oggi
novembre 2009
ottobre 2009
settembre 2009
luglio 2009
giugno 2009
maggio 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
luglio 2008
giugno 2008
aprile 2008
marzo 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
luglio 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
catechismo
film
garcia lorca
guerra e pace
ideali
il paesello
in memoria di
kebab
miscellanea
nanismo
omosessualitÃ
polemiche
quotidianitÃ
religione
suicidio
tv e spot
welby
visitato *loading* volte
Il profumo del fieno
Ci sono domande che sentiamo porre solo nei film, anche se ci attirerebbero subito le simpatie dell’altro. Forse è per questo che non si fanno; sono semplici ma intime e profonde, e presuppongono una lunga risposta. Per esempio, “Sei felice?” o “Quali sono stati i giorni più belli della tua vita?”.
Se facessero a me quest’ultima domanda, avrei la risposta pronta. In più di mezzo secolo di vita, giorni memorabili ce ne sono stati, ma se cercassi di individuare, frugando qui e là in decenni di avvenimenti, incontri e consuetudini, quelli in cui ricordo d’essere stato perfettamente felice, o sereno - che forse è la stessa cosa - … ebbene, non so se arriverei a cinque. Istintivamente però correrei ad un luogo e ad un tempo dell’infanzia, ad un mazzetto di giorni, pochi in verità, ma tutti pieni di uno stupore intenso e pieno, di una gioia che non avrei provato più: i giorni trascorsi in campagna, dal nonno e dagli zii. I quali poco si curavano di me, come si usava allora, e lasciavano che giocassi da solo, o con due bambini che abitavano nella stessa casa. I due erano gemelli, di un anno più vecchi di me. Un anno che ne valeva due, per la malizia data loro dalla vita rurale e dall’estrazione diremmo proletaria, rispetto a me che ero “cittadino” ingenuo e figlio di gente che stava bene. Le differenze sociali forse le notavo, ma era come se non ci fossero. Li consideravo i miei migliori amici, ed ero contento che mi portassero con loro e mi insegnassero tante cose: andare a nidi, per esempio, o fare il chewing gum masticando il frumento – ci voleva tempo e pazienza, e il risultato non era gran che - o costruire una fionda, un arco, un aquilone. Metti insieme tre o quattro ragazzini liberi di scorrazzare tra una rimessa, un cortile, e l’aperta campagna, e prima o poi, anzi, prestissimo, cominceranno a costruire armi atte ad offendere. L’epopea di quei tre bambinetti, come di tutti i loro simili nel mondo, era una replica in sedicesimo dell’evoluzione umana dai primordi: si cominciava con l’arma più semplice, un bastone raccolto da terra, col quale si stabilivano le gerarchie; ci si costruiva poi un riparo dalle intemperie (capanne di frasche o paglia con strutture portanti di vario tipo): si andava a caccia cercando dapprima i cibi più facili da ottenere (uova nei pollai, frutta sugli alberi, pane comune sgraffignato nella dispensa incustodita), perfezionando poi le armi per catturare prede più difficili come uccelli, rane e salamandre (arco e frecce, fionda, cerbottana); si creavano relazioni amichevoli attraverso il gioco (palline, figurine, lippa, gare di vario tipo), si arrivava agli scambi commerciali (le stesse figurine, palline e armi di cui sopra); tutto ciò rafforzava lo spirito di gruppo, fondamentale quando si decideva di introdursi nel territorio limitrofo, ricco di preda ma controllato da bande rivali, con le quali lo scontro era inevitabile. Non per niente allora ci appassionavano libri come “I ragazzi della via Paal” o film come “La guerra dei bottoni”. Un bambino che non ha mai vissuto almeno qualche giorno all’aria aperta insieme a coetanei, libero di far quel gli pare, non ha vissuto. Giocare a nascondino in un fienile, in un fosso, in un campo di mais, è impagabile. Era tutto un mondo, un mondo che ancora troviamo in cartoni animati, in libri e film anche moderni, un mondo però che ben pochi bambini di oggi conoscono: una casa di contadini, un fosso, un fienile, una stalla, un pollaio, una rimessa… e l’aperta campagna davanti. Non c’era il tempo materiale per fare tutto quello che si sarebbe voluto. In quel piccolo grande mondo mi sapevo divertire per ore anche da solo, salendo alla guida del vecchio Dodge rosso col cofano lungo, lasciato dai soldati americani, o girellando tra conigliere e pollaio, tra anatrine, francesini, “nàdar mut”, arrampicandomi su per il fienile (e chi può dimenticare il profumo del fieno?) a cercare eventuali nidiate di gattini; curiosando tra gli attrezzi e cacciando formiche, mosche e lucertole. Ma era in compagnia che ci si divertiva di più e si producevano i danni maggiori. Avevamo accesso a parecchi attrezzi ed utensili, e ne approfittavamo. L’arma più micidiale era l’arco con le frecce metalliche: queste ultime si ricavavano dalle stecche di un vecchio ombrello, appiattendone le estremità con un martello e praticando in una di esse una tacca per l’incocco. Inutile dire che, scagliato con una certa forza