Archivio di articoli pubblicati sul mensile "Piazza Verdi" dal 1996 ad oggi.

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Utente: Gretsch
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venerdì, 09 ottobre 2009
E basta con 'sti gay...

E basta con ‘sti gay…

 

 

 

Quel che trovo quasi insopportabile dell’omosessualità è che se ne parli ancora. Gli omosessuali ci sono sempre stati, e tutto fa credere che sempre ci saranno. Non è una malattia, non è una deviazione, è semplicemente una questione statistica, come i rossi di capelli. Che male fanno? Nessuno. Forse Madre Natura non vuole questi comportamenti? Ma allora, se sono contro Natura, cioè contro se stessa, perché li ha fatti tali? E se non crediamo in Madre Natura, allora il Dio dei cristiani avrebbe fatto gli omosessuali perché venissero insultati, perseguitati e perfino uccisi? Possibile, se da sempre muoiono innocenti, tra cui tanti bambini. Del resto, a sentire San Paolo i gay vanno tutti all’inferno: “Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio” (I Corinzi, 6.9. 10). Basterebbe riderci su, eppure c’è chi ci crede ancora.

Insomma, che gliene importa agli eterosessuali dei gay? Hanno forse paura che il loro comportamento sia contagioso? Homer Simpson, in un bellissimo episodio di qualche anno fa, cerca di preservare il figlio Bart dall’influenza di un gay che lui, Homer, ha appena conosciuto, che ha trovato molto simpatico e che ha invitato spesso a casa. Il suo giudizio era cambiato quando era venuto a sapere che il tizio era gay. L’omosessualità diventa un problema (per chi la vive) solo quando viene ostacolata, punita, descritta come peccaminosa o deviante. In un mondo di gay un eterosessuale sarebbe un mostro, una percentuale dell’uno per cento una devianza, il cinquanta per cento la normalità. Verrà un tempo in cui risentire le stupidaggini che ora vengono dette in tono serio su questo argomento ci farà vergognare, o più probabilmente sorridere. Un secolo fa le suffragette erano derise, osteggiate, arrestate e da molti considerate anormali: ora sarebbero considerate pazze quelle (o quelli) che scendessero in strada per chiedere che venga negato il voto alle donne. Ricordo ai più giovani che in Italia le donne hanno diritto al voto solo dal 1945, il che vuol dire che un anziano che oggi gioca a carte al bar ricorda bene che quand’era ragazzo le donne non votavano. E perché non votavano? Ma perché erano donne, diamine. Nel 1969 le mie compagne di classe (terza media) chiesero alla preside il permesso di portare i pantaloni almeno durante la gita scolastica. Nel 2009, ben 40 anni dopo, una giornalista sudanese viene arrestata perché porta i pantaloni. La strada è ancora lunga.

Invocare la giustezza o l’immoralità di un comportamento solo perché lo dice un libro, sacro o profano, è uno degli obbrobri che l’uomo è riuscito a perpetrare impunemente per millenni. I gay sono dappertutto, a sinistra come a destra, nella Lega e nella Chiesa (secondo Vittorio Sgarbi, sentito proprio ieri alla radio, nella Chiesa sono “moltissimi”). Insomma, sono fra noi, ma non come gli invasori alieni degli anni ’30-60 (a proposito, che fine hanno fatto i dischi volanti? E le streghe, le han bruciate tutte, che non se ne parla più?) bensì come persone, né migliori né peggiori, o meglio, migliori o peggiori a seconda dei casi, come chiunque. C’è chi, come la Chiesa, distingue tra peccato e peccatore, e sostiene che l’origine dell’omosessualità è “oggettivamente disordinata” e che il gay dev’essere trattato “con rispetto, compassione, delicatezza”, perché è un malato, uno che va ricondotto allo stato originario. Infatti, prosegue il Catechismo, “le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un'amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana”. Notare l’”amicizia disinteressata”. In ogni caso, sentenzia la Chiesa, l’atto sessuale è da evitare assolutamente. Be’, piuttosto che andare da un prete per non esser più gay, sarebbe molto meglio andare con un prete gay; senza però venire oppressi dal senso di colpa. Beninteso, non è solo la religione a considerare gli omosessuali dei malati, dei deviati, delle incongruenze viventi, ma tutti coloro, religiosi e non, che pretendono di incarnare il monopolio genetico della normalità. Una derisione che si esprime in battute, allusioni, risate più o meno sgangherate. Invece la Chiesa lo mette per iscritto, il che rende ufficiale, quindi contestabile, la sua posizione.

