oggi
novembre 2009
ottobre 2009
settembre 2009
luglio 2009
giugno 2009
maggio 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
luglio 2008
giugno 2008
aprile 2008
marzo 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
luglio 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
catechismo
film
garcia lorca
guerra e pace
ideali
il paesello
in memoria di
kebab
miscellanea
nanismo
omosessualitÃ
polemiche
quotidianitÃ
religione
suicidio
tv e spot
welby
visitato *loading* volte
SEMPRE IN RITARDO
Non so che effetto vi fa sentire un presidente del Consiglio che, di fronte ad una recessione economica sempre più evidente, condanna giornali e tv che parlano troppo di crisi, ed invita all’ottimismo, indicando come rimedio l’aumento dei consumi. Stavolta le sue dichiarazioni non potevano arrivare più opportune, almeno riguardo al ragionamento che ho cominciato nello scorso articolo e che volevo proseguire in questo. Berlusconi in una frase sola spiega a meraviglia il meccanismo che sta alla base del sistema in cui viviamo, che è fondato sui consumi: quindi, se questi rallentano il sistema va crisi, e anziché produrre di meno per adeguarsi alla minore richiesta, bisogna riprendere a consumare. Ma cosa succede se, anche dopo aver commercializzato oggetti utili, ma progettati per durare poco affinché se ne comprino altri (se no i lavoratori non lavorano e le aziende chiudono), oppure oggetti che durerebbero ma che la pubblicità ci invita a sostituire con un modello più recente, oppure infine oggetti che non servono ma che ci vengono presentati come necessari o desiderabili, cosa succede, dico, se poi la gente non ha i soldi per comprarli? Un bel dilemma per un sistema che, per fare un solo esempio, costruisce cellulari che durano in media cinque anni ma che noi mediamente cambiamo molto prima, trovando le scuse più ridicole per giustificare quello che è un lusso, ma un lusso da pezzenti, che si lamentano perché la pasta è aumentata di dieci o venti centesimi e scaricano a pagamento valanghe di suonerie per cellulari, buttano via indumenti seminuovi e fanno debiti per pagarsi il Suv o la settimana bianca. E ci va anche bene, perché tutto questo lo paga, per ora, qualcun altro. Copio da un frequentato blog: “Che cosa hanno in comune Madagascar e Corea del sud? In apparenza nulla. Il primo è un Paese in via di sviluppo, il secondo è una potenza economica. Uno sta in Africa, l'altro in Asia. I malgasci hanno un territorio incontaminato. Ai coreani manca il terreno coltivabile. Il Madagascar ha 28 abitanti per km2, la Corea del Sud 493 abitanti per km2. (…)La Corea del Sud ha bisogno di mais, di olio di palma, di prodotti dell'agricoltura. Il Madagascar ha terra. La Daewoo sigla un accordo con il governo del Madagascar. Cessione di 1,3 milioni di ettari coltivabili per 99 anni. Più della metà della terra coltivabile del Paese (2,5 milioni di ettari).Il tutto gratis. In cambio la Daewoo si impegna ad assumere i malgasci come contadini. Secondo mister Hong, manager della Daewoo: "E' terra totalmente non sviluppata, incontaminata. E noi daremo lavoro rendendola coltivabile, e questo è buono per il Madagascar."(…)I prodotti di 1,3 milioni di ettari del Madagascar saranno inviati in Corea del Sud per il suo fabbisogno, è probabile che neppure una pannocchia rimanga ai malgasci. Gli 1,3 milioni di ettari sono in gran parte foreste. Saranno distrutte con pesanti effetti sul clima. Il contadino del Madagascar viene espropriato della terra, il cibo viene inviato all'estero, il suo ambiente viene distrutto. In cambio potrà lavorare per la Daewoo. Che culo!
Chi ha risorse non ha soldi. Chi ha soldi si compra le risorse. Ma cosa sono i soldi? Da dove provengono? Indovinate. Dalle risorse di chi non ha soldi.