a distanza ravvicinata, un dardo del genere ti passava da parte a parte. Noi lo sapevamo, e ne eravamo fieri. Ma ci si dilettava anche con sabotaggi ed esplosivi. A cento metri passava la vecchia ferrovia della Sefta, e naturalmente si mettevano sassi sui binari per vedere che effetto facessero quando passava il treno; scappavamo via e ci nascondevamo a spiare, ma non abbiamo mai avuto la pazienza di aspettare, e quando tornavamo non c’erano tracce di disastri. Gli stessi binari servivano anche per esperimenti pirici: col salnitro raschiato dai muri della porcilaia e la carbonella presa dalle ceneri sotto il paiolo da “bugada”, mescolati e pestati insieme con una sasso, si formava una miscela che andavamo a porre su una traversina; quindi gli si dava fuoco (magari con i costosi ed ambitissimi fiammiferi antivento, 30 lire la scatola), e si stava ad ammirare lo sfrigolio fumoso di quel composto che bruciava ad altissima temperatura e lasciava buchi vistosi nel duro rovere. Naturalmente avremmo preferito che esplodesse, ma agli ingredienti bisognava aggiungere il mitico zolfo, che nessuno sapeva come procurarsi (per fortuna). Oltre il fienile ed il letamaio (la “massa”), si stendevano i campi che portavano allo zuccherificio, coi suoi acquitrini, altro territorio di esplorazione e di caccia. E a volte non ci arrivava neppure, tante erano le distrazioni che trovavamo sul percorso, da un nido quasi irraggiungibile ad un pioppo caduto, tra i cui rami giocammo un pomeriggio intero. C’erano tante mosche e poche automobili. Nelle stalle dove ora si va a mangiare c’erano ancora le mucche; nei campi vedevi le croci di legno con legato l’ulivo benedetto, le zampette di coniglio amputate e legate col fil di ferro, i “grilli” che si adagiavano con precauzione sulla neve per acchiappare i passeri. Se escludiamo sbucciature, spelature e graffi assortiti, il taglio di un polpastrello sul filo di una falce, l’ustione dell’epidermide in seguito all’incendio di un flacone di alcool quasi vuoto a scopo esplorativo, me la sono cavata benissimo.
E poi, come si sa, si andava a marusticani. Rubare questi frutti di poco pregio e mangiarli acerbi era imperativo per qualunque bambino di allora. Te li avessero fatti mangiare li avresti risputati. Il sapore vero veniva dalla loro conquista: in quell’Eden rappresentavano il frutto proibito.
Nella casa dei miei c’è ancora una vecchia pianta che ne produce a bizzeffe, come il noce di fra Galdino; i rami sovraccarichi pendono oltre la recinzione, tanto che i passanti non hanno neanche bisogno di alzarsi in punta di piedi per prenderli; e, maturi, sono buonissimi. Ma nessuno li tocca più, nemmeno i bambini.
CON NIENTE
Via Fiume è corta, larga, senza sbocco. Ai lati, separate da semplici recinzioni, due vecchie ville signorili a tre piani, ciascuna con giardino e grandi vecchi alberi. A sinistra, un gruppo di case con un vasto cortile interno. In fondo, molti anni fa, c’era un vecchio cancello di ferro, che sarebbe dovuto restare chiuso, oltre cui si trovava un piccolo parco, con molti alberi e qualche cespuglio, incamminandosi per il quale ci si trovava presto davanti ad un alto muro di mattoni. In cima a quel muro, un ampio terrazzo, vuoto; a livello del terreno, un’apertura permetteva di intravvedere un seminterrato pieno di macerie. Il terrazzo e il seminterrato erano abbandonati, ma rivivevano quasi ogni giorno quando noi ragazzi ne facevamo luogo di conquista; e allora si parlava sì di terrazza – perché non sapevamo che altro nome darle – e però di “sotterraneo”. Il luogo era abbandonato e pericoloso; e perciò vietato. I grandi ci raccomandavano di non andarci, divieto che veniva rispettato sempre, ma solo a parole. Non c’era niente con cui giocare, e il tutto era in verità piuttosto deprimente, ma faceva al caso: arrampicarsi sul muro quasi liscio per andare sul terrazzo era già un’impresa di cui vantarsi con gli altri; poi si stava sul parapetto con le gambe penzoloni e ci si buttava giù prima che il sangue affluisse troppo ai piedi, che poi ti facevano male toccando terra. Si cadeva sull’erba, e poi si tornava su, a difendere il castello dagli assedianti, che poi si nascondevano nel sotterraneo e bisognava andarli a stanare. Il vero pericolo, per noi, non erano le storte o le slogature, e nemmeno il famigerato tetano che si nascondeva tra i rottami arrugginiti, ma la vecchia signora Maria, che abitava nei pressi, e non voleva assolutamente che si andasse lì. Tra noi e quella donna si era creata la tipica rivalità che vede contrapporsi la vecchia e i ragazzini, per giunta convinti di esser vittime di un sopruso. Quasi certamente la signora, quand’anche non fosse stata un fenomeno di espansività, aveva le sue ottime ragioni, che non erano dettate da un odio insano e inspiegabile, come pensavamo noi, bensì dal timore che ci facessimo male in quella che sosteneva essere (secondo noi senza poterlo provare) una sua proprietà.