Ci sono gay benvoluti da tutti, che un po’ per carattere, un po’ per una propensione più o meno inconsapevole a farsi perdonare la propria diversità, fanno mostra di un’indole piacevole, esuberante ma rispettosa, come quello di Homer. Eppure… eppure, anche a chi si ritiene in buona fede scappa detto: è un ******, però è simpaticissimo, una gran brava persona. Capito? Voglio dire che nella frase non c’era solo un però di troppo: di troppo c’era anche il sottolineare che il tale (più spesso si tratta di un uomo) sia gay (in realtà una parola meno elegante). Sarebbe come dire “ha la pancia, ma è a posto” oppure “ha i capelli biondi, però è in gamba”. Che cosa c’entra? Gay è solo uno tra i mille attributi di una persona, come “riflessivo”, “influenzabile”, “mancino”, o anche “automobilista”, “elettore”, “postino”. Eppure diventa il tratto principale, e se questo oggigiorno è ancora comprensibile è però condannabile.

Cari gay, io non ho il vostro “orientamento”, e la cosa non mi fa piacere né dispiacere. A volte vorrei essere frocio (busone, finocchio, checca… mai un nome che non suoni offensivo) anche solo per qualche giorno, per dispetto, per provocazione… ma non mi viene. Vorrei dirvi vivete sereni, amatevi l’un l’altro, e fregatevene del giudizio della gente; ma so che purtroppo le cose non sono così facili.

Chi pensa che Cristo, se interrogato a proposito, giudicherebbe gli omosessuali come dei deviati da guarire? Direbbe “O uomini e donne, amatevi, ma voi omosessuali non toccatevi neppure, anzi, venite a me che vi riconduco all’ovile”? Io credo di no; ma cosa ci si può aspettare da un ateo? (Ateo: altra parola contaminata dalla negatività: ne parleremo.)

Postato da: Gretsch a 08:51 | link | commenti
polemiche, ideali, omosessualitĂ 

lunedì, 01 giugno 2009
Miseria e nobiltĂ 

Miseria e nobiltà

 

 

Mio padre me lo raccontava spesso. Ed io ho quella scena davanti, come se fossi stato presente. Fu al teatro Duse di Bologna, una sera degli anni ’50, alla fine di una rivista, spettacolo allora popolarissimo che vedeva attori come Dapporto, Macario, Totò come capocomici, e vantava soubrette non meno famose, come Isa Barzizza, Silvana Pampanini, Wanda Osiris. Quella sera, dopo lo spettacolo, parte del pubblico si accalcava nell’ingresso aspettando l’uscita dei suoi beniamini. Mio padre mi descriveva ogni volta il quadretto: indifferente al vociare e alla confusione, lui se ne stava lassù, a metà della scalinata, in smoking, coi capelli impomatati, la sigaretta dal lungo bocchino, la posa elegantissima, lo sguardo distaccato. Nemmeno l’ombra di un sorriso. E pensare che fino a poco prima aveva fatto mosse di ogni genere, compresa la famosa camminata di Pinocchio, che strappava sempre un’ovazione. Aveva riso, scherzato, buffoneggiato, ammiccato alle ballerine. Ora invece… sembrava avesse deposto la maschera; e quella posa, quello sguardo grave parevano dire che la persona non era il personaggio. “Perché lo sai, no? – concludeva immancabilmente mio padre – Lui diceva d’essere di nobili natali, e ne era molto orgoglioso…”

Una tale rappresentazione di Totò non è certo dissimile da quella di tante fotografie, e dell’immagine descritta da molti altri, anche dallo stesso Totò. Il quale era sì di padre nobile, ma squattrinato, e di madre popolana.