L' Africa ha la maggior parte della terra fertile non coltivata del mondo e la maggior parte dei morti di fame. Una ragione ci sarà”.
Mi rendo conto che una volta non era facile intuire l’esistenza di questi meccanismi, che però adesso sono sotto gli occhi di tutti, cioè di tutti quelli che li vogliono vedere. Come mai, quando vogliono piazzare una discarica vicino a casa tua, gridi allo scandalo, ti rivolti e metti su un bel comitato perché non venga fatta? Basta guardare quello che succede con lo stoccaggio gas di Rivara. Tutti d’accordo sull’inutilità e la pericolosità del progetto; chissà se le stesse persone sono contrarie, per esempio, alla Tav.
Tante soluzioni possono essere semplici, basta volerlo: per eliminare i rifiuti, oltre a produrne meno, è sufficiente riciclarli (si arriva quasi al 100 per 100). Ci arriveremo (forse), ma ci arriveremo tardi, come sempre, come in tutto il resto: chiudiamo la doccia quando il getto comincia a farsi esiguo e freddo, eppure sapevamo che il nostro boiler non è capiente come il lago di Garda, e che non si scalda a parole. Pensiamo all’oggi, e domani si vedrà. Io non ho figli, ma penso ai miei nipoti, e ai figli degli altri. Per fare un altro esempio, possiamo essere autosufficienti nella produzione di energia pulita, ma c’è ancora chi insiste nel vedere un futuro di petrolio e di centrali nucleari (di cui parlerò prossimamente). Non è impossibile usare alternative che oltretutto ci sono già; basta volerlo. Ricordate quando si fumava al cinema, nei bar, negli ospedali, nei negozi (nel mio parecchio), negli uffici, in presenza di bambini e addirittura di neonati? Sembrava normale. Ma ci siamo abituati benissimo, anzi, ora diventiamo subito ostili verso chi trasgredisce una legge che ci pare primordiale, anziché di tre anni fa. E stiamo tutti meglio.
Quindi, per adesso, visto che la crisi c’è e che nessuno tra i governanti, gli economisti sapienti, i giornalisti esperti, nostrani o stranieri, ce l’aveva annunciata, suggerisco di comprare quel che ci serve, tra ciò che ci possiamo permettere. A quelli che hanno quaranta o cinquant’anni dico: pensate ai bisogni che avevate a dieci, venti o trent’anni. Facevate a meno di un sacco di cose e non ne sentivate la mancanza. Potete fare altrettanto ora, è solo una questione di abitudine. Bush padre, quando gli si chiese che il suo Paese riducesse consumi le cui conseguenze (sfruttamento di risorse e inquinamento globale) si ripercuotevano sull’intero pianeta, pronunciò una frase sciagurata che il Nostro condividerebbe: “Lo stile di vita degli americani non è in discussione”. Ora gli americani si accorgono che devono mettersi in riga se vogliono campare, altro che auto enormi che bruciano ettolitri di benzina a basso prezzo, o condizionatori sempre a manetta. In America banche gigantesche falliscono e le più grandi industrie automobilistiche del mondo stanno chiudendo. In Italia invece, secondo Berlusconi, lo stile di vita dovrebbe rimanere lo stesso: veleggiare verso i tropici anche quando la barca fa acqua. Lo dicevano i sociologi (americani!) già negli anni ’50: l’uomo contemporaneo è soprattutto un consumatore. Il nostro premier non lo dimentica mai.