Quando non ci si inoltrava nel verde fino a sfidare la vecchia Maria (che ci appariva tale, ma che magari non aveva neanche sessant’anni), si trovava comunque il modo di passare il tempo. Lungo il confine di destra, sotto le robinie, correva un piccolo fosso, ideale per un’infinità di giochi e per la costruzione di capanne. In quel fosso, dentro ad un collettore, un giorno Carlo trovò addirittura una baionetta arrugginita. Fu una delle scoperte più clamorose, di cui si parlò (in segreto) per giorni. Oppure si giocava ai romani: l’arma tipica era il gladio, costruito inchiodando in croce due pezzi di legno - uno appuntito con la “manarìna”, l’altro a far da elsa - presi da una cassetta per la frutta. E’ stupefacente quanto spesso queste armi andassero perse o distrutte, almeno a giudicare da quanto spesso venivano costruite. Queste lotte sanguinarie, ambientate nell’antica Roma, alla corte di Re Artù o del re di Francia, a seconda del film che avevamo visto al cinema Italia (ora Astoria) la domenica precedente, avevano bisogno di una motivazione, che era sempre una prepotenza, un sopruso: un classico era “hai ucciso mio fratello!”, ma c’erano anche lotte per liberare un prigioniero, o, meglio ancora una prigioniera. Toccò anche a me far la parte della rapita, il che voleva dire stare ad annoiarsi in prigione; che era l’angolo tra il cancello e un cespuglio, e non aveva che muri e sbarre immaginari.
Ma in via Fiume si svolgevano anche manifestazioni importanti, come le olimpiadi; un vero avvenimento, che aveva luogo una volta l’anno. I partecipanti erano sempre i soliti cinque: Carlo, Lorenzo, William, Giorgio ed io. Le specialità comprendevano la corsa, il salto in alto, il salto in lungo, il lancio del peso e del giavellotto, il sollevamento pesi, la lotta libera, il calcio e altro ancora; tutte discipline per le quali gli attrezzi o non erano necessari o erano facili da costruire: per il lancio del peso una grossa pietra, per il giavellotto un bastone. C’erano pure le medaglie; ce le facevamo noi di carta, ritagliandole da un foglio di quaderno e colorandole con le matite: gialle per l’oro, grigie per l’argento e marrone per il bronzo.
Tornare infine a casa, percorrere di corsa quei duecento metri di viale per non tardare a cena, era una sofferenza, un quotidiano martirio. E siccome abitavo troppo lontano perché i miei mi potessero chiamare a voce, doveva bastare – e bastava – l’ordine tassativo. Le rare volte che tardavo, erano sgridate, qualche scappellotto o, peggio, la proibizione di tornar là coi miei amici il giorno dopo.
Via Fiume sta di fronte all’ormai demolito Supercinema, di cui ho scritto l’anno scorso. Oggi mi ci sono fermato un attimo perché mi sembrava che mancasse qualcosa. In effetti, nel giardino della villa di destra, che è in ristrutturazione, sono stati abbattuti alcuni grandi alberi; ma sia il lato destro della via, dove stava il fosso della baionetta, sia quello sinistro per un bel tratto, erano stati asfaltati. Ed erano già pieni di auto. Che fortuna, poter piazzare la macchina lì, a due passi dal centro. Via l’erba, via le robinie, si accomodino i Suv. E non si paga neanche.
Mi sono fatto coraggio e sono andato fino in fondo. Il vecchio cancello c’era ancora, anche se chiuso con catene. Ed oltre il cancello, il piccolo parco, con tutte le sue piante, tante da non vedere oltre. Una speranza.
Due lettere
Carissimo Maurizio,
mi permetto di scriverti ancora. Ma sarà l'ultima volta, per due ragioni fondamentali: affermi: "Pazienza per don Ettore, che deve salvaguardare il suo, e che evidentemente non si rivolge a me ma ai parrocchiani". Cioè io non sarei in buona fede, non sarei personalmente convinto di quanto affermo, sarei un ipocrita. Questa è la più grande offesa che una persona possa farmi e rende inutile qualsiasi dialogo. In realtà da più di 50 anni sono lietissimo di aver risposto alla vocazione sacerdotale.
Seconda ragione: affermi: "Lei, dal discorso del seme, deriva che tutto è finalizzato; è un'affermazione lecita, ma non certo conseguente; mi limito a riportare l'ironica osservazione di Voltaire, secondo cui lo scopo evidente del naso è quello di appoggiarvi gli occhiali". E' possibile trovare una affermazione più stupida di questa? Semmai sono gli ottici che adattano gli occhiali al naso, non viceversa. Parlare di finalità significa parlare di causa ed effetto, di leggi, che l'uomo, l'unico essere razionale, riesce a scoprire sempre di più: senza leggi non si può parlare di scienza, di giustizia, di sport ecc. ecc. anche il fotografo deve osservare le leggi dell'ottica. Ma negare la scienza, la giustizia, lo sport, il lavoro, significa negare l'uomo, la sua razionalità. Ed allora che senso ha discutere di storia, di filosofia, di teologia, di morale, quando si nega che l'uomo sia un animale ragionevole, che ben prima dei sei anni si pone continuamente domande ed esige risposte logiche?