“Tra me, come sono nella vita reale, e Totò, come appare in palcoscenico, c’è una differenza abissale. Io odio la maschera che uso solo per servire il pubblico. Però, nello stesso tempo, è parte della mia anima”. Ma poi aggiunse: “A pensarci bene il mio vero titolo nobiliare è Totò. Con l’Altezza imperiale non ci ho fatto nemmeno un uovo al tegamino, mentre con Totò ci mangio dall’età di vent’anni. Mi spiego?”

Queste frasi le ho prese da un libro che ho trovato nella biblioteca di mio padre. E’ in parte una biografia autorizzata, in parte un’autobiografia. Vi si scoprono i fatti salienti della sua vita e i tratti fondamentali del suo carattere. Che azzardando potrei riassumere così: miseria e nobiltà. Un’infanzia da somaro a scuola (addirittura retrocesso, parola su cui lui scherzava), un tentativo fallito di fare il prete per contentare la madre (che s’infuriò: “Manco o prevete sape fa’!”), il servizio militare e gli innumerevoli soprusi subiti da un caporale (“…giunsi a identificare il peggio dei difetti umani nella categoria dei caporali”) da cui la fortunatissima frase (E in caserma mi capitò spesso di esclamare davanti ai miei commilitoni oppressi: ma guardiamoci in faccia… siamo uomini o caporali?). Poi la durissima gavetta, la fame vera, le angherie di altri “caporali”, la miseria, la tenacia nel perseguire lo scopo, la consapevolezza delle proprie capacità, l’amore per il teatro. E il successo, condito di amarezze e di veri drammi, come l’amore burrascoso con l’attrice Liliana Castagnola, che per lui si tolse la vita.

Scrivo queste righe perché mi hanno colpito alcune sue riflessioni, che riporto: “Non credo che dopo la morte avrò mai un monumento, e neppure un monumentino”. E poi: “Io non sono un artista, ma solo un venditore di chiacchiere, come Petrolini, che, infatti, è stato dimenticato. Un falegname vale più di noi due messi assieme, perché almeno fabbrica un armadio, una sedia che rimangono. Noi, al massimo, quando ci va bene duriamo una generazione. Lo scritto rimane, un quadro rimane, anche un lavandino rimane. Ma le chiacchiere degli attori passano”. Ora, c’è probabilmente un po’ di falsa modestia in queste parole, che però mi sembrano fondamentalmente sincere. Non si tratta solo del bilancio che un artista fa della propria carriera, ma del senso stesso di una vita, improntata, secondo lui, a servire il pubblico e a rallegrarlo con “chiacchiere”, buone per il momento ma destinate all’oblio. Io non credo che sia così. Stroncato senza pietà dai critici per tutta la sua esistenza, dopo la morte Totò è stato abbondantemente rivalutato; ma non ce n’era bisogno, perché tutti lo abbiamo ammirato, e non solo: lo abbiamo amato, e continueremo ad amarlo; e se è superfluo chiederlo ad un napoletano, basta domandare ad un italiano qualunque cosa pensa di lui. Totò, in tutta la lunga carriera fatta di innumerevoli film – alcuni ottimi, altri mediocri o peggio, come lui stesso ammetteva – di teatro, di cinema-teatro, di avanspettacolo, di apparizioni televisive, di poesia (“’A livella” merita un posto nei libri di testo) ci ha dato tantissimo: come possiamo dimenticarlo? I suoi tormentoni forse un giorno non si useranno più, ma se dimenticheremo Totò allora avremo dimenticato anche De Sica, Pasolini, Sordi, Mastroianni, Troisi… Totò, scusa se te lo dico, ma un quadro può durare meno di un lavandino, se nessuno lo guarda; e la stessa cosa vale per uno scritto, o per qualsiasi opera dell’arte o dell’ingegno. Se è vero che tanta arte non viene alla luce, è anche vero che quella vera, che emerge e splende per tanti anni, è dura a morire.