La sfilata dei coccodrilli
Tutti buoni, davanti alla salma di Enzo Biagi. Tutti commossi, a dare l’ultimo omaggio a un giornalista che faceva il giornalista, uno che non urlava, non si metteva in mostra, non leccava le scarpe a nessuno. Uno che faceva semplicemente il suo mestiere, cosa tutto sommato non così semplice. Fa rabbia vedere come il principale responsabile del suo forzato allontanamento non riesca a dire, almeno ora, che Biagi gli dava fastidio, e sostenga invece di non avere mai avuto nulla contro di lui; sta di fatto che si è tenuto alla larga dalla camera ardente. E fa rabbia vedere come davanti al suo cadavere sfilino con parole di elogio quelli che hanno appoggiato la censura nei suoi confronti. “Grande professionista”, “figura unica”, “maestro”. Un rispetto espresso solo da morto, grandi parole pronunciate da chi non ha scritto una riga di protesta quando Biagi fu allontanato, ma che anzi, avendo visto cosa può succedere a chi non è accomodante, ha mantenuto se non accentuato l’angolo di piegatura della schiena.
Da giovane, chi scrive aveva ritenuto Biagi un giornalista troppo “normale”, se non noioso. Amaro accorgersi che la normalità di allora rappresenta l’eccezionalità di adesso.
contratti
(2001)
Ora che Berlusconi è a capo del governo, il mio atteggiamento oscilla tra la preoccupazione, la (finta) indifferenza, la rassegnazione. Ma riesco a rintracciare anche un sentimento che somiglia all’ammirazione: per inventare e firmare - in diretta tv, naturalmente! - un “contratto” come quello che sappiamo, bisogna possedere non solo una prodigiosa faccia di tolla, ma anche un senso fino di quante persone si possano impressionare con tali trovate. In effetti, c’è chi ha abboccato. Se si spendono miliardi per una cosa cretina come combattere il malocchio, vuol dire che in Italia - nonostante la nostra fama di furbi - di sprovveduti ce n’è a badilate. E Berlusconi lo sa. Non so se qualcuno ha già notato un particolare: nel famoso scritto si diceva che tra Lui e gli italiani “si conviene quanto segue”; ma, cribbio, per convenire qualcosa bisogna essere almeno in due! Invece la trovata è solo sua, e c’è una sola firma, la sua. Il contratto sarebbe stato (per così dire) legalmente valido se all’autografo con la famosa “b” (bella grande per compensare la piccola statura) fossero seguite altre sessanta milioni di firme. Ebbene: se quello scritto vale qualcosa, allora posso proporne uno anch’io. Per esempio: se tra cinque anni i miei introiti non saranno aumentati del 10%, l’onorevole Berlusconi mi dovrà dare 10 miliardi. Firmato, Maurizio Goldoni. Basterebbe la mia firma, come mi insegna l’illustre Silvio, e sono disposto a sottopormi alla cerimonia della firma in diretta davanti a Bruno Vespa. Ma oltre a questo, e a beneficio di coloro che hanno creduto a questa amenità del contratto, vorrei fare due considerazioni. Mettiamo che tra cinque anni il sottoscrittore unico, l’On. Berlusconi, si veda imputare di non aver portato a termine a tutti e cinque gli impegni (ammesso che ci si ricordi di questa sceneggiata e vi si dia ancora importanza). Be’, non sarà difficile per uno con la sua parlantina , mettendo avanti fatti veri o presunti, cifre e opinioni, controbattere alla contestazione; tanto, ormai abbiamo imparato che presentarsi ad un dibattito ed affrontare l’avversario “cifre alla mano” non serve a nulla: anche l’altro sguainerà le sue cifre, che saranno inevitabilmente diverse e a suo dire quelle veritiere, oppure uguali ma diversamente interpretate. Insomma, ne nascerà il solito polverone, la faccenda andrà avanti in tv e sui giornali per qualche giorno, poi tutti si stuferanno e non ci si penserà più. La seconda considerazione è che se anche il nostro eroe ammettesse di aver fallito un obiettivo (ma poi, quattro su cinque…! E’ sempre una gran bella media, no?) e non ripresentasse la propria candidatura… insomma, intanto si sarebbe fatto cinque anni di governo, e in cinque anni se ne mettono a posto di cose e di persone… e si ha tutto il tempo di preparare la successione, con un erede al trono di nostra fiducia… e poi, allo scadere del quinquennio il nostro Berlusconi avrà già 70 anni, una buona età per ritirarsi dagli affari pubblici, e continuare a lavorare per quelli privati, ammesso