Archivio di articoli pubblicati sul mensile "Piazza Verdi" dal 1996 ad oggi.

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lunedì, 01 giugno 2009
Miseria e nobiltà

Miseria e nobiltà

 

 

Mio padre me lo raccontava spesso. Ed io ho quella scena davanti, come se fossi stato presente. Fu al teatro Duse di Bologna, una sera degli anni ’50, alla fine di una rivista, spettacolo allora popolarissimo che vedeva attori come Dapporto, Macario, Totò come capocomici, e vantava soubrette non meno famose, come Isa Barzizza, Silvana Pampanini, Wanda Osiris. Quella sera, dopo lo spettacolo, parte del pubblico si accalcava nell’ingresso aspettando l’uscita dei suoi beniamini. Mio padre mi descriveva ogni volta il quadretto: indifferente al vociare e alla confusione, lui se ne stava lassù, a metà della scalinata, in smoking, coi capelli impomatati, la sigaretta dal lungo bocchino, la posa elegantissima, lo sguardo distaccato. Nemmeno l’ombra di un sorriso. E pensare che fino a poco prima aveva fatto mosse di ogni genere, compresa la famosa camminata di Pinocchio, che strappava sempre un’ovazione. Aveva riso, scherzato, buffoneggiato, ammiccato alle ballerine. Ora invece… sembrava avesse deposto la maschera; e quella posa, quello sguardo grave parevano dire che la persona non era il personaggio. “Perché lo sai, no? – concludeva immancabilmente mio padre – Lui diceva d’essere di nobili natali, e ne era molto orgoglioso…”

Una tale rappresentazione di Totò non è certo dissimile da quella di tante fotografie, e dell’immagine descritta da molti altri, anche dallo stesso Totò. Il quale era sì di padre nobile, ma squattrinato, e di madre popolana.

“Tra me, come sono nella vita reale, e Totò, come appare in palcoscenico, c’è una differenza abissale. Io odio la maschera che uso solo per servire il pubblico. Però, nello stesso tempo, è parte della mia anima”. Ma poi aggiunse: “A pensarci bene il mio vero titolo nobiliare è Totò. Con l’Altezza imperiale non ci ho fatto nemmeno un uovo al tegamino, mentre con Totò ci mangio dall’età di vent’anni. Mi spiego?”

Queste frasi le ho prese da un libro che ho trovato nella biblioteca di mio padre. E’ in parte una biografia autorizzata, in parte un’autobiografia. Vi si scoprono i fatti salienti della sua vita e i tratti fondamentali del suo carattere. Che azzardando potrei riassumere così: miseria e nobiltà. Un’infanzia da somaro a scuola (addirittura retrocesso, parola su cui lui scherzava), un tentativo fallito di fare il prete per contentare la madre (che s’infuriò: “Manco o prevete sape fa’!”), il servizio militare e gli innumerevoli soprusi subiti da un caporale (“…giunsi a identificare il peggio dei difetti umani nella categoria dei caporali”) da cui la fortunatissima frase (E in caserma mi capitò spesso di esclamare davanti ai miei commilitoni oppressi: ma guardiamoci in faccia… siamo uomini o caporali?). Poi la durissima gavetta, la fame vera, le angherie di altri “caporali”, la miseria, la tenacia nel perseguire lo scopo, la consapevolezza delle proprie capacità, l’amore per il teatro. E il successo, condito di amarezze e di veri drammi, come l’amore burrascoso con l’attrice Liliana Castagnola, che per lui si tolse la vita.