Ma io credo di comprendere il suo cruccio. Ogni uomo degno di tale nome si pone almeno una volta nella vita la domanda: “Che resterà di me?”, e tenta almeno una volta di darsi una risposta. Per qualcuno ciò che rimane sono i figli, per altri le opere. Totò ci ha lasciato queste ultime. Ma ha lasciato anche una figlia, che ha voluto chiamare Liliana, in memoria della donna che per lui si uccise, e accanto alla quale ora riposa. Totò morì un mattino d’aprile del 1967. Ricordo bene la notizia che diede la radio, e lo stupore, e la tristezza di tutti. Aveva avuto due distacchi di retina, da molto tempo era quasi cieco, e l’ultima notte fu segnata da tre infarti. Leggo ora che quel mattino Franca Faldini, sua compagna per 15 anni, dovette uscire dall’appartamento, perché il prete rifiutava di benedire la salma alla presenza di una donna non sposata regolarmente. Franca aveva avuto da Totò un altro figlio, che morì il giorno del parto.

Vedete, se eliminiamo tutte le considerazioni ed i giudizi - quelli di Totò e quelli di chi scrive - riportati su questa pagina, e ci limitiamo a guardare i fatti, ci accorgiamo che dal semplice elenco degli eventi della sua vita appare che fortuna e sfortuna, riso e pianto, commedia e tragedia camminano insieme, come nella vita di tutti. E questo è proprio quello che lui, nelle poche pagine autografe, cerca di farci capire. Far ridere, diceva mio padre, è molto più difficile che far piangere. Totò in un’intervista alla tv disse la stessa cosa. E lui se ne intendeva.

 

Ormai per me il trapasso è ‘na pazziella;

è ‘nu passaggio dal sonoro al muto.

E quando s’è stutata ‘a lampetella

Significa che l’opera è fernuta

E ‘o primm’attore s’è ghiuto a cucca’.

 

P.S.: Proprio ieri qualcuno ha compiuto atti vandalici sulla tomba di Totò, rubando addirittura lo stemma che l’attore aveva costruito con le proprie mani. Non riesco a commentare. Spero che qualche napoletano lo faccia per me.

Postato da: Gretsch a 11:54 | link | commenti (5)
ideali, in memoria di

lunedì, 04 maggio 2009
Il kebab e la tibuia

Il kebab e la tibuia

 

 

 

In questi giorni si parla parecchio (ma quando uscirà quest’articolo forse tutto si sarà sgonfiato) delle norme che certe amministrazioni comunali, per esempio quella di Milano, vogliono imporre per disciplinare la distribuzione di cibi e bevande nei locali pubblici. Una legge che molti hanno battezzato subito “Anti-Kebab”.

Le nuove regole però, secondo chi le propone, riguarderebbero tutti gli esercizi commerciali, e non soltanto quelli gestiti da stranieri, e limiterebbero gli orari e i luoghi in cui alimenti da asporto come pizze, gelati, kekab ed altro vengono consumati. In rete è nata la protesta, e molti si schierano a favore delle “kebaberie”. Ho ascoltato su Radio 24 alcuni dibattiti a riguardo, e più precisamente “La zanzara” a cura di Giuseppe Cruciani e “Parliamo con l’elefante”, condotto da Giuliano Ferrara, due giornalisti non certo schierati a sinistra. Hanno intervistato chi queste regole le vuole fortemente, come Daniele Belotti della Lega Nord, il ministro delle politiche agricole Zaia, ed un altro personaggio di cui non ricordo il nome, ma che Cruciani ha promesso di far intervenire ancora perché a suo modo folkloristico. Da tutti questi interventi traspariva chiaramente la vera intenzione, cioè di combattere i cibi “stranieri” e chi li vende, tirando in ballo continuamente la “tradizione italiana”, con frasi tipo “Io mangio il risotto, il cuscus mi fa schifo”. Uno di loro ha candidamente auspicato anche la chiusura del Mc Donald della Galleria di Milano perché non ha niente a che vedere con la milanesità e poi perché, testuale, “fa puzza”, e ha ricordato con orgoglio le proprie origini venete, e la tradizione del baccalà con l’uvetta sultanina. Ferrara però ha colto la palla al balzo (del resto “sultanina” è un aggettivo che non fa pensare alla pianura veneta) e ha replicato che si tratta chiaramente un piatto nato da una contaminazione araba. Sia Cruciani che Ferrara, provocando abilmente i politici intervistati, sono riusciti a far dir loro quel che realmente pensano, con risultati grotteschi, ed hanno espresso chiaramente le proprie posizioni a favore di una tolleranza alimentare, di una cucina multietnica eccetera. Gli interventi degli ascoltatori, senza eccezioni contrari queste proposte, erano certamente più arguti, intelligenti e tolleranti di quelle dei politici che le hanno formulate, e il fatto che a Radio 24 – che non è certo di sinistra - non abbiano mandato in onda commenti favorevoli significa che ne sono pervenuti pochi o nessuno. Una donna, per esempio, si è lamentata del fatto che davanti all’italianissima pizzeria al taglio sotto casa ogni domenica alle cinque del mattino si ritrovano i reduci dalle notti bianche, italiani pure loro, che lasciano motori accesi e stereo a manetta. E’ un esempio, ma indicativo di come la maleducazione non abbia una madre sola. Eppure quei politici sostengono che il proliferare di questi esercizi creerà dei quartieri dove prospereranno attività gestite da stranieri. “Diventeranno dei ghetti”, ha sostenuto uno di loro. A me non pare che Little Italy, Chinatown o Soho siano o siano mai stati dei ghetti. Semmai dei rioni dove, come naturalmente avviene, si va ad abitare o ad aprire un’attività dove ci sono già tuoi connazionali. Un quartiere non diventa ghetto per decisione di chi vi abita, come ben sappiamo. Certo, la malavita cinese, specie nelle grandi città, attecchisce e prospera nei quartieri omonimi, ma anche noi abbiamo esportato, insieme alla pizza e al gelato, la nostra mafia, e la ‘ndrangheta non ha davvero bisogno di quartieri italiani per mantenere il primato di più diffusa organizzazione criminale del mondo intero.

