forse è per questo che non si fanno; sono semplici ma intime e profonde, e presuppongono una lunga risposta. Per esempio, “Sei felice?” o “Quali sono stati i giorni più belli della tua vita?”.

Se facessero a me quest’ultima domanda, avrei la risposta pronta. In più di mezzo secolo di vita, giorni memorabili ce ne sono stati, ma se cercassi di individuare, frugando qui e là in decenni di avvenimenti, incontri e consuetudini, quelli in cui ricordo d’essere stato perfettamente felice, o sereno - che forse è la stessa cosa - … ebbene, non so se arriverei a cinque. Istintivamente però correrei ad un luogo e ad un tempo dell’infanzia, ad un mazzetto di giorni, pochi in verità, ma tutti pieni di uno stupore intenso e pieno, di una gioia che non avrei provato più: i giorni trascorsi in campagna, dal nonno e dagli zii. I quali poco si curavano di me, come si usava allora, e lasciavano che giocassi da solo, o con due bambini che abitavano nella stessa casa. I due erano gemelli, di un anno più vecchi di me. Un anno che ne valeva due, per la malizia data loro dalla vita rurale e dall’estrazione diremmo proletaria, rispetto a me che ero “cittadino” ingenuo e figlio di gente che stava bene. Le differenze sociali forse le notavo, ma era come se non ci fossero. Li consideravo i miei migliori amici, ed ero contento che mi portassero con loro e mi insegnassero tante cose: andare a nidi, per esempio, o fare il chewing gum masticando il frumento – ci voleva tempo e pazienza, e il risultato non era gran che - o costruire una fionda, un arco, un aquilone. Metti insieme tre o quattro ragazzini liberi di scorrazzare tra una rimessa, un cortile, e l’aperta campagna, e prima o poi, anzi, prestissimo, cominceranno a costruire armi atte ad offendere. L’epopea di quei tre bambinetti, come di tutti i loro simili nel mondo, era una replica in sedicesimo dell’evoluzione umana dai primordi: si cominciava con l’arma più semplice, un bastone raccolto da terra, col quale si stabilivano le gerarchie; ci si costruiva poi un riparo dalle intemperie (capanne di frasche o paglia con strutture portanti di vario tipo): si andava a caccia cercando dapprima i cibi più facili da ottenere (uova nei pollai, frutta sugli alberi, pane comune sgraffignato nella dispensa incustodita), perfezionando poi le armi per catturare prede più difficili come uccelli, rane e salamandre (arco e frecce, fionda, cerbottana); si creavano relazioni amichevoli attraverso il gioco (palline, figurine, lippa, gare di vario tipo), si arrivava agli scambi commerciali (le stesse figurine, palline e armi di cui sopra); tutto ciò rafforzava lo spirito di gruppo, fondamentale quando si decideva di introdursi nel territorio limitrofo, ricco di preda ma controllato da bande rivali, con le quali lo scontro era inevitabile. Non per niente allora ci appassionavano libri come “I ragazzi della via Paal” o film come “La guerra dei bottoni”. Un bambino che non ha mai vissuto almeno qualche giorno all’aria aperta insieme a coetanei, libero di far quel gli pare, non ha vissuto. Giocare a nascondino in un fienile, in un fosso, in un campo di mais, è impagabile. Era tutto un mondo, un mondo che ancora troviamo in cartoni