Alla base della fisica moderna non sta forse la famosa affermazione di Galileo che "Dio ha scritto il mondo con l'alfabeto della matematica"? La stessa convinzione che avevano Padre Matteo Ricci, contemporaneo di Galileo, missionario scienziato in Cina, tuttora ricordato, e i matematici e astronomi della specola vaticana, anch'essa tuttora molto apprezzata a livello scientifico, che nel 1582 hanno calcolato la riforma del calendario, oggi seguito in tutto il mondo.
Ma serve continuare? Mi pare di no, dal momento che volendo negare la fede, di fatto neghi la ragione.
Ti saluto molto cordialmente, augurandoti di nuovo buona digestione e di non sentirti l'unico autorizzato a scrivere su cose di fede e di ragione.
Don Ettore
Caro Don Ettore,
pare che le sia sfuggito il senso del discorso sugli occhiali; forse perché, contrariamente a quanto davo per certo, non ha letto il Candido di Voltaire, un celebre libretto, agile e chiaro, che ha avuto grande fortuna ed è forse l’opera più popolare del filosofo francese. L’affermazione (ironica !) di Voltaire, che pensavo lei conoscesse - talmente è risaputa - è appunto sarcastica, ed io la citavo in merito al discorso della finalità. “Parlare di finalità significa parlare di causa ed effetto”, dice lei. Ma dalle due cose non consegue affatto la prima, e ribadisco che mi manca qui lo spazio per dimostrarlo, però constato con piacere che lei accetta finalmente quello che la Chiesa ha negato per secoli, cioè il metodo scientifico. Difatti, riguardo a Galileo, la condanna recitava: “Diciamo, pronuntiamo, sententiamo e dichiariamo che tu, Galileo sudetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo S. Off.o vehementemente sospetto d'heresia, cioè d'haver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch'il sole sia centro della terra e che non si muova da oriente ad occidente, e che la terra si muova e non sia centro del mondo, e che si possa tener e difendere per probabile un'opinione dopo esser stata dichiarata e diffinita per contraria alla Sacra Scrittura; e conseguentemente sei incorso in tutte le censure e pene dai sacri canoni et altre constitutioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate”. (Il grassetto ovviamente è mio).
Sarà dunque d’accordo con me, tra l’altro, che il mondo così come lo vediamo non è stato creato in sette giorni, che nemmeno Darwin è un eretico, che l’uomo è un animale a rischio di estinzione come tutti gli altri, eccetera. La religione è una forma primitiva di spiegazione dei fenomeni naturali; col progredire della scienza e con la diffusione tra la gente delle sue leggi, è sempre più difficile contestarla da questo punto di vista, e alla Chiesa cattolica, come lei mi dimostra, si adegua. Io non nego affatto che l’uomo sia una animale ragionevole: anzi, su questo si basa quel che ho scritto; la invito quindi a non far apparire il contrario.
Mi sono imposto la brevità, quindi le dico in due parole che ovviamente non mi sono sentito mai l’unico autorizzato a parlar di fede e di ragione (oltretutto, che gusto ci sarebbe?); ma non può negare che ne ho diritto almeno quanto lei, che è abituato a predicare senza contraddittorio alcuno.
Riguardo poi alla sua vocazione, chi sono io per giudicarne la sincerità?
Infine, per rispondere alla sua domanda (“Ma serve continuare?”) dirò che intravedo segni incoraggianti: se questa è l’evoluzione del suo pensiero, la sua strada si avvicina alla mia.
Cordialmente
Per Maurizio Goldoni
Avevo preparato una discreta risposta alla tua replica a Don Ettore; una risposta ben articolata e mirata, proprio come pare piacerti.
Poi, solo poi, ho notato che riprendevi le stesse argomentazioni, gli stessi concetti, con quasi maniacale perseveranza, sia nelle altre repliche alla signora Marchetti e a Lucio Rebecchi, sia nella rubrica che firmi, dove non mancavi di sottolineare l'esistenza di un tuo Blog su Internet. E, allora, ho capito che non valeva la pena rispondere, farsi coinvolgere in un gioco già orchestrato da te, Maurizio. Un gioco che ha un unico scopo: quello di convogliare l'attenzione della maggior parte dei lettori su quel tuo sito, che vive obbligatoriamente di presenze. Nel bene o nel male che sia. Mi dispiace, Maurizio, ma io non ci casco. Non perché voglia a priori, ottusamente, ignorare ciò che può riservare il tuo Blog; solo perché hai cercato di farmici entrare coercitivamente, dispoticamente, provocatoriamente. Del resto, le tue ragioni, suffragate da pazzi scatenati come d'Holbach o illustri, semplici, sconosciuti aforisti come Morandotti, già mi avevano messo in sospetto. Sì, citavi anche Voltaire. Ma pure lui, poveretto, ha sempre dovuto prenderlo in saccoccia, per quanto riguarda la sua battaglia contro la Chiesa.
Sarà per un'altra volta, Maurizio. Che ne dici? Magari utilizzando un po' più di onestà intellettuale.
Salutoni.
Finale Emilia, 24/06/2008
Sono sorpreso e rammaricato di ricevere da te una lettera piena di livore nei miei confronti. Alla quale replico subito.