Scrivo queste righe perché mi hanno colpito alcune sue riflessioni, che riporto: “Non credo che dopo la morte avrò mai un monumento, e neppure un monumentino”. E poi: “Io non sono un artista, ma solo un venditore di chiacchiere, come Petrolini, che, infatti, è stato dimenticato. Un falegname vale più di noi due messi assieme, perché almeno fabbrica un armadio, una sedia che rimangono. Noi, al massimo, quando ci va bene duriamo una generazione. Lo scritto rimane, un quadro rimane, anche un lavandino rimane. Ma le chiacchiere degli attori passano”. Ora, c’è probabilmente un po’ di falsa modestia in queste parole, che però mi sembrano fondamentalmente sincere. Non si tratta solo del bilancio che un artista fa della propria carriera, ma del senso stesso di una vita, improntata, secondo lui, a servire il pubblico e a rallegrarlo con “chiacchiere”, buone per il momento ma destinate all’oblio. Io non credo che sia così. Stroncato senza pietà dai critici per tutta la sua esistenza, dopo la morte Totò è stato abbondantemente rivalutato; ma non ce n’era bisogno, perché tutti lo abbiamo ammirato, e non solo: lo abbiamo amato, e continueremo ad amarlo; e se è superfluo chiederlo ad un napoletano, basta domandare ad un italiano qualunque cosa pensa di lui. Totò, in tutta la lunga carriera fatta di innumerevoli film – alcuni ottimi, altri mediocri o peggio, come lui stesso ammetteva – di teatro, di cinema-teatro, di avanspettacolo, di apparizioni televisive, di poesia (“’A livella” merita un posto nei libri di testo) ci ha dato tantissimo: come possiamo dimenticarlo? I suoi tormentoni forse un giorno non si useranno più, ma se dimenticheremo Totò allora avremo dimenticato anche De Sica, Pasolini, Sordi, Mastroianni, Troisi… Totò, scusa se te lo dico, ma un quadro può durare meno di un lavandino, se nessuno lo guarda; e la stessa cosa vale per uno scritto, o per qualsiasi opera dell’arte o dell’ingegno. Se è vero che tanta arte non viene alla luce, è anche vero che quella vera, che emerge e splende per tanti anni, è dura a morire.

Ma io credo di comprendere il suo cruccio. Ogni uomo degno di tale nome si pone almeno una volta nella vita la domanda: “Che resterà di me?”, e tenta almeno una volta di darsi una risposta. Per qualcuno ciò che rimane sono i figli, per altri le opere. Totò ci ha lasciato queste ultime. Ma ha lasciato anche una figlia, che ha voluto chiamare Liliana, in memoria della donna che per lui si uccise, e accanto alla quale ora riposa. Totò morì un mattino d’aprile del 1967. Ricordo bene la notizia che diede la radio, e lo stupore, e la tristezza di tutti. Aveva avuto due distacchi di retina, da molto tempo era quasi cieco, e l’ultima notte fu segnata da tre infarti. Leggo ora che quel mattino Franca Faldini, sua compagna per 15 anni, dovette uscire dall’appartamento, perché il prete rifiutava di benedire la salma alla presenza di una donna non sposata regolarmente. Franca aveva avuto da Totò un altro figlio, che morì il giorno del parto.

Vedete, se eliminiamo tutte le considerazioni ed i giudizi - quelli di Totò e quelli di chi scrive - riportati su questa pagina, e ci limitiamo a guardare i fatti, ci accorgiamo che dal semplice elenco degli eventi della sua vita appare che fortuna e sfortuna, riso e pianto, commedia e tragedia camminano insieme, come nella vita di tutti. E questo è proprio quello che lui, nelle poche pagine autografe, cerca di farci capire. Far ridere, diceva mio padre, è molto più difficile che far piangere. Totò in un’intervista alla tv disse la stessa cosa. E lui se ne intendeva.

 

Ormai per me il trapasso è ‘na pazziella;

è ‘nu passaggio dal sonoro al muto.

E quando s’è stutata ‘a lampetella

Significa che l’opera è fernuta

E ‘o primm’attore s’è ghiuto a cucca’.

 

P.S.: Proprio ieri qualcuno ha compiuto atti vandalici sulla tomba di Totò, rubando addirittura lo stemma che l’attore aveva costruito con le proprie mani. Non riesco a commentare. Spero che qualche napoletano lo faccia per me.

Postato da: Gretsch a 11:54 | link | commenti (5)
ideali, in memoria di

sabato, 27 settembre 2008

Ringrazio la Redazione di Piazza Verdi per l'affetto dimostratomi in seguito alla scomparsa di mio padre, un mese oggi.
Grazie di cuore, naturalmente, anche a tutti gli amici che mi sono stati vicini, ma anche a chi, pur avendo polemizzato con me su queste pagine, non mi ha fatto mancare la sua sincera vicinanza.
Senza di voi sarebbe stato ancora più difficile. Avete fatto la differenza. E ve ne ringrazio.

Postato da: Gretsch a 21:13 | link | commenti
in memoria di

lunedì, 29 agosto 2005

 OGNI MATTINA (2005)

Andiamo in stampa all’indomani di un avvenimento tragico per la nostra comunità, e sebbene sia anche troppo facile considerarlo come un boccone molto difficile da digerire, e quindi ben in tema col titolo della rubrica, ci manca il cuore, se non lo spirito, di affrontare i fatti con la solita vena polemica. Eppure la polemica è già cominciata, facendo anche più clamore perché è partita dai vertici; ed è auspicabile che continui, fino a portare ad ottenere quelle condizioni di sicurezza di cui si parla, e si parla soltanto, da troppi anni.