animati, in libri e film anche moderni, un mondo però che ben pochi bambini di oggi conoscono: una casa di contadini, un fosso, un fienile, una stalla, un pollaio, una rimessa… e l’aperta campagna davanti. Non c’era il tempo materiale per fare tutto quello che si sarebbe voluto. In quel piccolo grande mondo mi sapevo divertire per ore anche da solo, salendo alla guida del vecchio Dodge rosso col cofano lungo, lasciato dai soldati americani, o girellando tra conigliere e pollaio, tra anatrine, francesini, “nàdar mut”, arrampicandomi su per il fienile (e chi può dimenticare il profumo del fieno?) a cercare eventuali nidiate di gattini; curiosando tra gli attrezzi e cacciando formiche, mosche e lucertole. Ma era in compagnia che ci si divertiva di più e si producevano i danni maggiori. Avevamo accesso a parecchi attrezzi ed utensili, e ne approfittavamo. L’arma più micidiale era l’arco con le frecce metalliche: queste ultime si ricavavano dalle stecche di un vecchio ombrello, appiattendone le estremità con un martello e praticando in una di esse una tacca per l’incocco. Inutile dire che, scagliato con una certa forza a distanza ravvicinata, un dardo del genere ti passava da parte a parte. Noi lo sapevamo, e ne eravamo fieri. Ma ci si dilettava anche con sabotaggi ed esplosivi. A cento metri passava la vecchia ferrovia della Sefta, e naturalmente si mettevano sassi sui binari per vedere che effetto facessero quando passava il treno; scappavamo via e ci nascondevamo a spiare, ma non abbiamo mai avuto la pazienza di aspettare, e quando tornavamo non c’erano tracce di disastri. Gli stessi binari servivano anche per esperimenti pirici: col salnitro raschiato dai muri della porcilaia e la carbonella presa dalle ceneri sotto il paiolo da “bugada”, mescolati e pestati insieme con una sasso, si formava una miscela che andavamo a porre su una traversina; quindi gli si dava fuoco (magari con i costosi ed ambitissimi fiammiferi antivento, 30 lire la scatola), e si stava ad ammirare lo sfrigolio fumoso di quel composto che bruciava ad altissima temperatura e lasciava buchi vistosi nel duro rovere. Naturalmente avremmo preferito che esplodesse, ma agli ingredienti bisognava aggiungere il mitico zolfo, che nessuno sapeva come procurarsi (per fortuna). Oltre il fienile ed il letamaio (la “massa”), si stendevano i campi che portavano allo zuccherificio, coi suoi acquitrini, altro territorio di esplorazione e di caccia. E a volte non ci arrivava neppure, tante erano le distrazioni che trovavamo sul percorso, da un nido quasi irraggiungibile ad un pioppo caduto, tra i cui rami giocammo un pomeriggio intero. C’erano tante mosche e poche automobili. Nelle stalle dove ora si va a mangiare c’erano ancora le mucche; nei campi vedevi le croci di legno con legato l’ulivo benedetto, le zampette di coniglio amputate e legate col fil di ferro, i “grilli” che si adagiavano con precauzione sulla neve per acchiappare i passeri. Se escludiamo sbucciature, spelature e graffi assortiti, il taglio di un polpastrello sul filo di una falce, l’ustione dell’epidermide in seguito all’incendio di un flacone di alcool quasi vuoto a scopo esplorativo, me la sono cavata benissimo.

