Archivio di articoli pubblicati sul mensile "Piazza Verdi" dal 1996 ad oggi.

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Utente: Gretsch
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giovedì, 10 settembre 2009

Qualcosa di sinistra

 

Gianfranco Fini dice qualcosa di sinistra, e lo dice a casa della sinistra, cioè alla festa del Pd di Genova, che è come dire la festa dell’Unità: “Dal porto di Genova salparono tanti italiani disperati, alla ricerca di un futuro, come i tanti che arrivano sui gommoni alle nostre coste”. Sono anni che la sinistra ripete questa canzone, ma a destra la melodia non era mai stata gradita. Adesso viene riproposta senza variazioni melodiche da un politico di destra, per di più firmatario di una legge, la Bossi-Fini, non proprio indulgente verso gli immigrati. Ma Fini non ha finito: si dichiara contento della recente sentenza che ha mandato assolto l’agente Placanica, suscitando addirittura l’applauso della platea. Mio padre direbbe che si son visti i cani suonare il violino. Ma non è tutto. Il presidente della Camera ammette: “Non ho il dono della fede”, e qui gli riconosco ancora una volta l’eleganza e l’astuzia politica, per aver addolcito il suo ateismo (o agnosticismo) con quel “dono”, che io, che non sono un politico, non avrei messo affatto. Ma non è escluso che per lui chi ha fede sia un fortunato.

E poi: “Non c’è scontro, non dev’esserci, è la coscienza che decide. La vera contrapposizione è fra laici e clericali. Ed è il Parlamento che fa le leggi, non decide il Vaticano”.

Chissà che intenzioni ha, l’onorevole Fini. Certo, tra chi ci governa, è tra quelli che si presentano meglio. E forse molti compagni presenti a quell’incontro si sono chiesti, più o meno apertamente, come mai non ce l’hanno loro, un leader così.

 

 

Carlo e Mario

 

Qualche anno fa a Finale venne Giuliano Giuliani, padre di Carlo, ucciso durante gli scontri del G8 a Genova. La conferenza fu organizzata dalla sezione finalese di Rifondazione Comunista, e mi fu chiesto di fare da interprete ad un ragazzo straniero che parlava solo inglese e che avrebbe assistito all’incontro, che si tenne quella sera all’autostazione. Durante il viaggio in macchina dalla stazione di Modena (o di Bologna, non ricordo) il ragazzo mi chiese un resoconto dei disordini di Genova, forse credendo che fossi stato presente. Io gli dissi che non c’ero, ma che avevo seguito attentamente la vicenda per tv e via internet, e che mi spiaceva molto per la morte di Giuliani, ma che questi, aggredendo dei poliziotti con un estintore, non poteva certo aspettarsi una reazione amichevole; in situazioni caotiche come quella, il rischio d’essere arrestato, o ferito, o peggio, doveva metterlo in conto prima di comportarsi così. Il ragazzo mi guardò trasognato: forse credeva fossi un membro del partito, e comunque non si aspettava certo un ragionamento simile. Notai in lui l’imbarazzo di affrontare il compito assolutamente imprevisto di spiegare da che parte stava la ragione proprio a chi abitava nella nazione in cui questo era successo, che per giunta lo stava accompagnando a sentir parlare il padre del ragazzo ucciso. Lui che veniva da un altro continente, da un’altra cultura, si trovava di fronte uno che anziché confermare le sue tesi e per così dire rincarare la dose fornendo nuovi elementi a favore, ne metteva uno grande così a sfavore. Ma così la pensavo allora, e non ho mai cambiato idea.

Credo che la sentenza che ieri ha assolto l’agente Placanica sia fondamentalmente giusta, come giusta è stata quella che ha condannato i picchiatori e i torturatori della scuola Diaz, anche se non so se tutti i responsabili siano stati puniti e fino a che punto. Distinguere in ogni evento, in ogni teoria, in ogni proposta, in ogni situazione i punti con cui si concorda e quelli che non si condividono è un esercizio che pratico da sempre, e che è peculiare di un libero pensatore quale ritengo di essere. Peccato che questo semplice ma salutare comportamento non si ritrovi mai nei partiti, nelle fazioni d’ogni genere, anche sportive, e perfino nelle religioni: si attacca l’avversario senza concedergli mai nulla, anche quando si è d’accordo con una sua idea; e allo stesso modo ci si mostra sempre d’accordo con quelle espresse dal proprio schieramento, anche quando non le si condividono. Tutto dev’essere d’uno stesso colore, l’opposizione dev’essere massiccia e totale, se no si passa per deboli, e si lascia aperta una falla in cui il nemico si può infiltrare. Le divergenze tra alleati, poi, vengono privatamente affrontate a colpi di spadone, ma pubblicamente descritte come opinioni democraticamente espresse nel nome del pluralismo che però non scalfiscono la compattezza della coalizione. Ecco perché non sarò mai un politico.