Ogni mattina un treno fa il suo percorso, e chi vi sale regolarmente vedrà spesso le stesse facce. Ogni mattina, pedalando da casa al negozio, saluto almeno una mezza dozzina di persone.  E visto che a lavorare ci vado bene o male sempre alla stessa ora, spesso le persone che incontro sono sempre quelle; cambiano semmai se cambio il percorso. In vicolo Grigioni quasi ogni mattina ne incrociavo una; ci si salutava, a volte con un sorriso, e via.

E via.

(dopo il disastro di Crevalcore, in cui persero la vita due giovani molto conosciuti in paese)

Postato da: Gretsch a 19:58 | link | commenti
in memoria di, il paesello

Il nostromo

(2004)

 

 

 

 Solo una volta ho parlato con Giancarlo Borghi. Fu il 13 marzo del 1997. Posso citare la data con esattezza perché subito dopo quel colloquio ho buttato giù alcuni appunti, ai quali mi rifaccio ora.

 

 

 Era seduto nei giardinetti dello scariolante. Io avevo la macchina fotografica al collo, e confesso che vedendolo mi era balenata l’idea di fargli finalmente qualche foto. Lo saluto e lui mi risponde amichevolmente. Allora mi fermo e mi siedo di fronte a lui. Gli chiedo una sigaretta, lui mi offre una Nazionale. Mi racconta la sua giornata.Si alza prestissimo, anche alle cinque, e va in giro a raccogliere la roba vecchia. La porta da Fasòl o da Mondadori, e ci ricava sulle 10-15 mila lire al giorno. "Cosa vuole che ci compri, con diecimila lire... un po' di verdura, gli spaghetti, il sugo, le candele, e le sigarette". Già, le candele, che servono per l'illuminazione in casa. Per riscaldamento, una stufa a legna. La sera va a letto dopo cena, vale a dire verso le otto-nove. Guarda la Nazionale che tiene tra le dita, e fa: "Non sono un intossicato, come dicono... dicono che ho un tumore... ma io il fumo lo soffio via, non lo inspiro, e posso anche fare a meno delle sigarette; quando non ho i soldi, non le compro". Osservo con curiosità quest’uomo su cui, per una singolare coincidenza, ho scritto qualche riga per “Cattiva digestione”, un articolo consegnato un paio d’ore prima, in cui si parla anche di lui e dei suoi jeans, proposti come modello di autentica trasgressione in confronto agli stilisti cosiddetti trasgressivi. Ce li ho davanti ora, quei jeans, e mi compiaccio di non aver sbagliato nello scrivere l'articolo. E poco lontano c’è il famoso carrettino, dalle sponde basse, stipato di roba fino alle sponde stesse. Gli chiedo se il carico è completo, immaginando risponda che è solo a metà, ma sorprendentemente dice: "E' vuoto... quella la chiamo la mia zavorra, c'è tutto l'anno". Ribadisce che la gente pensa cose sbagliate di lui. “Non sono alcolizzato o intossicato dal tabacco”, dice, e mi sembra vero. Del resto non potrebbe tirare il carrettino, no? E lui difatti lo conferma: "L'alcool rovina l'articolazione delle gambe, il fumo i urganìn”, i polmoni. Dice che non ho idea della fatica che si fa a trainare il carretto. Ribatto che me lo figuro benissimo. Ha più di sessant'anni, e da molti anni vive così. Si è separato dalla moglie, e dai suoi discorsi emerge chiaramente la sua misoginia. Sa di essere considerato un diverso, e sicuramente sa anche di esserlo. Si percepisce dai suoi discorsi, e dal tono, che si sente giudicato, criticato; ci si legge un po’ di mania di