che per lui vi sia qualche differenza. Silvio Berlusconi è un personaggio a volte spassoso, ma sempre potente. Ci siamo spesso chiesti come facesse la maggioranza degli italiani a non trovare Mussolini ridicolo. Forse fra vent’anni ci chiederemo la stessa cosa riguardo a Berlusconi. A volta i suoi atteggiamenti ci ricordano il Mussolini che arringa la folla a piazza Venezia. E se come statista Berlusconi vale meno della metà del Duce - a essere generosi - in compenso fa ridere (amaro) molti più italiani, visto che dai tempi del ventennio siamo aumentati di numero. E che molti più italiani possano ridere di lui e delle sue sparate di quanti lo potessero fare durante il ventennio non lo si deve alla liberalità di Berlusconi (che più che liberale è liberista), ma al fatto che c’è stata una lotta sanguinosa (la famosa “Resistenza”, un nome che Berlusconi e i suoi sentono pronunciare con fastidio, ma che c’è stata eccome) che ha fatto prima cadere il fascismo e poi nascere una democrazia, una democrazia che ha permesso allo stesso Berlusconi di arricchirsi, di andare al governo e di sparar balle atomiche senza venire deposto. La democrazia non è un merito di Berlusconi, non l’ha inventata lui, però lui è abilissimo a ricavarne il maggior utile, col consenso di chi l’ha eletto. A noi, che non l’abbiamo votato, non resta che usare quel poco di democrazia non sfruttata per farci quattro sghignazzate (amare) alla faccia sua. E non dica, Berlusconi, che la cosa lo infastidisce, visto che lui ne dà un esempio quotidiano: infatti ride, ride sempre. Una volta mi chiedevo cosa aveva da ridere; adesso lo so: ride alla faccia nostra.
Parabellum
(2003)
“Si vis pacem para bellum”. L’On. Berlusconi fa sfoggio di motti latini con la stessa disinvoltura con cui esibisce frasi dialettali o fa il segno delle corna. Le citazioni in latino fanno sempre effetto, eppure, anche se viviamo nel paese in cui questa lingua è nata, ci limitiamo a usarne solo qualcuna, come “dulcis in fundo” , “ora pro nobis” o “in vino veritas”. La frase latina citata dal presidente del Consiglio non è tra le più sconosciute, tant’è che ha ispirato il famoso fucile parabellum, di cui parla anche Guccini in un sua vecchia canzone; questo motto, di cui si trovano corrispondenze in Livio, Orazio, Vegezio e Publilio Siro, non vuol dire che se vuoi la pace devi fare la guerra, bensì che devi essere pronto a farla, per non farti trovare impreparato. Inoltre, il lapsus di Berlusconi nel pronunciarla (aveva cominciato con “Si vis bellum…”, cioè “se vuoi la guerra…” e aveva subito aggiunto “Non è un lapsus freudiano!”) è curiosamente simile a quella dell’On. Taiani che stasera 30 marzo a Ballarò ha detto “Tutti siamo contro la pace”. Allora facciamo anche noi la nostra figura con questa citazione da Tacito, che forniamo già tradotta: “Dove fanno un deserto, lo chiamano pace”. Fu pronunciata dal re dei Britanni, antenati di Tony Blair, prima della battaglia decisiva contro i Romani.Don Simpson e i figli al fronte
(2004)
Ricorda nonno Simpson, che dormicchia spesso, con le briciole sul petto e la bavetta che cola da un angolo della bocca, poi si sveglia di soprassalto e urla qualcosa. Ma è molto meno simpatico. Al “congresso” (eufemismo per “monologo”) di Forza Italia, don Baget Bozzo dà dello stronzo (sillabando la parola, per chiarezza) al ds Bassanini. Elegante dialettica, eloquio sopraffino e terminologia rispettosa, degni della tonaca che porta. Comunque, una prosa di successo, perché riceve un’ovazione.Molto più coerente con la propria carica è invece Berlusconi (che certe volte si infervora al punto di autosuggestionarsi e credere a ciò che dice) il quale declama con voce possente: “Quando un capo di governo si assume la responsabilità di mandare dei soldati in missioni internazionali, soffre come se al fronte ci fossero figli suoi!”. Forse il Cavaliere soffre davvero, come altri capi prima di lui e con lui, ma se soffre è solo per il timore che altri connazionali morti contribuiscano a bastonare ancora la sua popolarità. Come altri prima di lui e con lui, Berlusconi soffre come se al fronte ci fossero i figli suoi, però i suoi, di figli, sono ben lontani dalla prima linea, e anche dalla seconda. Insomma, è sempre il solito “Armiamoci e partite”.