La prima volta che mangiai uno shish kebab fu a Londra, nel 1977. Non mi dispiacque, anche perché costava poco e io avevo pochi soldi, in una città già allora molto cara dove si mangiava male rispetto alle nostre abitudini, e dove una discreta pizza, allora molto rara, costava come da noi una fiorentina. Per strada, al lavoro, ovunque vedevi persone di ogni razza, cultura e religione. Sotto casa c’era uno degli innumerevoli minimarket gestiti da indiani (come quello dei Simpson) e io ci andavo tutti i giorni, spendendo poco e trovando un po’ di tutto, oltre alla gentilezza. Il kebab può piacere o non piacere, ma è un piatto, o meglio, un cartoccio, che ha invaso il mondo, come la nostra pizza (Giuliano Ferrara stamattina ha citato il fatto curioso che il 60 per cento dei bambini americani è convinto che la pizza sia stata inventata nel loro Paese). E allora, cosa dovremmo fare? Questi personaggi sostengono con foga che noi italiani dovremmo mangiare solo piatti della nostra tradizione: ma, se le altre nazioni facessero come dicono loro, tutti i pizzaioli del mondo, Italia esclusa, dovrebbero chiudere bottega! E se, come sostengono, anche il kebab, se proprio lo si deve fare anche da noi, debba esser fatto solo con carni e verdure italiane, dovranno accettare che le pizze (o la pasta!) in America, in Norvegia o in Kuwait si facciano con ingredienti locali. Niente più esportazioni di farina, pelati e mozzarella, dunque, e pizze di scarsa qualità, con relative conseguenze anche sulla nostra immagine.

Non mi piacciono i Mc Donald’s, non ci vado mai. Anche per me puzzano. Rappresentano una cultura alimentare sbagliata, tipica degli americani (che ingrassano sempre di più; ma non dimentichiamo che se noi andassimo avanti unicamente a tortellini, salumi, zamponi, gnocchini, frittelle e sfogliata non staremmo meglio di loro); inoltre attirano i più piccoli associando continuamente i personaggi dei cartoni animati al loro menu, per cui i genitori a volte si trovano costretti a portarglieli; infine non sono terminate le annose polemiche sul trattamento sindacale dei dipendenti. Eppure io non sono tra coloro che vogliono chiuderli per forza: se uno non ci vuole andare, non ci vada. E così per le kebaberie: ce n’è una anche qui a Finale, come ci sono ristoranti cinesi, ma nessuno è obbligato ad andarci. Del resto, il risotto alla milanese, tanto difeso dai cultori della tradizione autoctona, ha ingredienti che giunsero qui da altri continenti, e la pizza si fa coi pomodori, che in Europa sono arrivati da soli cinque secoli. Finale, che di secoli ne conta dieci proprio quest’anno, tiene molto alla sua torta degli Ebrei, che in un certo senso viene da lontano. E credo che a nessuno di noi dispiacerebbe se qualche finalese andasse in Pakistan a vendere la tibuia.