persecuzione, un po’ il timore di non essere compreso. Gli danno fastidio le critiche della gente (delle donne in particolare). Gli dico che la gente parla e pensa male di certe persone perché non le conosce, perché non ci ha mai parlato. Ma lui, poco convinto, sorride e dice: "Anche lei, a stare qui con me, si rovina la reputazione, sa?". Gli rispondo che non lo penso affatto, che io mi fermo a parlare con chi mi pare, e che in fondo lui sta facendo quello che vuole e non dà fastidio a nessuno, al contrario di tanti altri. Parla con pacatezza. Non attacca nessuno, semmai critica garbatamente. Gli chiedo se legge. Risponde che dei libri ne ha, ma che legge soprattutto testi di elettrologia. Il suo antico mestiere di elettricista (che, sottolinea, ha lasciato non perché non fosse all'altezza, ma per cause "della vita") lo interessa ancora. Vuole stare aggiornato, anche per fare lavoretti in casa propria ed altrui. Gli chiedo quando viene a farsi fare un ritratto in studio. Dice che quando farà più caldo verrà. Le foto che potrei scattargli ora sarebbero buone, ma esito, non mi sembra ancora il momento. E’ come aver avvicinato un randagio buono ma sospettoso, e pretendere di prenderlo subito in braccio. Scapperebbe. E allora continuo a parlare con lui. Gli chiedo se è contento della sua vita, e mi risponde che non si è mai contenti della propria vita, ma che comunque non va tanto male. I suoi vicini di casa non li saluta, non ci parla mai, e in questo modo, dice, si va sempre d'accordo. Nell'accomiatarmi, gli ricordo che mi ha promesso di venire a farsi fare il ritratto. Dice che verrà, ma non messo così, e io obietto che non deve cambiare d'aspetto, ma lui è categorico: "Vengo lavato". Anzi, di più: verrà "con i capelli e la barba bianchi". Non replico che il giallo dei capelli e della barba, macchiata di nicotina intorno alla bocca, lo rende più interessante, però gli suggerisco che quello è il suo aspetto di tutti i giorni, quello per cui la gente lo riconosce. Lui replica che verrà "in regola". Ma non è mai venuto. Lui stesso mi aveva detto che sapeva dov’era il mio “laboratorio” (lo chiamò così), ma che raramente si avventurava nei “quartieri alti”. Io credo che quest’uomo schivo, al contrario di quanto forse credeva, abbia avuto più estimatori che detrattori. Al contrario di tanti barboni di città ha sempre continuato a guadagnarsi da vivere, e quel suo isolamento – per certi versi un po’ snob – che lo distingueva da tutti noi era certamente più apprezzato che biasimato, anche perché improntato ad una correttezza e ad una gentilezza che non offrivano il pretesto per critiche o peggio. Mi dispiace che non sia venuto a farsi il ritratto. Forse aveva bisogno di una riconferma, di un incoraggiamento che non gli ho dato perché, sbagliando, non volevo comportarmi diversamente da lui, che a volte evitava di domandare per non importunare, per non rischiare un no. L’ho visto il giorno prima che morisse, sempre con quel carretto così pesante attaccato dietro alla bici, e mi sono chiesto ancora una volta come facesse alla sua età a sopportare tanta fatica. Forse aveva preteso troppo dalle sue gambe, e dal suo cuore. E’ morto solo, com’era vissuto, credo senza nemmeno un funerale. Riposa, ed è il caso di dirlo, nel cimitero di Buonacompra.