 

Il rosso e il blu

 

La Fandango, tra le altre cose, produce e distribuisce film. Tra i più famosi, quelli di Muccino, di Garrone, di Rubini, di Mazzacurati, di Sorrentino (“Le conseguenze dell’amore”, che mi piacque molto) e ultimamente i noti “Caos calmo”e “Gomorra”. Be’, il titolare della Fandango, Domenico Procacci, l’ha combinata bella: ha osato distribuire nel nostro Paese un film come “Videocracy”, che parla di com’è cambiata l’Italia dall’avvento delle tv private. Mediaset ha ritenuto di non mandare in onda il trailer, e questo lo si può anche accettare - anche se non di buon grado - visto che si tratta di reti per così dire private. Ma lo stesso atteggiamento è venuto anche dalla pubblica Rai, che rifiuta di trasmettere la pubblicità del film (negli spazi pur previsti da contratto) per “l’inequivocabile messaggio politico di critica al governo”. Procacci ha detto che “Ci sono stati film assai più duri nei confronti di Berlusconi come "Viva Zapatero" o "Il caimano", che però hanno avuto i loro spot sulle reti Rai. E il governo era dello stesso segno di oggi. Penso che se questo film è ritenuto così esplosivo vuol dire che davvero l'Italia è cambiata". La Rai, sentite questa, accetterebbe di mandare lo spot solo se trasmesso insieme con quello di un film che controbilanciasse i contenuti di “Videocracy”. Una sorta di ridicola par condicio. Vien da chiedersi se lo stesso varrebbe per il caso opposto, ossia per un film che recasse “l’inequivocabile messaggio politico di lode al governo”. Voi cosa dite?

Tutto questo è più che grottesco e meschino: è patetico, o forse preoccupante. Parafrasando il commento di Pierluigi Bersani, consiglio alla Rai di non trasmettere mai più “Ombre rosse” se non affiancato da “Soldato blu”.

 

Postato da: Gretsch a 19:48 | link | commenti
miscellanea

giovedì, 09 luglio 2009

NIDI E LAVATRICI

 

 

 

In un vecchio articolo (“Civiltà a confronto”) toccavo un argomento che mi ha sempre affascinato, il contatto tra civiltà giunte a stadi di evoluzione molto diversi. Il contrasto più stridente si ha forse mettendo in comunicazione una tribù primitiva e un gruppo di persone tecnologicamente avanzate: per esempio, i classici selvaggi con archi e frecce e gli esploratori che scendono da un elicottero con fucili di precisione e telefoni satellitari. Della differenza di cultura e di tecnologia ho già detto in quell’articolo (che come tutti gli altri è consultabile nel sito indicato sopra); oggi vorrei parlare di altre differenze.

Prendiamo un animale qualsiasi, per esempio un uccello; sa procurarsi il cibo e costruirsi il nido. E questo vale per qualsiasi uccello. Lo stesso si può dire per un ragno, che tesse la tela e cattura le prede. Molti animali si costruiscono nidi o scavano tane, e procurano da mangiare a sé e alla propria prole. Ora, non sono esperto di etologia, ma so che certi animali si sono organizzati in società in cui è presente una divisione dei compiti. Lo stesso abbiamo fatto noi; chi cacciava, chi scuoiava, chi cuciva, chi stava di sentinella, chi allevava la prole, eccetera. Sono così nati i mestieri: ogni artigiano era (ed è ancora) maestro nel proprio campo. Credo che proprio dalla divisione dei compiti nasca quella differenziazione, quella specializzazione che ci rende così diversi da un uccello qualsiasi. Quindi, se è vero che l’Homo Sapiens Sapiens sa costruire non solo case, ma palazzi, grattacieli, astronavi, ponti e microchip, è vero anche che lo fa delegando questi compiti ad individui specializzati, che hanno le conoscenze teoriche e pratiche per ideare e portare a termine un progetto. La maggior parte delle persone, perlomeno all’interno delle civiltà industrializzate, è a malapena capace di far funzionare una lavatrice (specie i maschi), figuriamoci inventarla, progettarla e costruirla. Se pensiamo agli uomini primitivi nell’accezione più popolare, cioè come a bruti vestiti di pelli che cacciavano con lance ed asce e bivaccavano attorno ad un fuoco, istintivamente li collochiamo al gradino più basso della civiltà, ma basta riflettere un attimo e ci accorgiamo che la maggior parte di noi, che guidiamo le auto e usiamo i computer, non saremmo capaci di fare quel che facevano loro. Chi sa accendere un fuoco senza usare fiammiferi o accendini (o lenti)? Provate a immaginarvi nudi, intirizziti, affamati: riuscireste a costruirvi un’arma efficace, ad uccidere una bestia feroce, a scuoiarla, accendere un fuoco ed arrostirla (o mangiarla cruda), fabbricarvi un vestito con la pelliccia, o una sola di queste cose?