E poi, come si sa, si andava a marusticani. Rubare questi frutti di poco pregio e mangiarli acerbi era imperativo per qualunque bambino di allora. Te li avessero fatti mangiare li avresti risputati. Il sapore vero veniva dalla loro conquista: in quell’Eden rappresentavano il frutto proibito.

Nella casa dei miei c’è ancora una vecchia pianta che ne produce a bizzeffe, come il noce di fra Galdino; i rami sovraccarichi pendono oltre la recinzione, tanto che i passanti non hanno neanche bisogno di alzarsi in punta di piedi per prenderli; e, maturi, sono buonissimi. Ma nessuno li tocca più, nemmeno i bambini.

Postato da: Gretsch a 10:33 | link | commenti
quotidianitĂ , il paesello

giovedì, 04 dicembre 2008

SEMPRE IN RITARDO

 

Non so che effetto vi fa sentire un presidente del Consiglio che, di fronte ad una recessione economica sempre più evidente, condanna giornali e tv che parlano troppo di crisi, ed invita all’ottimismo, indicando come rimedio l’aumento dei consumi. Stavolta le sue dichiarazioni non potevano arrivare più opportune, almeno riguardo al ragionamento che ho cominciato nello scorso articolo e che volevo proseguire in questo. Berlusconi in una frase sola spiega a meraviglia il meccanismo che sta alla base del sistema in cui viviamo, che è fondato sui consumi: quindi, se questi rallentano il sistema va crisi, e anziché produrre di meno per adeguarsi alla minore richiesta, bisogna riprendere a consumare. Ma cosa succede se, anche dopo aver commercializzato oggetti utili, ma progettati per durare poco affinché se ne comprino altri (se no i lavoratori non lavorano e le aziende chiudono), oppure oggetti che durerebbero ma che la pubblicità ci invita a sostituire con un modello più recente, oppure infine oggetti che non servono ma che ci vengono presentati come necessari o desiderabili, cosa succede, dico, se poi la gente non ha i soldi per comprarli? Un bel dilemma per un sistema che, per fare un solo esempio, costruisce cellulari che durano in media cinque anni ma che noi mediamente cambiamo molto prima, trovando le scuse più ridicole per giustificare quello che è un lusso, ma un lusso da pezzenti, che si lamentano perché la pasta è aumentata di dieci o venti centesimi e scaricano a pagamento valanghe di suonerie per cellulari, buttano via indumenti seminuovi e fanno debiti per pagarsi il Suv o la settimana bianca. E ci va anche bene, perché tutto questo lo paga, per ora, qualcun altro. Copio da un frequentato blog: “Che cosa hanno in comune Madagascar e Corea del sud? In apparenza nulla. Il primo è un Paese in via di sviluppo, il secondo è una potenza economica. Uno sta in Africa, l'altro in Asia. I malgasci hanno un territorio incontaminato. Ai coreani manca il terreno coltivabile. Il Madagascar ha 28 abitanti per km2, la Corea del Sud 493 abitanti per km2. (…)La Corea del Sud ha bisogno di mais, di olio di palma, di prodotti dell'agricoltura. Il Madagascar ha terra. La Daewoo sigla un accordo con il governo del Madagascar. Cessione di 1,3 milioni di ettari coltivabili per 99 anni. Più della metà della terra coltivabile del Paese (2,5 milioni di ettari).Il tutto gratis. In cambio la Daewoo si impegna ad assumere i malgasci come contadini. Secondo mister Hong, manager della Daewoo: "E' terra totalmente non sviluppata, incontaminata. E noi daremo lavoro rendendola coltivabile, e questo è buono per il Madagascar."(…)I prodotti di 1,3 milioni di ettari del Madagascar saranno inviati in Corea del Sud per il suo fabbisogno, è probabile che neppure una pannocchia rimanga ai malgasci. Gli 1,3 milioni di ettari sono in gran parte foreste. Saranno distrutte con pesanti effetti sul clima. Il contadino del Madagascar viene espropriato della terra, il cibo viene inviato all'estero, il suo ambiente viene distrutto. In cambio potrà lavorare per la Daewoo. Che culo!
Chi ha risorse non ha soldi. Chi ha soldi si compra le risorse. Ma cosa sono i soldi? Da dove provengono? Indovinate. Dalle risorse di chi non ha soldi.
L' Africa ha la maggior parte della terra fertile non coltivata del mondo e la maggior parte dei morti di fame. Una ragione ci sarà”.

Mi rendo conto che una volta non era facile intuire l’esistenza di questi meccanismi, che però adesso sono sotto gli occhi di tutti, cioè di tutti quelli che li vogliono vedere. Come mai, quando vogliono piazzare una discarica vicino a casa tua, gridi allo scandalo, ti rivolti e metti su un bel comitato perché non venga fatta? Basta guardare quello che succede con lo stoccaggio gas di Rivara. Tutti d’accordo sull’inutilità e la pericolosità del progetto; chissà se le stesse persone sono contrarie, per esempio, alla Tav.