 nostromo

 

 (qui sopra: ritaglio da Piazza Verdi, settembre 2005)

Postato da: Gretsch a 19:50 | link | commenti (2)
in memoria di, il paesello

domenica, 28 agosto 2005

  GIOVANNI

 (2003)

 

 

 Avrei preferito scrivere di lui in un’occasione diversa, magari per la seconda edizione del suo dizionario del dialetto finalese. Qualche quotidiano ha affermato che la pubblicazione era imminente, ma chi ha conosciuto Giovanni ha più di un dubbio a riguardo: era sempre lontano dal credere che le sue ricerche e i suoi approfondimenti avessero raggiunto lo stadio della  pubblicazione; anzi, fosse toccato a lui decidere, staremmo ancora aspettando la prima edizione. Ho iniziato questa pagina parlando di lui come filologo, e posso aggiungere che era appassionato raccoglitore di parole, motti, filastrocche, locuzioni, proverbi. Inoltre, aveva fotografato tutti o quasi i vecchi numeri civici di Finale, e parecchie decorazioni in ferro battuto. Naturalmente, mi si dirà che Giovanni Sola era molto di più: la sapeva lunga in tanti altri campi, storia (anche e soprattutto locale), letteratura, chimica (era stato il suo lavoro) e tant’altro ancora. Dai libri che mi ha regalato quando ha traslocato, si capisce che i suoi interessi erano vasti ma anche profondi: sulla storia degli antichi Egizi non possedeva un volume, ma come minimo cinque. Ci sono numerosi volumi di linguistica, un trattato degli anni ‘50 sulla fisica nucleare e una storia della Cina. Ed è a lui che devo la riscoperta di uno scrittore potente come Jack London. Certo, potrei continuare su questa traccia, elencando i suoi molteplici interessi, ma questo servirebbe solo a ritardare il momento in cui riconoscere in lui qualcosa di diverso, e in fondo di più importante; infatti, il punto dolente è un altro: ho perduto un amico. A Giovanni Sola si attagliano, ironia del destino, proprio quegli aggettivi che lui avrebbe accuratamente evitato di usare; eppure li incarnava tutti: era una persona educata, schiva, estremamente rispettosa, al contempo arguta, affabile, quasi mai di cattivo umore. Un galantuomo. Un signore. Infatti, e ben lo sa chi lo frequentava, Giovanni era la persona meno superba del mondo. Quasi ogni mattina si fermava nella bottega di Poldo Pola, e lì rimaneva a chiacchierare, più sovente ad ascoltare. In quelle occasioni, come in tutta la sua vita, mostrava l’umiltà vera di chi, pur sapendo molto, sa di non sapere nulla, non tanto rispetto a quel che c’è da sapere, quanto a quello che si vorrebbe sapere. Per quanto mi appariva, i problemi che lo tormentavano – ed è il verbo adatto – erano legati alla semantica, alla filologia, alla linguistica. Ed era contento quando gli se ne offrivano altri. L’ultimo che gli avevo sottoposto riguardava un certo uso del “se” nel nostro dialetto. Si era interessato subito alla questione; e sono certo che non avrebbe fatto passare un giorno senza cercare di arrivare ad una soluzione. E ora? A costo di apparire sentimentale, o patetico, mi domando che devo fare di tutte quelle piccole domande che ogni giorno mi nascono in testa, e che ero solito annotare, in attesa di porgliele alla prima occasione. Chi risponderà a queste domande, adesso?

A pensarci, la risposta è terribile. Se è vero che ognuno di noi è unico e irripetibile, è anche vero che certuni hanno accumulato in sé tesori che nessun altro possiede né possiederà mai, perché mancherà, se non la volontà, la pura e semplice possibilità di farlo. La nostra memoria è debole e pigra, e fatalmente voltiamo le spalle a quella che era la nostra civiltà. C’è chi conserva i vecchi “filarin” ed altri attrezzi che testimoniano un’epoca trascorsa. Giovanni salvava dall’oblio le filastrocche, i proverbi, gli adagi, le parole stesse del nostro pur recente passato. Per chi, come me, ha sempre amato le parole, questa era un’operazione più che meritoria: era una vera missione. La nostra consolazione è che parte di queste conoscenze, grazie anche agli amici del gruppo R6J6, sono ora impresse su carta, e spero che i numerosi appunti che dovevano integrare il suo preziosissimo dizionario vengano raccolti e pubblicati. Ma, lo ripeto, Giovanni era molto di più: era un grand’uomo. L’eterna Nazionale senza filtro tra le dita, il sorriso affabile, le imitazioni dell’amato Totò, i foglietti che aveva sempre con sé, su cui ogni giorno annotava termini da studiare, l’atteggiamento pacato, quel modo garbato di parlare e, cosa ancor più rara, la sua capacità di tacere e di ascoltare senza – oh miracolo – mai interrompere, lo rendevano una persona rara. A te, amico Giovanni, uomo raro, levo il mio bicchiere di palgrina (vedi definizione a pag. 427).

Una pagina del suo dizionario

Postato da: Gretsch a 22:44 | link | commenti (1)
in memoria di, il paesello

L’INNO DEL SOLE

 

 

(1998) 

 

 

 

 