Se in tutte le mie risposte ho usato le stesse argomentazioni e gli stessi concetti vuol forse dire che sono ripetitivo, ma anche coerente con le mie idee; idee che forse tu non condividi, anche se non potrò mai saperlo, visto che la tua” risposta ben articolata e mirata” non ce la fai leggere. Quanto alle citazioni, avrò ben il diritto di scegliere quelle più adatte, o no? D’Holbach sarà stato un saggio o un pazzo scatenato o nessuno dei due, ma condivido appieno quelle sue parole; il fatto che tu non ne hai mai sentito parlare non significa che Morandotti è uno sconosciuto; e poi cos’è, bisogna citare solo aforismi di autori notissimi? Valgono di più? Quanto alla tua grossolana descrizione di Voltaire, be’, quella si commenta da sé.
Ma più fantasiosa e cattiva è l’accusa che riguarda il blog. Ne approfitto per spiegare a te a ad altri come funziona un blog: a meno che non si scrivano cose estremamente popolari o ci si sappia promuovere in vari modi, sul tuo blog ci vengono solo i tuoi amici, e se (come faccio io da molto tempo) non visiti i loro, di blog, non vengono più nemmeno quelli. Cattivadigestione è nato circa tre anni fa dalla richiesta che mi hanno fatto alcuni di leggere qualche mio vecchio articolo; è solo un archivio dei miei pezzi per Piazza Verdi, e infatti lì ci sono tutti, se uno li vuol consultare. L’indirizzo è nella pagina di “Cattiva digestione” da anni, te ne sei accorto ora? Non ci sono altri scritti, solo quelli apparsi su Piazza Verdi. E’ chiaro? Che poi qualcuno li abbia commentati mi fa piacere, ma per me, specie ora che ho ben più seri problemi da affrontare, è più una seccatura che altro; solo per rispondere agli interventi di Marco Tioli ho passato ore alla tastiera, e ti assicuro che avrei fatto volentieri qualcos’altro. Il blog è principalmente un servizio in più ai miei venticinque lettori ma, visto che sono una persona seria, quando ho attraversato momenti difficili e impegnativi ho disattivato i commenti, e ora non manco di rispondere se qualcuno, caso raro, interviene. Un numero maggiore di commenti (che ora sono quasi pari a zero) non mi entusiasmerebbe. E io ti avrei “fatto entrare dispoticamente” nel mio blog? Mah. Scherzi del caldo, spero.
Quanto all’onestà intellettuale, intendo senz’altro la frase, dall’ambigua collocazione sintattica, come riferita a chi la scrive.
Resto sempre in attesa di contestazioni concrete. Non guardate il dito, guardate la luna.
Maurizio Goldoni
Gentile don Ettore,
devo dire che la sua lettera mi lascia perplesso. Se le è capitato di leggere di tanto in tanto la mia rubrichetta nel corso di questi anni, si sarà reso facilmente conto che per tono e argomentazioni il suo commento non può certo essere rivolto a me. Interpreto semmai il suo intervento come una generica perorazione della causa cattolica ad uso catechistico, alla quale non so bene come replicare. Le cose da dire sono talmente tante e così complesse che sono tentato di tacere, ma un po’ per non far credere che mi manchino gli argomenti, un po’ per non dare adito a dubbi, decido che sia meglio scrivere due righe, cercando di adeguarmi, anche se temo non mi riuscirà, all’impostazione del suo scritto. Innanzitutto, chiarisco a chi legge che non ho nulla contro la sua persona: in trent’anni mai il più piccolo screzio, e quanto al mio lavoro di fotografo non ho nulla da ridire: lei è stato più che corretto, per non dire tollerante, con me e con i miei soci.