Il giornalista Pierluigi Diaco, oggi 17 agosto 2004, sta per concludere un’intervista al ministro Rocco Buttiglione, sulle frequenze di Radio 24. Diaco accenna alla visita “privata” di Blair a Berlusconi in Sardegna: Berlusconi vestiva di bianco e portava una vistosa bandana bianca. Diaco chiede a Buttiglione se anche lui avrà un look particolare durante le ferie. Domanda garbata, alla quale il ministro per le politiche comunitarie risponde stizzito (per quanto lo possa essere Buttiglione, notoriamente espressivo come un San Bernardo impagliato): “Se si facesse meno facile ironia sul Presidente del Consiglio sarebbe una cosa buona per tutti”. Diaco ribatte che non c’era ironia nelle sue parole, e che del resto l’immagine di B. col fazzoletto in testa aveva fatto come prevedibile il giro del mondo. Poi, visto il risentimento di Buttiglione, cambia argomento. Caro Diaco, se permetti esprimerò il resto del tuo pensiero, che tu non hai manifestato per evitar polemiche; un pensiero condiviso, ne sono certissimo, dalla maggioranza degli italiani, e da gran parte degli europei ed extraeuropei. Quando un Presidente del Consiglio assume ripetutamente atteggiamenti plateali, (l’aggettivo più calzante, ormai, è berlusconiani), vale a dire fa le corna, si compiace di uscite di dubbio gusto sui kapò, sull’infedeltà, sul gallismo; racconta barzellette, inscena siparietti estemporanei in cui è sempre lui il protagonista, il simpaticone; dà pacche sulle spalle, scrive canzoni e le canta (se le canta e se le suona), ebbene, questo Presidente del Consiglio non solo sa benissimo quale saranno le reazioni della gente alle sue stravaganze, ma anzi se le va proprio a cercare. E come noi tutti anche lei sa benissimo, caro Diaco, che la bandana bianca – mai vista prima sull’illustre pelata del Cavaliere - è stata messa apposta, per coprire quella calvizie che per lui è una spina nel cuore, ma allo stesso tempo per aumentare le probabilità di farsi notare, uno dei tanti espedienti di un Berlusconi sempre più vittima dell’ ansia da calo di consensi. E del resto lo stesso Buttiglione parla di “facile” ironia. Ha ragione. Fare dell’ironia su certi personaggi – compreso lo stesso Rocco - è come (traduco parafrasando dal nostro dialetto) uccidere uno che è impegnato in attività evacuatorie. Viene facile, a volte troppo facile, e a questo proposito mi scuso con i miei lettori per la scarsa originalità del bersaglio. Che volete, è un bersaglio mobile, nel senso che è lui che segue i cacciatori, che se li va a cercare. Ma se uno non vuole che si parli delle barzellette che racconta, non racconti barzellette. Se uno non vuole che si parli del conflitto di interessi, lo risolva.