Tempo addietro, sfogliando un quaderno del 1972, ho trovato la scaletta del primo concerto del mio primo gruppo musicale; è sorprendente quanto sia simile al repertorio del gruppo in cui suono ora, ed è notevole che molti tra quei pezzi portassero la firma Mogol-Battisti, proprio come gran parte di quelli di ora. L’avete ormai capito, anche da me dovrete sentire qualche frase a ricordo dell’artista scomparso. D’altra parte, alla fine di ottobre, poco prima che esca questo articolo, il gruppo sarà protagonista di una serata commemorativa, e so già che al pubblico presente non sarà necessario un grosso sforzo di memoria né tanto meno un incoraggiamento per cantare assieme a noi quelle canzoni, che si può dire siano già all’interno dei nostri cromosomi. Io sono stato contagiato a quattordici anni, mentre ascoltavo insieme agli altri “Acqua azzurra, acqua chiara”, che decine di volte al giorno usciva dal juke-box dei giardinetti. A sedici anni, come migliaia di coetanei, ho imparato a suonare la chitarra grazie anche a “La canzone del sole”, e su quei tasti ho provato innumerevoli volte gli accordi delle altre sue canzoni, man mano che uscivano. A diciotto anni lo contestavo; a fianco di De André, Guccini, De Gregori, per non parlare dei cantautori cosiddetti militanti, Battisti appariva, con gli abusati termini di allora, troppo commerciale e disimpegnato. Ma ero giovane, e credevo di capire tante cose (esattamente come adesso). Un giorno intervistai Ivan Della Mea, cantautore “politico”, per conto di una radio privata. Gli chiesi un parere sui vari cantautori italiani, e citai Battisti con un’ironia che lui non condivise. La sua risposta fu più o meno questa: “Non sottovalutare Battisti. Musicalmente è fra i migliori che abbiamo. Ce ne fossero come lui...” Negli anni successivi mi soffermai spesso su queste parole. Tuttora non riesco ad apprezzare che pochi tra i testi di Mogol: letti di per sé, spesso non spiccano per originalità o tensione poetica, e certi azzardi sintattici mi appaiono sgraziati proprio come allora. Ma musicati e cantati da Lucio si trasfigurano. Si può davvero affermare che quest’artista trasformasse in oro quel che toccava. Un esempio per tutti: tempo fa la TV ha trasmesso alcuni spezzoni di vecchie incisioni, tra cui “La spada nel cuore”, una canzone che Little Tony portò al successo, ma che nessuno che io conosca cantò mai insieme agli amici davanti al fuoco. Già le prime note, cantate da Battisti con un sottofondo semplicissimo di chitarra, ne fanno tutta un’altra cosa. Non voglio con questo sminuire il merito di Mogol. Se Battisti avesse incontrato un altro paroliere, magari anche molto migliore, probabilmente non sarebbe scoccata la scintilla, e non avremmo avuto il miracolo. E Battisti sarebbe forse rimasto in quell’ombra in cui produttori e RAI l’aveva ricacciato subito e dal quale lo stesso Mogol - a sentir lui - pretese che venisse tolto. E nel quale si è voluto ricacciare da sé, ormai tanti anni fa. La coppia funzionava, e come ebbe a dire acidamente lo stesso Battisti, se dopo il divorzio lui non aveva avuto il successo di prima, neanche Mogol aveva brillato gran che. E se Battisti proprio simpatico non era (il che conferma che non è indispensabile ispirare simpatia per avere successo, e per mantenerlo negli anni, trasformandolo addirittura in un mito) neanche Mogol ci sa conquistare, diciamolo: mi riesce difficile, guardandolo e ascoltandolo, vederlo come una metà del Mito. Anche molti anni dopo il celebre divorzio artistico, Giulio Rapetti - anche il cognome non lo aiuta - ha sempre avuto l’aria un po’ sbigottita di chi non sa ancora rendersi conto di quel che è successo; sceglie con cura le parole, per non mostrare astio verso l’ex socio ed amico, anche se cronache e pettegolezzi ci dicono che di baruffe ce n’è stata più d’una ; insomma, Mogol mi dà l’impresssione di aver sempre faticato per rivendicare un cinquanta per cento di merito, al quale forse ha ormai rinunciato. Mi accorgo che mi sto perdendo in pettegolezzi, dello stesso genere, del resto, di quelli che coinvolgevano un altro sodalizio ben più celebre, quello tra Lennon e McCartney; d’altronde si può ben parlare di fenomeni che coinvolgono più di una e forse più di due generazioni, di canzoni che stanno nel cuore di tantissimi; alcune sono legate a momenti della nostra giovinezza che sarà difficile scordare, e molte si possono ben dire dei classici, che non stancano mai e ai quali tanti continuano ad ispirarsi. E a proposito di questo... Ecco, io non sono tra quelli che vogliono cambiare l’inno nazionale. Non perché mi piace quel che abbiamo, ma perché gli inni nazionali mi mettono a disagio. Ma se proprio si dovesse cambiarlo,  “La canzone del sole” non sarebbe un cattivo sostituto: non parla né di sacri destini né di supremazia bellica, e neppure di esuli e di malinconiche arpe mute, ed offre due grandi vantaggi rispetto all’Inno di Mameli e al “Va’, pensiero”: un giro d’accordi che qualsiasi musicista conosce, e un testo che mezza Italia saprebbe cantare senza sbagliare una parola.

 

 

Postato da: Gretsch a 13:46 | link | commenti
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