Tante soluzioni possono essere semplici, basta volerlo: per eliminare i rifiuti, oltre a produrne meno, è sufficiente riciclarli (si arriva quasi al 100 per 100). Ci arriveremo (forse), ma ci arriveremo tardi, come sempre, come in tutto il resto: chiudiamo la doccia quando il getto comincia a farsi esiguo e freddo, eppure sapevamo che il nostro boiler non è capiente come il lago di Garda, e che non si scalda a parole. Pensiamo all’oggi, e domani si vedrà. Io non ho figli, ma penso ai miei nipoti, e ai figli degli altri. Per fare un altro esempio, possiamo essere autosufficienti nella produzione di energia pulita, ma c’è ancora chi insiste nel vedere un futuro di petrolio e di centrali nucleari (di cui parlerò prossimamente). Non è impossibile usare alternative che oltretutto ci sono già; basta volerlo. Ricordate quando si fumava al cinema, nei bar, negli ospedali, nei negozi (nel mio parecchio), negli uffici, in presenza di bambini e addirittura di neonati? Sembrava normale. Ma ci siamo abituati benissimo, anzi, ora diventiamo subito ostili verso chi trasgredisce una legge che ci pare primordiale, anziché di tre anni fa. E stiamo tutti meglio.

Quindi, per adesso, visto che la crisi c’è e che nessuno tra i governanti, gli economisti sapienti, i giornalisti esperti, nostrani o stranieri, ce l’aveva annunciata, suggerisco di comprare quel che ci serve, tra ciò che ci possiamo permettere. A quelli che hanno quaranta o cinquant’anni dico: pensate ai bisogni che avevate a dieci, venti o trent’anni. Facevate a meno di un sacco di cose e non ne sentivate la mancanza. Potete fare altrettanto ora, è solo una questione di abitudine. Bush padre, quando gli si chiese che il suo Paese riducesse consumi le cui conseguenze (sfruttamento di risorse e inquinamento globale) si ripercuotevano sull’intero pianeta, pronunciò una frase sciagurata che il Nostro condividerebbe: “Lo stile di vita degli americani non è in discussione”. Ora gli americani si accorgono che devono mettersi in riga se vogliono campare, altro che auto enormi che bruciano ettolitri di benzina a basso prezzo, o condizionatori sempre a manetta. In America banche gigantesche falliscono e le più grandi industrie automobilistiche del mondo stanno chiudendo. In Italia invece, secondo Berlusconi, lo stile di vita dovrebbe rimanere lo stesso: veleggiare verso i tropici anche quando la barca fa acqua. Lo dicevano i sociologi (americani!) già negli anni ’50: l’uomo contemporaneo è soprattutto un consumatore. Il nostro premier non lo dimentica mai.

Postato da: Gretsch a 08:25 | link | commenti
ideali, quotidianitĂ , nanismo

mercoledì, 05 marzo 2008

SOTTO LA NEVE, PANE

 

Scorrendo gli articoli scritti per questa rubrica nel corso degli anni, non è difficile individuare temi ricorrenti, proprio come avviene per certi sogni, detti appunto ricorrenti. Chi fa lo stesso sogno per un periodo molto lungo, o per una vita intera – è il mio caso - può a ragione considerarlo la rappresentazione di un bisogno, di un timore, di una speranza che sono ormai parte della propria personalità. Di sogni, di cui sono appassionato, ragionerò magari un’altra volta. Ora mi preme notare come spesso in questa rubrica ho preso spunto da fatti di cronaca per trattare argomenti che evidentemente mi stanno a cuore. E’ il caso della seguente notizia, data anche dalla tv.

Comincia come una favola: mille chilometri a nord della Norvegia, sotto una montagna gelata, in un profondissimo buco scavato nel ghiaccio perenne, qualcuno sta portando a termine un progetto unico nella storia della nostra Terra: l’Arca di Noè dei semi, la più grande banca mondiale delle cosiddette biodiversità. L’intenzione è di  proteggere il patrimonio genetico di un numero strabiliante di specie vegetali, più di quattro milioni; ad opera ultimata i semi immagazzinati saranno miliardi. Il luogo è stato scelto con cura: pare che nessuna guerra, nessun’arma conosciuta, nessuno sconvolgimento naturale possano arrivare a recar danno a questi profughi selezionati. Ho accolto la notizia con grande soddisfazione, quasi con commozione. Forse perché preservare, conservare, restaurare è nel mio carattere (o, per chi ci crede, nel mio segno zodiacale), forse perché la minaccia è reale, e il provvedimento indispensabile. Subito dopo mi sono venuti in mente due fatti.