Sebbene, come lei ben sa, la maggior parte degli uomini viva la propria giornata senza che il pensiero di Dio faccia capolino nelle sue faccende quotidiane, l’origine della nostra specie, l’esistenza di un dopo ultraterreno, lo scopo della vita stessa hanno da sempre interessato, affascinato, tormentato certuni; io fra quelli. Col tempo, a tutte queste domande ho trovato risposte più o meno definitive. Sono nato in una famiglia cattolica, ho avuto a che fare col cattolicesimo sempre, quindi non mi ritengo uno sprovveduto a riguardo. Si può dire che se ho rifiutato le risposte che la Chiesa dà a queste domande, l’ho fatto con cognizione di causa, e non in modo aprioristico, o per sentito dire. Come i miti, le religioni non possono dirsi né razionali né logiche, e io credo che chi le abbraccia dovrebbe farlo per motivi diversi da quelli, pena lo smarrimento e il disinganno. Così, quando lei afferma che Dio è “l’unica spiegazione razionale della realtà” mi tocca risponderle che semmai è il contrario. Concordo in proposito con Paul Thiry d’Holbach: “La natura, voi dite, è del tutto inesplicabile senza un Dio. In altri termini, per spiegare ciò che capite ben poco, avete bisogno di una causa che non capite affatto”. Molto di ciò che era misterioso o terrificante un tempo, per esempio un’eclissi, non lo è più ora, tant’è che la Chiesa stessa ha dovuto modificare certe affermazioni proprio col progredire della conoscenza scientifica. Vero, Galileo non è stato torturato fisicamente – ma minacciato di tortura sì - come invece è toccato ad altri: ma le sue idee, ora universalmente accettate, sono state allora violentemente avversate dal Vaticano. Come dice Morandotti, le assurdità di ieri sono le verità di oggi e saranno le banalità di domani. Non dovrebbe essere compito di una religione forzare una spiegazione mitica facendola passare per verità storica o preistorica (l’origine dell’uomo dal fango, l’età dell’universo di appena qualche centinaio d’anni), col rischio di esporsi prima o poi all’imbarazzo. Lei, dal discorso del seme e delle braccia e delle gambe, deriva che tutto è finalizzato: è un’affermazione lecita, ma non certo conseguente; mi manca lo spazio per spiegarne i motivi, del resto ovvi a molti; mi limito a riportare l’ironica osservazione di Voltaire, secondo cui lo scopo evidente del naso è quello di appoggiarvi gli occhiali. (Lei però, assai curiosamente, identifica Chiesa e verità scientifica. Impossibile, mi dico, sarà un refuso). Non voglio scendere sul terreno della violenza della Chiesa, anche perché libri e programmi di divulgazione di ogni provenienza hanno raccontato a tutti cosa è successo prima, durante e dopo l’Inquisizione, e anche questo, come il pensiero di Galileo, è ormai dato per scontato da chiunque. Le streghe venivano bruciate davvero, e del resto la Bibbia è strapiena di omicidi commessi o istigati da Dio. Chiesa e potere sono stati – e in grande misura sono ancora – tutt’uno. Come accade ora in molti Paesi islamici. Certo, le crociate, l’arrostimento di Giordano Bruno, l’occupazione religiosa nel centroamerica a suon di sciabolate, le conversioni forzate, tutto questo appartiene al passato, ma non mi può certo parlare di Chiesa sempre perseguitata, suvvia… Non si riuscirà a fare di Stalin un brav’uomo semplicemente negando lo sterminio di massa da lui operato; è più saggio ammettere l’Olocausto che negarlo, e del resto il Papa ha da poco chiesto scusa all’America per i preti pedofili. Addirittura il cardinale Martini proprio oggi dice: "Tutti questi peccati, nessuno escluso, sono stati commessi nella storia del mondo, ma non solo. Sono stati commessi anche nella storia della Chiesa. Da laici, ma anche da preti, da suore, da religiosi, da cardinali, da vescovi e anche da papi. Tutti". E aggiunge: “Come il vizio della vanagloria, del vantarsi. Ci piace più l'applauso del fischio, l'accoglienza della resistenza. E potrei aggiungere che grande è la vanità nella Chiesa. Grande!”. Vede? Martini apprezza i miei fischi…
Io però nel mio articolo parlavo del passato, intendendo che l’Islam è attualmente, per così dire, in una fase di intransigenza che la Chiesa cattolica ha superato, tant’è che posso liberamente scrivere le mie opinioni a riguardo senza incorrere in scomuniche o persecuzioni, cosa impossibile in molti paesi musulmani oggi, ma anche in questo Paese non molti anni fa. Lei afferma che l’indifferenza religiosa non ha prodotto nulla di buono; vorrei sapere a cosa si riferisce: si può essere umili, gentili, caritatevoli, propositivi senza credere in un Dio, come si può essere l’opposto credendo, o peggio proprio in nome di un Dio, non è forse vero? Gli atei e gli agnostici, lo ha detto anche monsignor Tonini, sono persone generalmente rispettose e tolleranti, anche perché non hanno un dogma da difendere o imporre. Non penso che lei, che ha tanta esperienza di uomini, possa affermare che chi vive al di fuori della Chiesa sia sterile e rancoroso e chi si dice cristiano sia l’opposto. Io comunque non mi ritengo tale, e non sono un’eccezione. Credo invece che in questo mondo, se c’è una missione che tutti dobbiamo compiere, sia di soccorrere gli altri. Questo, e solo questo, dovrebbero insegnare tutte le religioni, e non imporre assurde cosmogonie ai credenti. Favole, insomma. Perché non è vero, come lei sostiene, che gli adulti sanno sempre distinguere le favole dalla realtà: un uomo che nasce da madre vergine, cammina sulle acque, tramuta l’acqua in vino ed opera guarigioni miracolose, viene torturato e ucciso ma poi risorge e vive in eterno, be’, è un po’ dura da interpretare come realtà… Paragoni Gesù a Babbo Natale e mi dica quale dei due è più inverosimile. La realtà, invece, molto più prosaicamente, è che agli umani piace credere alle favole, e che quando una credenza viene inculcata fin da piccoli diventa vera anche contro ogni evidenza. Quindi, credere che esistano tali meraviglie non è questione di razionalità o di intelligenza, semmai proprio il contrario. Anche chi crede nella capacità di Dio di curare, di salvare, va prima dal medico, poi se il caso in ospedale, e infine si sottopone a tutte le cure possibili, anche le più dolorose: se fosse così certo che, come dice il Vangelo, basti pregare per essere esauditi, si risparmierebbe l’incomodo. L’inesistenza di Dio, quanto meno del Dio descritto nella Bibbia, è molto, molto più facile da spiegare rispetto alla sua esistenza: basta prendere atto di questa semplice constatazione per sentirsi subito più leggeri. Con questo io non insulto chi crede, e mi aspetto che chi crede non mi accusi di eresia o di mancanza di rispetto per il solo fatto che nego quel che mi propone, visto che abbiamo entrambi un cervello e un cuore, e che la mia opinione non vale certo meno della sua. E il fatto che tale Dio non esista non implica che diventiamo tutti di colpo cinici ed egoisti, anzi: come disse qualche saggio, più mi umilio davanti a Dio, più trasferisco in lui le mie risorse e le mie capacità di aiutarmi, di aiutare, di creare, di capire, di sopportare, più ho bisogno di lui perché mi ridia quelle qualità che avevo ma da cui ho scelto di separarmi: più innalziamo Dio, più abbassiamo l’uomo.