Attacchi ai militari italiani a Nassiryia. Berlusconi reagisce berlusconianamente. Proverbiali ormai le sue proteste del tipo “Sono stato frainteso”, “Non mi hanno capito”. Ormai sappiamo che fanno parte sia del suo carattere che della sua strategia. Così, dopo aver mandato truppe armate in un territorio tra i più pericolosi e incasinati del pianeta, dopo aver difeso a spadino tratto la “missione di pace”, l’intento “umanitario”, ecco che degli scriteriati vanno a sparare ai nostri soldati proprio mentre si parla di ritiro. Le sue parole, berlusconianissime, sono queste: “Sono attacchi ingiusti e ingenerosi”. Perfetto. Ellekappa non avrebbe potuto dirlo meglio; e difatti Ellekappa è solo un’imitatrice, mentre Berlusconi è l’Idea platonica. In quelle cinque parole, infatti, c’è tutto Berlusconi, che è sceso in campo per salvare l’Italia ma i cattivi non vogliono e gli altri non l’hanno capito. Io, che sono nato lo stesso anno della Fiat 600 (e del Partito Radicale), ricordo politici molto bersagliati dalla satira, come Fanfani e Andreotti. Ma era un’Italia diversa, dove chi governava se ne stava il più possibile defilato. Il fatto che Fanfani fosse alto un metro e sblisga dava la possibilità di prenderlo in giro anche per altri motivi. Tuttavia il piccolo Amintore non andava a cercarsela, come colui di cui stiamo discorrendo. Anche allora, come oggi, i politici in pubblico mostravano i denti per sorridere, mentre tra loro li digrignavano, stringendoci magari in mezzo un coltello, proprio come adesso; eppure, basta guardare un programma del sabato sera degli anni sessanta per capire che se c’era ipocrisia c’era però quel garbo, quell’eleganza che adesso è andata a farsi friggere. Si spinge sempre più sul gas, le si sparano sempre più grosse, e Berlusconi pare proprio interpretare questa voglia di “balle spaziali”, che ogni tanto prende quegli italiani cui piace sentirsi raccontare le favole. Una volta era l’Abissinia, ora la ricchezza per tutti, o almeno la riduzione delle tasse. Ma lascio ora parlare un illustre giornalista,: “Berlusconi non delude mai: quando ti aspetti che dica una scempiaggine, la dice. Ha l'allergia alla verità, una voluttuaria e voluttuosa propensione alle menzogne”. Montanelli qui rispecchia il mio pensiero, ma quando dice “L'Italia berlusconiana è la peggiore delle Italie che ho mai visto, per volgarità e bassezza” mi devo fidare di lui, che di governi e regimi ne ha visti più di me. E tralascio altri giudizi tratti dal suo libro sul Cavaliere, certamente più pesanti di questi. Quando scrivo di queste cose non è che mi diverto tanto. E non solo perché si tratta di tragicommedie; il fatto è che se parli male di Berlusconi sei per forza un comunista. Che lo si dica a me non sconvolge l’universo; però questa fu l’accusa che rivolsero addirittura a Indro Montanelli, che mai fu di sinistra, ma che certamente diceva quello che pensava. Peccato mortale, se quel che dici non combacia con quel che si presuppone dovresti dire.
Troppo buono
Una delle leggende che circondano Berlusconi, e che dovrebbe farcelo benvolere, vuole che egli non abbia mai licenziato nessuno. Curioso che tra le migliaia di persone alle sue dipendenze nessuno meriti, o abbia meritato in passato, il licenziamento. Chi lavora per Berlusconi è quindi integerrimo, oppure ha un capo talmente indulgente da perdonargli qualunque malefatta. Ma questo significherebbe gestire un’azienda in modo inefficiente. Possibile? Allora, diciamo così: Berlusconi è tenero di cuore, e non licenzia nessuno: si volta dall’altra parte e lascia l’ingrato compito ad un subalterno.
Somiglianze
Silvio Berlusconi e Raimondo Soragni hanno qualcosa in comune: commercianti entrambi, seppur su scala diversa, entrambi sorridenti e iperattivi, hanno entrambi la loro responsabilità di governo. E condividono anche una vocazione, quella “della pacca sulla spalla”, che a Berlusconi viene rinfacciata dalla sinistra nazionale, a Soragni dalla destra locale.