Il primo è un ragionamento che feci a proposito della scrittura in un articolo intitolato “La stilografica e l’eternità”, di dieci anni orsono, in cui ragionavo della capacità di un supporto di archiviazione come il floppy disk di mantenere il proprio contenuto integro e leggibile dalle future generazioni, e la confrontavo con i papiri dell’antico Egitto. La risposta è già più chiara oggi, ad appena un decennio di distanza: infatti, chi li usa più, i floppy? I moderni pc spesso non li ospitano nemmeno. Gli attuali dvd e blu-ray accolgono da migliaia a decine di migliaia di volte i dati di un vecchio floppy, su cui già trovavano posto comodamente due o tre lunghi romanzi. Ma la capacità del contenitore non vale nulla se diventa impossibile accedere al contenuto, e quasi certamente i dvd dovranno essere trasferiti su altri supporti di là da venire, come si faceva coi filmini super 8 e si fa ora con le cassette VHS. Briciole di tempo, nulla in confronto ai millenni; ai quali le scritture degli Egizi hanno peraltro resistito.

L’altro fatto cui mi è venuto di pensare è l’avventura del Voyager, la navicella spaziale inviata nel 1977 verso i confini del sistema solare. Ci è arrivata ora, dopo trent’anni, e sta proseguendo un viaggio del quale perderemo le tracce verso il 2020, quando non ci perverrà alcun segnale a dirci dove la navicella si troverà e soprattutto se sarà ancora integra. A bordo del Voyager fu posta una targa in cui si illustra sinteticamente chi siamo, dove siamo e quali sono le nostre conoscenze scientifiche, un giradischi per far sentire incisioni di suoni e voci, e un centinaio di fotografie. Le probabilità che tale sonda venga intercettata da esseri intelligenti è prossima allo zero, ma anche in quel caso c’è da chiedersi innanzitutto se questo accadrà prima che la nostra civiltà o la nostra razza si estingua, e poi se costoro saprebbero capire il significato di tali testimonianze. Già la parola giradischi fa sorridere noi, dopo appena tre decenni.

E così, per tornare a questi semi custoditi gelosamente in un luogo superprotetto, a scongiurare l’estinzione di talune specie nei prossimi mesi o anni, o la distruzione di gran parte del mondo abitato a causa di guerre o cataclismi… potranno questi semi germinare in un ambiente contaminato e sconvolto? Ma forse la domanda da farsi è un’altra. Uno degli scopi di questa operazione è preservare la diversità della vita in un mondo globalizzato (ah, questa parola che nessuno più vuole usare e di cui parlai, con prudenza, più di dieci anni fa…), dove la varietà biologica è vista come un ostacolo allo sfruttamento e al monopolio. E questo anche perché, come dicevo in “Semi suicidi”, ci sono alcune multinazionali (altra parola che ormai provoca insofferenza) che combattono la permanenza in vita di specie autoctone, per vendere i loro semi brevettati e i relativi anticrittogamici; più in generale, la minor varietà e il maggior accentramento risultano in un più agevole controllo del mercato. Quindi, sebbene la varietà e la diversità siano una ricchezza e una garanzia di sopravvivenza di ogni forma di vita, sono mal viste da chi vuol controllarne l’uso e la vendita. Quei semi sepolti nel permafrost, sotto una montagna di ghiaccio, rinchiusi in speciali contenitori, saranno certo al sicuro da esplosioni atomiche, terremoti, guerre chimiche, cambiamenti climatici; temo però che il loro più temibile nemico appartenga alla stessa razza di chi li ha collocati là per salvarli. Nei film, la ragazza rinchiusa nel sotterraneo buio urla finché non sopraggiunge qualcuno; ma dalla faccia di costui si capisce subito che è venuto per farla tacere per sempre.

Chissà se nel Voyager sono stati messi dei semi.