Il professore di matematica e fisica un giorno ci domandò: voi che fate il liceo classico, che sapete il greco e il latino, che vi credete così istruiti, lo sapete come funziona un cesso? Ridacchiando, e ben sapendo che nessuno avrebbe risposto di sì, cominciò a disegnare sulla lavagna la struttura di un comune sciacquone, e a spiegarne il funzionamento. Il fatto è che gran parte della nostra cultura è principalmente teorica, spezzettata, generica, estesa in superficie ma non in profondità. La divisione dei compiti penalizza la nostra capacità individuale di comprendere ed affrontare gli elementi primordiali della natura. La nostra esperienza quotidiana ci vede usare attrezzi, apparecchi, strumenti ideati e costruiti da altri, di cui sappiamo poco o nulla. Se il ferro da stiro smette di funzionare, anche se sappiamo approssimativamente come dev’esser fatto dentro, ben difficilmente decidiamo di aprirlo e di cercare di aggiustarlo. Per questo esistono i riparatori (sempre meno numerosi, in verità: ora quel che si rompe si getta, diminuendo così ancor di più il numero degli esperti e aumentando quello degli ignoranti). Un selvaggio dell’Africa sa cavarsela nel bosco o nella savana molto meglio di un professore di Oxford (anche se questi ha studiato per anni il comportamento di quel selvaggio), ed i boy scout che insegnano ai lupetti come ci si orienta o come si costruisce una barella di fortuna, in mezzo alla tundra vivrebbero molto meno a lungo di un bambino eschimese.

Oggi, nella siepe, ho trovato un nido abbandonato, (storno? Merlo? Non lo so, già questo la dice lunga) e l’ho osservato attentamente. Qualsiasi uccello nasce con la capacità di costruire nidi (il cuculo con quella di sfruttare i nidi altrui). Alcuni, come quelli dei piccioni, sono autentiche schifezze, ma la maggior parte sono molto ben fatti e durano anche più del necessario, mentre altri sono autentici capolavori. Le api trovano il polline, comunicano ad altre api le coordinate per trovarlo, costruiscono celle esagonali e producono miele senza che nessuno glielo debba insegnare; tutto il loro comportamento è inscritto nei loro geni. I gatti sono predisposti alla caccia, anche se le madri istruiscono i piccoli con l’esempio. Gli uomini, senza insegnamento e senza un lunghissimo addestramento, sono inetti e indifesi. E questo vale specialmente per noi occidentali di questo secolo.

Da giovane pensavo a che cosa avrei fatto nella vita - una domanda che nessun animale si pone - e avevo aggiunto alla breve lista di opzioni (insegnante, traduttore, giornalista) un lavoro che forse non esiste neppure, cioè guardiano delle dighe dei castori in Canada. Vi invito ad informarvi sulle straordinarie capacità di questo mammifero che in Europa e in Nordamerica è stato cacciato fino all’estinzione. La costruzione delle tane e delle dighe è più complessa di quanto si possa pensare, e fornisce ai castori una casa, una difesa e un vivaio di pesci da mangiare.

L’uomo, animale sempre più culturale, sempre più lontano dalle sue origini, stermina i castori, abili architetti, ingegneri, falegnami, muratori, ma se lasciato in un bosco o in una via sconosciuta del centro non è nemmeno capace di ritrovare la strada di casa. L’unico vantaggio che gli viene dal non saper accendere il fuoco è che se dimentica l’accendino fumerà qualche sigaretta in meno.

Postato da: Gretsch a 19:55 | link | commenti (4)
miscellanea, quotidianitĂ 

giovedì, 26 marzo 2009

Uomini e fiori

 

Si sente dire spesso che il mondo che ci circonda è meraviglioso. E quanta ammirazione suscita il corpo umano, con la sua sorprendente anatomia e fisiologia, che ancora non conosciamo a fondo. Ma proviamo a domandarci: tutto ciò è stupefacente e meraviglioso rispetto a cosa? Anche una bicicletta è stupefacente e meravigliosa per un primitivo che non ne ha mai vista una, mentre noi non ci facciamo impressionare da un computer o da una navicella spaziale.