Insomma, il messaggio evangelico, quando è di amore e tolleranza (e non sempre lo è), mi va benissimo: apprezzo molto la Chiesa quando si dà da fare per gli altri, e l’apprezzerei ancor di più se, come dice lei, si rallegrasse anche solo di un pezzo di pane quotidiano, e non accumulasse tesori ed ostentasse sfarzo. Respingo quasi tutto il resto, che d’altronde poco ha a che vedere col pensiero evangelico.
Infine, la questione della documentazione: le fonti storiche sull’esistenza di Gesù sono pochissime, per non dire quasi nulle, checché ne dica lei. Che se ne sia parlato molto è un’altra questione: ma stando al suo metodo Cristo, essendo citato più di Budda o di Maometto, vincerebbe la gara dell’autenticità. Solo che non basta essere citato per esistere. Di nuovo, le prove dell’aderenza all’uomo Gesù delle parole attribuitegli, o addirittura della sua esistenza, sono a mio avviso di poco o punto interesse: quel che uno può o meno seguire è il messaggio evangelico, che secondo me acquista valore se togliamo consistenza storica all’uomo Gesù, quello che fa i miracoli, muore e poi risorge. Ma comprendo che il popolino ha bisogno anche di effetti speciali.
Gentile don Ettore, il senso del mio articolo “La curva” stava in poco posto: le guerre di religione sono assurde come le legnate tra tifosi; se proprio dovete darvele, bastonatevi pure, ma risparmiate noi che non c’entriamo. Il senso di quanto sopra sta anch’esso in poco posto: se lei vuol difendere le ragioni del suo credo, lasci stare la razionalità: è un’arma che, usata per tale scopo, le si rivolgerà sempre contro. La metta piuttosto come “una questione di fede”: non è una spiegazione perfetta, ma senz’altro più onesta.
Ciò detto, sono dispostissimo a trattare l’argomento in termini meno generici, in qualunque altra sede.
Cordialità.
Maurizio Goldoni
Parrocchia dei Santi Filippo e Giacomo Apostoli – Finale Emilia
Carissimo Maurizio Goldoni, innanzitutto ti auguro “buona digestione”. Affermi che le realtà religiose sono del tutto private, poi ne scrivi pubblicamente. Mi permetto dunque di inviarti alcune elementari considerazioni, suggeritemi dal tuo ultimo intervento su “Piazza Verdi”.
Favola: che per i bambini tutto sia una favola, è vero, ma gli adulti sanno distinguere le varie realtà: sanno che Pinocchio, un pezzo di legno che diventa bambino, è una favola, mentre la guerra mondiale è una tragica realtà storica; sanno che Dante Alighieri è un personaggio reale, mentre il suo viaggio descritto nella Divina Commedia è di natura poetica; sanno che il “tifo” sportivo non riguarda la razionalità ma la parte emozionale dell’uomo; sanno che la fiamma olimpica è un simbolo, mentre le gare sono fatti reali e sportivi. Tutto il mondo accetta l’era cristiana perché Gesù è il personaggio più documentato della storia (4.000 codici, 20.000 citazioni in vari autori, l’impero di Roma, gli Ebrei, le persecuzioni contro i cristiani, l’archeologia, ecc. ecc.). Dio non è una favola, è l’unica spiegazione razionale della realtà, come la vita (che esclude il caso, perché tutto è finalizzato: si parte da un seme, con una preparazione di anni, cresce sapendo che domani avrà bisogno di braccia, di gambe, di polmoni, ecc. ecc. e resti vivo perché la pasta che mangi si trasformi in carne e ossa ecc. ecc.)
Chiesa maschilista? La Chiesa è composta da Cristo, dalla gerarchia, dai laici, uomini e donne. La gerarchia è maschile perché è “vicaria” di Cristo, evidentemente uomo. Fin dall’inizio ha sempre venerate le sante, le martiri e nel sacramento del matrimonio l’uomo e la donna hanno la stessa dignità. La Chiesa cioè non ha mai accettato la mentalità maschilista del mondo pagano, degli ebrei, dei mussulmani, delle antiche olimpiadi, della moderna massoneria, ecc, ecc.
Chiesa autoritaria? La verità scientifica è autoritaria? Gesù saggiamente dice che la verità vi farà liberi, non schiavi. E’ la menzogna che degrada l’uomo.