Postato da: Gretsch a 11:35 | link | commenti (1)
polemiche, kebab, ideali

domenica, 08 febbraio 2009

sogni di gloria

 

La Redazione raccomanda a noi collaboratori di tenere qualche articolo di scorta, per le volte in cui mancano tempo e idee. Io ho già esaurito la scorta col precedente “Il profumo del fieno”, e mi trovo a raschiare il barile con questo mio tema di terza media, che risale a 40 anni fa, ma che trovo interessante se non altro per l’argomento. La trascrizione è scrupolosamente esatta.

 

Tema

Se mi riuscisse di fare il giornalista, penso che la mia vita si svolgerebbe così…

Svolgimento

 Tema Maurizio giornalista

E’ sera tardi. Due persone, l’una alta e magra, ma pure atletica, l’altra di statura normale e robusta, si dirigono, a bordo di una berlina nera, verso il centro di una grande città europea. Quello alto, che guida, indossa un vestito elegante e moderno e parla con aria disinvolta con l’altro tipo, che ha il cappello calato sugli occhi, il blocco degli appunti con la penna visibile dal taschino della giacca e la macchia fotografica col flash appesa al petto: evidentemente, un fotoreporter.

Essi giungono ben presto sotto ad un grande palazzo del centro, scendono dall’auto, salgono sull’ascensore e si fermano all’undicesimo piano, dove c’è una grande confusione: una folla di giornalisti e di fotografi assediano l’entrata di una camera: infatti, è successo che la celeberrima attrice Sofia Lollobrigida ha rotto col suo ventunesimo e (si spera) ultimo marito, e tutti i giornali hanno mandato i loro migliori giornalisti per avere notizie. Ma quando i nostri due giungono tra la folla, come d’incanto questa cessa di fare del baccano e lascia una scia che permette a questi di passare davanti a tutti e chiedere personalmente e con calma notizie alla celebre diva.

Così potrebbe essere un episodio della mia vita di futuro giornalista. Un episodio forse troppo fantastico ma che, se saprò volerlo, andrà molto vicino al vero. Non ho ancora deciso quale strada scegliere dopo le scuole medie, ma se, finiti gli studi, mi dedicherò al giornalismo, penso che mi darà molte soddisfazioni. L’individuo vicino a me, meglio conosciuto come Confortini Loreno, è stato da me scelto come fotoreporter per la sua intraprendenza e vitalità.

Forse non riuscirei tanto bene, ma con un po’ di coraggio e ricordando tutte le regole di un buon giornalista, saprò farmi strada ed avere le soddisfazioni che saprò meritarmi. E’ certo che la carriera di giornalista è piuttosto lunga e difficile, a causa delle avversità da parte dei superiori e, penso, anche dal grande numero delle persone che hanno scelto questa professione.

Giornalista. Questo nome può far pensare ad una persona che viaggia tutto il mondo dove ce n’è bisogno per portare, il più presto possibile, notizie fresche al proprio quotidiano, ma giornalista è anche colui che scrive sui quotidiani articoli di giudizio e non solo cronache che, purtroppo, sono quelle che fanno più presa sul pubblico. Ma ora penso a studiare perché una carriera giornalistica non la si costruisce solo sui sogni.

Maurizio Goldoni, classe III G, Scuola Media F. Montanari, Mirandola, anno 1969.

 

Nota: Loreno Confortini, tuttora mio caro amico, da molti anni disegna vedute topografiche di città, prospettive architettoniche di castelli e monumenti, e molto altro http://www.lorenoconfortini.com/ ; le sue opere sono diffusissime, e molti ne hanno una in casa: per esempio, la veduta di Finale Emilia “Come si trovava nei primi anni del XIX secolo”. E’ uno tra i pochi in Italia che si sono inventati questo bellissimo mestiere , e sono contento che non sia diventato un fotoreporter. Quanto all’autore del tema, era incerto tra giornalista, insegnante e traduttore. Non so ancora cosa ne è stato di lui.