Quando ci dicono, fin da piccoli, che il corpo umano è una macchina perfetta, siamo portati a crederlo, perché ammiriamo la complessità del suo funzionamento, perché ogni organo ha la sua precisa funzione, eccetera. Quando cresciamo, questo concetto solitamente si rafforza perché aumentano le nostre conoscenze proprio sul grado di complessità della macchina umana, e naturalmente anche delle altre creature viventi, non esclusa la complessità dei loro scambi. La complessità, dunque: è questa che trae in inganno. Dicono che l’uomo con tutta la sua tecnologia non saprebbe riprodurre un fiore; può inventarne di meravigliosi usando carta, disegni animati e non, computergrafica, qualsiasi altro materiale. Ma non può crearli, dicono. Invece è facile, lo fanno i floricoltori tutti i giorni, e anzi ne inventano di nuovi; ed è ancora più facile e più piacevole creare un essere umano: basta accoppiarsi. Questo però ci porta fuori strada rispetto all’idea di perfezione: il fiore, l’uomo, sono considerati meravigliosi e complessi e dunque perfetti così come sono: inarrivabili, insuperabili, segni di compiutezza, come del resto ogni altro essere vivente (e non) creato da Dio, di cui il culmine sarebbe proprio l’uomo per la sua intelligenza, per il suo famoso libero arbitrio, e, secondo alcuni, per il fatto di possedere un’anima immortale. Ma il corpo umano è una macchina tutt’altro che perfetta: molte sono le malformazioni congenite, ed anche un corpo sano si ammala; la vista, per esempio, non è sempre buona, ed ogni sorta di tare ereditarie e di malesseri anche gravi ci affliggono quotidianamente. Il nostro giudizio, inoltre, è spesso falsato o incerto. Fiori e uomini, poi, vivono in un mondo tutt’altro che perfetto: terremoti, alluvioni, epidemie, incidenti di ogni genere possono uccidere o mutilare chiunque, a caso. Un fiore, come il corpo umano, è una tappa dell’evoluzione. Possiamo considerarla un punto d’arrivo, la perfezione insuperabile (ma basterebbe attendere qualche milione d’anni per vedere fiori diversi, ancor più stupefacenti, o non vederne affatto). Oppure considerare che esista un fiore perfetto che non è quello che abbiamo davanti: un fiore semplicemente non migliorabile. Lo possiamo immaginare, come possiamo immaginare che esistano mondi meravigliosi o terribili, o che esista un Dio. Il fatto che possiamo immaginare qualcosa non prova che esista, al massimo che potrebbe esistere. Di fatto, i fiori sono tanti e diversi, come le specie viventi, ognuna delle quali ha trovato il suo posto, che può anche perdere, perché ogni specie muta o soccombe col trascorrere del tempo, un tempo che si esprime appunto in milioni d’anni o miliardi di anni, entità che non riusciamo neanche a concepire. Quanto all’idea di perfezione, è vaga: ognuno ne ha una propria. Ma poi, se guardi un’orchidea ti chiedi forse come migliorarla? Un pensiero da Nero Wolfe, forse, ma anche un fanatico di incroci non disconoscerebbe la bellezza sublime di ogni esemplare, la sua - di nuovo - perfezione.  Che perfezione non è, ma appunto bellezza, armonia, fascino (e nemmeno a parere di tutti). Perciò, se abbandoniamo il criterio estetico, la perfezione diventa l’assenza di ciò che compromette integrità e funzioni: in parole povere, il corpo umano sarebbe perfetto se non s’ammalasse e (a questo punto) se non morisse.

Un argomento simile è quello della perfezione del moto dei pianeti: ognuno in meraviglioso equilibrio, ognuno che segue la sua orbita rispetto al sole. Si tratta di un’impressione ingannevole, naturalmente: si ignorano tutti quei pianeti che erano troppo vicini o troppo lontani o di massa inadatta a gravitare intorno alla nostra stella, e che non vediamo perché sono stati eliminati. Anche qui, quel che ammiriamo è il prodotto di una selezione, non un miracolo subitaneo. Ci sono miliardi di stelle senza pianeti, e miliardi di pianeti senza vita. E chissà quanti bei fiori c’erano un milione d’anni fa e non ci sono più: non erano perfetti, forse? Certo che no, se perfezione significa sopravvivenza. Quindi non è vero che ogni essere vivente ha il suo posto in un universo programmato per essere così com’è, perché migliaia sono le specie che non esistono più e ogni giorno, come ben sappiamo, qualcuna scompare per sempre. Queste false impressioni nascono spesso dalla convinzione che l’uomo sia il centro dell’universo, e che tutto sia stato concepito per essere al suo servizio, o quanto meno su misura per lui – che si limita ad osservare il presente, di cui a malapena conosce il funzionamento, e ignora sia il lontano passato che il futuro, immediato o remoto - mentre l’uomo stesso non è che il frutto di un’evoluzione che tende a perpetuarsi (la volontà di Schopenhauer, l’istinto di riproduzione dei biologi, la fregola degli animali, uomo incluso). Ci pare che il cielo sia stato fatto di un bell’azzurro riposante per compiacere i nostri occhi; per contestarlo mi viene spontaneo tornare al celebre argomento degli occhiali di Voltaire: se il naso è stato creato per reggere gli occhiali, allora anche l’azzurro del cielo è stato creato per riposare il nostro sguardo, l’acqua per bere e lavarsi, e i polli per essere fatti arrosto. Questo confondere la causa con gli effetti è fonte di grandi fraintendimenti, spesso utilizzati dalle religioni (nella Bibbia si arriva dapprima ad affermare che gli animali sono fatti per servire l’uomo, e poi che la donna è anch’essa fatta per servire l’uomo).

Si può credere che il nostro destino sia il paradiso o l’inferno, ma si può anche affermare che l’uomo sarà senz’altro un paradiso per vermi e batteri, e che quello è il suo destino certo, a quanto finora si è visto. La cremazione è un’alternativa che dà poca soddisfazione, sia a noi, sia a chi ci sopravvive per un po’, sia, soprattutto, a vermi e batteri; i quali, se hanno un Dio, si sentiranno dire che tutti gli altri esseri devono essere a loro sottomessi. Il che non è poi così lontano dal vero.