 

Postato da: Gretsch a 11:59 | link | commenti (2)
quotidianitĂ 

martedì, 04 marzo 2008

Niente sesso (tradizionale), siamo inglesi

 

Tra le notizie veramente curiose che si leggono in rete, ci ha colpito quella di un operaio polacco sorpreso a far sesso con un aspirapolvere in un ospedale londinese: “Scovato da una guardia giurata nudo e in ginocchio nella caffetteria dello stabile ormai chiusa, l'uomo si è difeso dicendo che si stava pulendo le mutande, ma il suo datore di lavoro non gli ha creduto e l'ha licenziato”

L’uomo non è riuscito a convincere gli inquirenti che dare una passata alle mutande (indossandole) con l’aspirapolvere è una consuetudine diffusa in Polonia. Ci dispiace per il suo licenziamento, perché tutto sommato la bizzarria era stata perpetrata quando non c’era nessuno in vista (tranne l’inflessibile guardia giurata che l’ha inchiodato), e ci viene da pensare che da noi se la passano molto meglio taluni violentatori, spesso mariti della vittima, quando sostengono che questa era d’accordo. Insomma, è ben difficile provare che l’aspirapolvere in questione non fosse consenziente, tanto più che l’operaio ha comunque dalla sua l’attenuante della provocazione: infatti l’apparecchio aveva “una faccina sorridente disegnata sulla scocca e con il tubo al posto del naso”. Chiediamo clemenza per il povero polacco, che ora è disoccupato e si trova a far compagnia a due inglesi, nei guai per motivi analoghi: uno scoperto mentre, nudo e ubriaco, tentava di far sesso con una bicicletta, l’altro per aver portato a termine l’atto “con i marciapiedi della sua città, Redditch, nel Worcestershire”.

(Citazioni da TGCOM)

Postato da: Gretsch a 12:00 | link | commenti (6)
quotidianitĂ 

giovedì, 06 dicembre 2007

il guano di guam

 

Prima di essere invasa dall’uomo, l’isola di Guam, nell’arcipelago delle Marianne, ospitava tre specie di pipistrelli. Ora due sono estinte e la terza a stento sopravvive. I pipistrelli di quelle zone, come tanti loro consimili nel mondo, si nutrono di fiori o frutti delle piante locali. Succhiando il nettare si cospargono di polline e nel loro viavai danno luogo all’inseminazione; oppure mangiano i frutti, digeriscono il pasto e dopo una ventina di minuti liberano sul terreno i semi non assimilati, molti dei quali germoglieranno. Insomma, quelle piante danno cibo ai pipistrelli, e a loro affidano la propria sopravvivenza, perché gli insetti, troppo piccoli per quei fiori, non ne sono capaci. Un progetto di rimboschimento ha visto la foresta rinascere dopo tre anni, semplicemente lasciando che i pipistrelli vivessero come hanno sempre fatto. Alcuni monaci del luogo si sono presi l’incarico di difenderli – i pipistrelli sono rappresentati sulle facciate di molti templi come simbolo di vita - dall’estinzione. I monaci non debbono fare nulla, se non lasciarli stare. Del resto, i pipistrelli non fanno male ai monaci, e non perché questi piccoli mammiferi siano particolarmente religiosi: di fatto non nuocciono a nessun essere umano, al contrario. Di più: ogni giorno i monaci vanno nelle grotte abitate da questi animali, ne raccolgono il guano e lo rivendono: è un ottimo concime, e non solo: la sua composizione viene attentamente studiata, perché contiene batteri utili in vari settori industriali compreso quello farmaceutico.

Riepilogando, il pipistrello frugivoro favorisce in modo sostanziale la riproduzione delle piante, quello insettivoro mantiene il numero degli insetti ad un livello accettabile; entrambi non attaccano l’uomo né gli animali, se ne vanno in giro quando nessuno li vede, per non impressionare i tipi sensibili, e fanno una cacca che è come una manna, perché cade dal cielo seminando ed anche fertilizzando. Il pipistrello ha un sistema di localizzazione degli oggetti più sofisticato di qualunque sonar possiamo immaginare, ed è il prodotto di milioni di anni di evoluzione. Insomma, il pipistrello fa molto per mandare avanti la baracca dell’ecosistema nel miglior modo finora sperimentato.