Chiesa violenta? Io conosco la Chiesa che da 2000 anni subisce persecuzioni, senza mai vendicarsi, mentre è a tutti nota la violenza di tante ideologie e di tanti stati, anche moderni. Spero che tu non sia tra quelli che credono ancora che un Galileo sia stato torturato. Quante favole, quante bufale sulla storia della Chiesa!
Rifiutando la Chiesa, dovrei rifiutare l’era cristiana, il calendario cristiano, San Francesco, Madre Teresa di Calcutta, le innumerevoli iniziative dell’amore cristiano, i più grandi geni e i più grandi santi dell’umanità.
Chi rifiuta Dio cosa mi offre? L’indifferenza religiosa cosa ha prodotto nei vari campi della vita umana? Non vorrei che producesse solamente cattiva digestione. La gioia e la speranza cristiane sanno rallegrarsi, oltre che del sole e della pioggia, anche soltanto di un pezzo di pane quotidiano. Ti saluto molto cordialmente.
D. Ettore Rovatti
CHE NE SARA’
Tutti, credo, siamo attratti da quei filmati che mostrano le demolizioni di grandi edifici. Cariche di esplosivo opportunamente piazzate le fanno cadere in pochissimi secondi. Appena il tempo di un respiro ed è già finito tutto. A trattenerci davanti al televisore è innanzitutto la breve durata; un tempo minimo in cui si compie un’opera gigantesca, che una volta avrebbe richiesto settimane o mesi di lavoro; e poi la grandiosità dell’opera e la grandiosità della sua distruzione; il pensiero dell’enorme quantità di persone, tempo e mezzi che erano stati impiegati per costruirlo, quell’edificio, e delle persone che ci hanno poi abitato, lavorato, che ci sono nate, vissute e morte; infine, l’abilità dei demolitori che riescono – quasi sempre – a ridurre in briciole un colosso senza danni per la zona immediatamente circostante. Tutti abbiamo assistito alle drammatiche demolizioni delle Torri Gemelle (e c’è chi sostiene che di vere e proprie demolizioni programmate si sia trattato). A queste osservazioni vorrei aggiungerne un’altra. La maggior parte di quegli edifici ha meno di un secolo di vita. Certuni sono fatti di mattoni, messi uno sull’altro pazientemente per mesi, per anni. Il motivo principale non è, credo, che siano minati da irrimediabili problemi strutturali, o che siano stati costruiti abusivamente (come i famosi “ecomostri” di Bari); ma piuttosto che non siano facilmente convertibili all’uso che se vuol fare, oppure, più semplicemente, che devono far posto a qualcos’altro. Colpisce l’apparente spreco che connota tali interventi, anche se probabilmente rispondono ad esigenze di economicità. Del resto anche gli antichi demolivano per ricostruire, magari altrove e con pietre e mattoni di risulta. Eppure, ho l’impressione che ci siano delle differenze. L’odierna tecnologia ci dà la possibilità di edificare più in fretta e con maggior sicurezza, ma quanto di quel che costruiamo resterà? A pochi passi da casa mia c’è la torre dell’orologio, o Torre dei Modenesi, eretta, anch’essa mattone su mattone, ottocento anni fa. Ogni finalese ha come l’impressione che sia stata costruita dai propri nonni, tanto appare familiare e perennemente a suo agio nel mutare della scena circostante. Cambiano le case, i palazzi, gli alberi, che hanno un ciclo vitale più breve per destino o per scelta altrui. Ma la Torre se ne sta ancora lì, a battere le ore col suo meccanismo. Nel secolo scorso il fascismo intese lasciare testimonianze imperiture: una di quelle rimaste è l’acquedotto in cima a via Mazzini: anche lui sta lì, in attesa che qualcuno ne apprezzi l’architettura o ne pianga l’assenza, casomai il paese dovesse essere deturpato da una sua improvvisa scomparsa. Il Novecento, dopo l’architettura fascista, si protese verso l’immortale creando un materiale che già dal nome avrebbe dovuto sfidare i secoli: l’Eternit, che dopo pochi decenni venne invece allontanato e temuto come un appestato.
Probabilmente la verità è che noi, oggi, non costruiamo per la posterità. Non ci interessa, e anche se lo volessimo, ci costerebbe troppo. Accogliamo con gioia la scoperta di un antico manoscritto, di lontane parole incise sulla pietra, e non ci preoccupiamo più di tanto se le nostre parole, quelle scritte su un disco fisso o su un qualsiasi altro moderno supporto, non saranno più leggibili anche solo tra vent’anni. Un sacchetto o una bottiglia di plastica si dissolvono in un periodo che va dal secolo al millennio; altrettanto dicasi per un cd. Sono questi i reperti più numerosi che lasceremo ai futuri indagatori dell’ultimo millennio, i quali si interrogheranno forse sull’uso di quei dischetti iridescenti più a lungo che sulla funzione di edifici come le Piramidi, il Colosseo o il Partenone.
Quando vado a vuotare la spazzatura, guardo la Torre e i miei rifiuti, e mi chiedo quali avranno vita più lunga. Io comunque non ci sarò. E probabilmente neanche i miei scritti, tra cui questo.