 

Postato da: Gretsch a 14:49 | link | commenti
religione, miscellanea

giovedì, 05 marzo 2009

I CONTI DELLA SERVA

 

 

“Il nucleare è la forma più pulita di energia disponibile”. Lo ha detto, lapidario come solo lui e il Duce, il Presidente del Consiglio.

Non sono esperto dell’argomento, ma Berlusconi lo è ancor meno, e allora da queste pagine lo invito ad un pubblico dibattito col sottoscritto, dopo il quale i lettori di Piazza Verdi diranno chi li ha convinti. Informazioni e prove d’ogni genere contro le centrali nucleari ce ne sono a volontà, ma qui mi limiterò a trattare la questione secondo un punto di vista terra terra, diciamo quello del contadino, più che del cittadino. Sentir dire che una centrale nucleare è la forma più pulita di energia, considerando che impiega materiali altissimamente pericolosi e sommamente tossici, farebbe venire da ridere, se non ci fosse da preoccuparsi. Basta chiederlo ad un bambino: più pulito del nucleare c’è per esempio il sole, c’è per esempio il vento, che non sono tossici e sono pure gratis. C’è l’energia geotermica, c’è quella idroelettrica. Ci sono le biomasse, il fotovoltaico. Il nostro contadino direbbe che una volta si metteva un contenitore di metallo all’interno del letamaio: la fermentazione produce calore, che scalda l’acqua, sufficiente per lavare tutta la famiglia. Gratis. In più, il letame faceva parte di un ciclo continuo, sano, non inquinante, anzi, fertilizzante. Sempre il nostro contadino potrebbe suggerire un riscaldamento a legna, che contrariamente al carbone non inquina, ed in più contribuisce a mantenere sani i nostri boschi, utilizzando per la combustione solo quella legna che proviene dal governo di essi. Pochi sanno che il nostro patrimonio boschivo aumenta di 30 milioni di metri cubi l’anno, ed è in espansione da circa 150 anni. Inoltre le piante da bosco possono essere piantate e coltivate, come qualsiasi pianta: avete mai avuto il timore che scarseggiasse l’insalata?

Mercedes Bresso, presidente della Regione Piemonte, non vuole il nucleare. E non è la sola. L’accusa d’essere retrograda viene da Enzo Ghigo, Pdl, che almeno rispetto a Berlusconi la racconta più giusta: “L’energia nucleare è la fonte non solo più economica, ma anche più pulita, rispetto all’inquinamento prodotto dai combustibili fossili” (corsivo mio). Ah, ecco. Mangiare sapone è forse meglio che mangiare cacca; ma non si potrebbe avere un piatto di spaghetti? Comunque la Bresso ci dà l’occasione per notare un atteggiamento: la stragrande maggioranza di chi è favorevole alle centrali non ne vuole però una vicino a casa; e perché mai, se sono così sicure? Il fatto è che, come dice Jeremy Rifkin, “si tratta di un'energia con basse probabilità di incidente, ma ad alto rischio. Ovvero: non succede quasi mai niente di brutto, ma se qualcosa va storto può essere una catastrofe. Come Chernobyl”. E già che ci siamo, citiamo ancora Rifkin. Ecco alcuni dei suoi punti chiave:

  1. Oggi sono in funzione nel mondo 439 centrali nucleari e producono circa il 5% dell'energia totale. Nei prossimi 20 anni molte di queste centrali andranno rimpiazzate. E nessuno dei top manager del settore energetico crede che lo saranno in una misura maggiore della metà. Ma anche se lo fossero tutte si tratterebbe di un risparmio del 5%. . Perché il passaggio al nucleare avesse un impatto sull'ambiente bisognerebbe costruire 3 centrali ogni 30 giorni per i prossimi 60 anni. Così facendo fornirebbe il 20% di energia totale.
  2. Gli Stati Uniti hanno straordinari scienziati e hanno investito 8 miliardi di dollari in 18 anni per stoccare i residui all'interno delle montagne Yucca dove avrebbero dovuto restare al sicuro per quasi 10 mila anni. Bene, hanno già cominciato a contaminare l'area nonostante i calcoli, i fondi e i super-ingegneri. Davvero l'Italia crede di poter far meglio di noi? L'esperienza di Napoli non autorizza troppo ottimismo.
  3. L'uranio comincerà a scarseggiare dal 2025-2035. I prezzi, quindi, andranno presto su.
  4. Non c'è abbastanza acqua nel mondo per gestire impianti nucleari. Temo che non sia noto a tutti che circa il 40% dell'acqua potabile francese serve a raffreddare i reattori. L'estate di cinque anni fa, quando molti anziani morirono per il caldo, uno dei danni collaterali che passarono sotto silenzio fu che scarseggiò l'acqua per raffreddare gli impianti. Come conseguenza fu ridotta l'erogazione di energia elettrica. E morirono ancora più anziani per mancanza di aria condizionata..
  5. Ad una domanda sull’autosufficienza Rifkin risponde: "Sta scherzando? Voi siete messi meglio di tutti: avete il sole dappertutto, il vento in molte località, in Toscana c'è anche il geotermico, in Trentino si possono sfruttare le biomasse. Eppure, con tutto questo ben di dio, siete indietro rispetto a Germania, Scandinavia e Spagna per quel che riguarda le rinnovabili".