Ma gli uomini non restano con le mani in mano. Monaci a parte, gli abitanti di quei luoghi i pipistrelli se li mangiano. La carne è pochina, ma appetitosa, e, per gli ingenui, pure afrodisiaca. E infatti: che ce ne frega a noi del pipistrello, noi il pipistrello lo facciamo fuori; anche se è evidente, come diceva il programma del National Geographic da cui ho tratto queste informazioni, che il pipistrello vale molto più da vivo che da morto. Io direi piuttosto che da morto non vale nulla, e che anzi la sua mancanza produce danni considerevoli.

Ma tutto questo non stupisce nessuno, ormai, e non so neanche perché continuo a scrivere queste cose. Noi, gli unici tra i viventi capaci di proiettare il pensiero oltre il presente, gli unici in grado di prevedere cosa accadrà domani, tra un anno o tra cinquant’anni, e quindi cercare di pianificare una qualsiasi attività o di porre rimedio ad un danno futuro, oltre a saccheggiare impunemente tutto quel che troviamo siamo i più efficienti sterminatori di altre specie viventi. Seminiamo solo quello che raccoglieremo noi (anzi, alcuni di noi), sporchiamo senza ritegno, uccidiamo per un tiramento qualsiasi, e nemmeno la nostra cacca vale qualcosa, anzi, quando non ci riesce di buttarla via di nascosto dobbiamo pagare chi ce ne libera.

Una volta, quando le risorse della natura sembravano infinitamente disponibili o riproducibili, questo poteva essere comprensibile; ora che sappiamo non abbiamo scusanti. Neanche in questo riusciamo ad essere davvero animaleschi: questa cosa la posso prendere impunemente, quindi me la prendo, che mi serva o no; che ciò possa arrecare danno ad altri, tra cui i miei discendenti e magari anche me stesso, è un pensiero che in qualche caso viene subito scacciato, ma che comunemente non germoglia neppure. Le case, gli oggetti che le riempiono, le automobili, perfino i governi, niente è fatto per durare. Ci si scanna per arrivare al potere per starci quel tanto che serve al nostro interesse privato, poi ci penserà chi vien dopo. Ripeterò, se mai qualcuno ancora non lo sapesse, che questo mondo non l’abbiamo ricevuto in eredità dai nostri padri, ma in prestito dai nostri figli.

Dalle nostre parti i pipistrelli mangiano gli insetti. Un solo esemplare può far fuori in una notte duemila zanzare, c’è chi dice tremila. Ma la crescente illuminazione notturna delle città e delle periferie urbane, nonché l’uso di insetticidi, riducono di molto la loro popolazione. Mentre un pipistrello fa strage di zanzare noi ci avveleniamo con le piastrine e gli insetticidi per farne fuori tre o quattro.

Da qualche anno ho scoperto che uno di loro ha trovato rifugio tra l’imposta e il muro. Ogni tanto vado ad osservarlo da vicino, e mi piace pensare che sia sempre quello, ma non mi rincrescerebbe sapere che si tratta di un amico o di un parente. All’imbrunire vola via, al mattino è lì che dorme un suo sonno inquieto. D’inverno scompare, a primavera torna. Qualche volta manca, e mi preoccupo: sarà morto o dormirà fuori casa? E quando ritorna non sono sicuro che si tratti dello stesso di prima. Comunque sia, per far prima li chiamo tutti Pippi.

Seguendo uno schema trovato in internet ho costruito una casetta di legno, un piccolo condominio, o meglio una villetta a schiera per pipistrelli. Finora l’hanno ignorata. Speriamo che la abitino, in futuro. Speriamo che ce l’abbiano, un futuro.

 

(vedi per esempio http://www.naturmuseum.it/it/197.htm)

 

Postato da: Gretsch a 17:24 | link | commenti (2)
ideali, quotidianitĂ