Cosa aggiungere? Che ci sono comuni già autosufficienti dal punto di vista energetico; che risparmiando in mille modi (lampade a basso consumo, lampade spente quando non fanno luce a nessuno, impiego di materiali edili idonei, reimpiego dei rifiuti, drastica riduzione della produzione di oggetti inutili) cala il bisogno di energia; che se c’è un nucleare di ultima generazione c’è anche un eolico e un solare di ultima generazione; che Obama sta mettendo da subito in pratica questi progetti, e difatti Berlusconi non lo cita mai. A sentire la tv, pare che gli italiani riprendano in considerazione il nucleare: state in guardia! Informatevi per conto vostro, notizie in rete ce ne sono tantissime.

E poi, vi dirò: diffido di tutto quello che viene tolto con tanta fatica da sotto terra e che sotto terra non fa più ritorno, se non per nasconderne la pericolosità (quindi escludiamo le patate e i tartufi): ad esempio l’amianto, l’oro o il carbone, materiali per cui gli addetti all’estrazione fanno una vita grama, si ammalano, muoiono, e sono trattati spesso come schiavi (Leopardi diceva una cosa simile nello Zibaldone). Il carbone rimane nell’aria e nei polmoni, le scorie nucleari sono un problema per gli Usa, figuriamoci, come ha detto anche Crozza, per Napoli. Sole, vento e acqua saranno ben cose diverse, no? Se un piccolo villaggio può essere autosufficiente, come è stato per millenni, con mulini a vento o ad acqua, segherie pure ad acqua, riciclo di materiali di consumo, anche il villaggio globale può esserlo. La tecnologia c’è, e se non c’è che si sviluppi in quel senso: senza fare andare avanti e indietro camion e altri macchinari per vent’anni per costruire milioni di metri cubi di cemento per una sola centrale, che nessuno vuole vicino e che fornisce energia in quantità ridotta e a rischio (terrorismo incluso). Chiedete alla serva: anche se fa la cresta sulla spesa, vi dirà che i conti non tornano.

Postato da: Gretsch a 10:44 | link | commenti
miscellanea, quotidianitĂ 

giovedì, 04 dicembre 2008

Dimmi come ti chiami

 

Il partito “Movimento sociale-Fiamma Tricolore della Basilicata” darà un premio di 1500 euro ad ogni bambino nato nella regione cui venga dato il nome di Benito o Rachele. Motivo ufficiale dell’operazione: promuovere la natalità. Motivo reale (riteniamo): farsi pubblicità. Infatti, a chi verrebbe in mente di far venire al mondo una creatura solo per 1500 euro una tantum? Forse a uno scozzese; meno facilmente ad un materano. E’ più probabile, invece, che chi si trova col progetto in corso d’opera scelga uno dei due nomi perché già di partenza favorevole all’idea fascista. Una specie di giroconto, insomma. Ma nulla cambierebbe se altri partiti proponessero altri nomi. Solo che i nostalgici di sinistra sono meno fortunati: Stalin si chiamava Giuseppe, il Che faceva di nome Ernesto, che non è proprio rarissimo, la Pasionaria Ibaurri faceva Dolores, e la Luxemburg poi portava il secondo nome italiano più diffuso, cioè Rosa. E’ vero che Lenin si chiamava Vladimir, ma al giorno d’oggi tutti penserebbero a Luxuria, e il sol dell’avvenire ce ne metterebbe ancora di tempo, prima di sorgere. Rimane Fidel, ma per le femmine? Tornando alla Fiamma, ci si può chiedere se Claretta o Galeazzo possano andar bene lo stesso, ma pare che i nomi da 1500 euro siano solo due, Benito e Rachele. Ora, Rachele non è poi così sconvolgente, molte ragazze o bambine si chiamano così; forse anche perché tutti conoscono Benito Mussolini e molti meno Donna Rachele (per via appunto della più famosa e scomoda Claretta Petacci; per tacere di Edda). E gli extracomunitari? La Fiamma Tricolore non li esclude, o meglio, dà come condizione che uno dei due genitori sia italiano. Nasceranno allora dei Benito Mohamed Abdullah, il che dopo tutto non stona con le ambizioni colonialistiche del ventennio. Faccette quasi nere.

Postato da: Gretsch a 08:28 | link | commenti (5)
miscellanea

martedì, 05 dicembre 2006

Totò fustigatore

 

Negli ultimi tempi l’occasione di dibattito sulla satira è venuta, tra le altre, dalle vignette su Maometto pubblicate in Danimarca, da quella su Israele pubblicata da “Liberazione” nel maggio di quest’anno, dalle parodie di Fiorello e di Crozza, dalle tirate della Littizzetto. C’è chi vuol proibire un certo tipo di satira, chi la vuol disciplinare, chi la accetta quasi completamente ma non sopporta che si tocchino temi delicati come la religione, l’handicap, la morte.

Io credo che si possa fare satira su qualunque argomento. Libertà d’espressione significa anche libertà di satira; se la tv di Stato e quella commerciale hanno il diritto di propinarci robaccia coi loro programmi cafoni, noi abbiamo il diritto di non guardarli o di contestarli, visto che paghiamo entrambe; allo stesso modo, una vignetta, una caricatura, un programma che si (auto)definisce satirico hanno anche loro il diritto di vivere, come noi abbiamo il diritto – e spesso, direi, il dovere – di criticarli. O di ignorarli. Il discrimine non è certo quello del fare o non fare ridere: c’è chi non apprezza Altan o Ellekappa e gradisce le gag del Bagaglino, che non fanno nemmeno notizia, e dalle quali nessun politico si sente mai punto (segno quindi che satira non sono). Altro effetto hanno vignette velenose come quella, ormai celebre, di Forattini su D’Alema che cancella qualche nome dalla famosa lista Mitrokin,  tornata di scena in  questi giorni.

bianchetto

A quella vignetta D’Alema reagì con una querela e una miliardaria richiesta di risarcimento. Il suo risentimento fu disapprovato anche a sinistra, per esempio da Michele Serra. Giustamente, del resto: chi è in una posizione di visibilità o di potere sa che deve aspettarsi critiche anche pesanti, e magari non rispondenti alla realtà; ma deve farsene un baffo, o due nel caso di D’Alema; abbozzare, insomma, mandar giù, o replicare sullo stesso piano; o mostrare indifferenza, come il mitico Cuccia di Mediobanca. C’è chi sostiene che la satira sta tutta da una parte sola, e che anche con la sinistra al governo il bersaglio preferito è sempre la destra, ma direi che questo è vero in parte. Alla destra non mancano i giornali né i programmi per farla; forse mancano gli autori. Certo che di Guareschi ne nasce uno ogni cent’anni.

Il Vaticano ha espresso vivo disappunto per le imitazioni di Crozza e Fiorello (che non ho mai visto né sentito se non a pezzetti), facendo lo stesso errore di D’Alema, cioè quello di prendersela pubblicamente, e di invitare gli autori ad astenersi dal proseguire. A chi dice che coloro che fanno dell’umorismo sul Papa dovrebbero fare altrettanto con l’Islam, dico che per prima cosa uno la satira la fa verso chi gli pare; in questo campo non esiste certo, né è auspicabile, una par condicio; e poi fare satira sul Papa, oltre che essere più facile e di più immediata presa - dal momento che la Chiesa sta in Italia e che ne subiamo l’influsso da due millenni - è anche molto meno pericoloso che farla su Maometto. Tutto sommato una certa ritrosia si può anche comprendere: a nessuno piacerebbe fare la fine di Theo Van Gogh. Che dire infatti di quei quattro gatti neonazisti olandesi che hanno realizzato un filmato più che amatoriale in cui si prendevano pesantemente in giro i musulmani, umiliandoli ed offendendoli, filmato diffuso in rete, che ha scatenato le ire e le maledizioni di un certo Islam? Un Islam che chiedeva vendetta contro una nazione (l’Olanda, poi…) che permetteva simili esibizioni? Sarebbe come se la Farnesina se la prendesse con gli Stati Uniti perché in un loro cartone animato (“Shark tale”) lo squalo mafioso ha l’accento siciliano. Insomma, lasciamo che la satira abbia la sua funzione, come l’aveva il giullare di corte. Cioè quella di alzare il velo o la sottana, di rivelare l’imbroglio, di fustigare i costumi con un sorriso. “Castigat ridendo mores”, che Totò tradusse in pratica picchiando un nero e sghignazzando. “Guarda Omar quant’è bbello… spira tanto sentimento…”. Al giorno d’oggi una scenetta del genere, è triste constatarlo, pochi si sentirebbero di farla, e nessuno di farla passare.

Postato da: Gretsch a 00:07 | link | commenti (20)
polemiche, miscellanea

mercoledì, 04 ottobre 2006

KAPO’
 
Onore a Baden Powell, fondatore dello scoutismo. A lui va il merito d’aver portato molti bambini e ragazzi a contatto con la natura, insegnando loro a cavarsela nelle piccole faccende quotidiane, a conoscere e ad apprezzare piante ed animali, e in generale ad una filosofia di mutuo soccorso e di solidarietà. E’ nota la classica situazione dello scout che per compiere la sua buona azione quotidiana vuol fare attraversare la strada alla vecchietta, che magari non ne vuol sapere. Al di là del luogo comune, ritengo l’idea meritoria. In Italia lo scoutismo è rappresentato essenzialmente dall’ASCI, in cui la C sta per Cattolica. Quando frequentavo i “lupetti” (vale a dire gli aspiranti scout) di Mirandola, la componente religiosa e quella paramilitare non erano certo marginali. Ma questo accadde molti anni fa, e probabilmente le cose sono cambiate. Non posso però dimenticare quel soggiorno estivo in montagna. Avrò avuto dieci anni.
Io non ci volevo andare, e piansi per quasi tutto il viaggio in corriera. All’arrivo ci alloggiarono in una scuola, che alle finestre non aveva vetri ma fogli di carta colorati, di modo che all’alba – e dico all’alba - ci si svegliava in un arcobaleno fluido. Si chiacchierava sottovoce fino a quando arrivava la sveglia ufficiale, e bisognava vestirsi e fare toilette. Ma non in bagno, bensì al torrente, a dieci minuti di marcia. Lì, nell’acqua gelida, ci si lavavano mani e faccia, poi si tornava alla base per l’ispezione, che consisteva in un accurato controllo dell’aspetto e del posto branda. Già il primo giorno dovetti affrontare un problema: il tizio che mi esaminava trovò che le mie orecchie non erano abbastanza pulite. La mattina dopo le strofinai energicamente con acqua ghiacciata e sapone, ma solo per sentirmi ripetere che non passavano l’ispezione. Inutile dire che i reiterati sfregamenti e le prolungate frizioni riuscivano solo a far diventare le mie cartilagini rosse e doloranti, e che rischiai di perforarmi i timpani senz’altro risultato che quello di veder scuotere la testa e affiorare un sorrisetto malevolo. Oltretutto non potevo mettere in dubbio la parola dell’esaminatore, per la ragione, ovvia, che non potevo controllarmi da solo (e forse proprio su questo il bastardo faceva conto) ma anche per quella, meno ovvia, che non osavo chiedere ai compagni di farlo.  Ero timido e un po’ spaesato, e gli unici due bambini con cui riuscii a stabilire un rapporto erano considerati da tutti dei tipi strani, se non dei veri casi clinici. Uno dei due probabilmente era davvero un po’ tarato; l’altro invece si poteva definire un originale: in seguito ci ritrovammo nella stessa classe al liceo, e facemmo insieme dei fumetti satirici che tuttora conservo; lui sapeva suonare bene il piano e in seguito diventò medico.
Dopo la colazione si marciava tutti verso il campo scout, dove ci dovevamo sorbire la messa quotidiana. Mentre ci si annoiava alla funzione si guardavano con invidia quei ragazzi più grandi che dormivano nelle tende e facevano da mangiare nella cucina da campo. Durante la giornata si facevano escursioni, e si superavano prove di abilità, per ciascuna delle quali, se si eccelleva, veniva appuntata alla manica un’etichetta, come un’onorificenza. I più bravi ne avevano fino al gomito; io esibivo maniche pressoché illibate. Ma anche noi nerds avemmo un giorno di soddisfazione, quando accadde l’impensabile: una mattina due “capi” (ragazzi della nostra età responsabili dei gruppi in cui i lupetti erano divisi) litigarono durante l’ispezione, e, nientemeno, dopo essersi scambiati insulti vennero alle mani. Trattandosi di alti in grado, la cosa non passò sotto silenzio, e tutti venimmo radunati d’urgenza giù in cortile. La mattina grigia e fredda dava alla scena un che di drammatico, che faceva pensare ad una esecuzione. Nessuno fiatava, anche perché i due responsabili erano figli di papà, noti rappresentanti del jet set mirandolese. Ci misero in cerchio; al centro i due malcapitati, che nello sgomento generale, furono privati del nodo al fazzoletto. Il nodo, simile a un portatovagliolo, era spesso il vanto del lupetto/scout, che amava personalizzarlo, usando pelo d’animale, cuoio od altro materiale esotico. La motivazione del provvedimento, del tutto simile alla degradazione, cioè alla perdita dei gradi, fu l’aver dato il cattivo esempio. Nessuno comunque ebbe il coraggio di fare dell’ironia nei confronti dei puniti, che ritenevamo già umiliati a sufficienza.
L’ultimo giorno ci fecero il bagno. In fila davanti allo stanzone in cui nessuno aveva mai messo piede, mentre si attendeva il proprio turno di entrare nella tinozza, ci si spaventava l’un l’altro col racconto di quanto dura fosse la striglia che il capo scout avrebbe usato: chi usciva mostrava una faccia sofferente e contrita, rafforzando l’impressione che in quello stanzone si praticasse una specie di tortura. Invece, una sana spazzolata in una meno sana tinozza d’acqua sporca, ed eravamo pronti per essere presentati di nuovo ai nostri genitori.
Ma di quel ragazzotto che ogni mattina mi tormentava, di quel piccolo sadico che non era più lupetto e non ancora scout, di quel kapò insolente e vigliacco che riuscì a rompermi l’anima nel corso di svariati controlli, umiliandomi ripetutamente, non ricordo né il nome né il volto. Lo immagino anonimo e forse un po’ brufoloso, e sono certo che sarà diventato un impiegato ossequioso coi superiori, inflessibile coi sottoposti e pignolo all’inverosimile coi clienti. O forse è rimasto quel che era, un ragazzotto vigliacco e brufoloso, e continua ad ispezionare i padiglioni auricolari dei malcapitati timidi lupetti. Chissà se qualcuno gli ha mai dato un pugno sul naso.

Postato da: Gretsch a 18:58 | link | commenti (27)
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