 

Postato da: Gretsch a 11:36 | link | commenti (3)
ideali

giovedì, 04 dicembre 2008

SEMPRE IN RITARDO

 

Non so che effetto vi fa sentire un presidente del Consiglio che, di fronte ad una recessione economica sempre più evidente, condanna giornali e tv che parlano troppo di crisi, ed invita all’ottimismo, indicando come rimedio l’aumento dei consumi. Stavolta le sue dichiarazioni non potevano arrivare più opportune, almeno riguardo al ragionamento che ho cominciato nello scorso articolo e che volevo proseguire in questo. Berlusconi in una frase sola spiega a meraviglia il meccanismo che sta alla base del sistema in cui viviamo, che è fondato sui consumi: quindi, se questi rallentano il sistema va crisi, e anziché produrre di meno per adeguarsi alla minore richiesta, bisogna riprendere a consumare. Ma cosa succede se, anche dopo aver commercializzato oggetti utili, ma progettati per durare poco affinché se ne comprino altri (se no i lavoratori non lavorano e le aziende chiudono), oppure oggetti che durerebbero ma che la pubblicità ci invita a sostituire con un modello più recente, oppure infine oggetti che non servono ma che ci vengono presentati come necessari o desiderabili, cosa succede, dico, se poi la gente non ha i soldi per comprarli? Un bel dilemma per un sistema che, per fare un solo esempio, costruisce cellulari che durano in media cinque anni ma che noi mediamente cambiamo molto prima, trovando le scuse più ridicole per giustificare quello che è un lusso, ma un lusso da pezzenti, che si lamentano perché la pasta è aumentata di dieci o venti centesimi e scaricano a pagamento valanghe di suonerie per cellulari, buttano via indumenti seminuovi e fanno debiti per pagarsi il Suv o la settimana bianca. E ci va anche bene, perché tutto questo lo paga, per ora, qualcun altro. Copio da un frequentato blog: “Che cosa hanno in comune Madagascar e Corea del sud? In apparenza nulla. Il primo è un Paese in via di sviluppo, il secondo è una potenza economica. Uno sta in Africa, l'altro in Asia. I malgasci hanno un territorio incontaminato. Ai coreani manca il terreno coltivabile. Il Madagascar ha 28 abitanti per km2, la Corea del Sud 493 abitanti per km2. (…)La Corea del Sud ha bisogno di mais, di olio di palma, di prodotti dell'agricoltura. Il Madagascar ha terra. La Daewoo sigla un accordo con il governo del Madagascar. Cessione di 1,3 milioni di ettari coltivabili per 99 anni. Più della metà della terra coltivabile del Paese (2,5 milioni di ettari).Il tutto gratis. In cambio la Daewoo si impegna ad assumere i malgasci come contadini. Secondo mister Hong, manager della Daewoo: "E' terra totalmente non sviluppata, incontaminata. E noi daremo lavoro rendendola coltivabile, e questo è buono per il Madagascar."(…)I prodotti di 1,3 milioni di ettari del Madagascar saranno inviati in Corea del Sud per il suo fabbisogno, è probabile che neppure una pannocchia rimanga ai malgasci. Gli 1,3 milioni di ettari sono in gran parte foreste. Saranno distrutte con pesanti effetti sul clima. Il contadino del Madagascar viene espropriato della terra, il cibo viene inviato all'estero, il suo ambiente viene distrutto. In cambio potrà lavorare per la Daewoo. Che culo!
Chi ha risorse non ha soldi. Chi ha soldi si compra le risorse. Ma cosa sono i soldi? Da dove provengono? Indovinate. Dalle risorse di chi non ha soldi.
L' Africa ha la maggior parte della terra fertile non coltivata del mondo e la maggior parte dei morti di fame. Una ragione ci sarà”.

Mi rendo conto che una volta non era facile intuire l’esistenza di questi meccanismi, che però adesso sono sotto gli occhi di tutti, cioè di tutti quelli che li vogliono vedere. Come mai, quando vogliono piazzare una discarica vicino a casa tua, gridi allo scandalo, ti rivolti e metti su un bel comitato perché non venga fatta? Basta guardare quello che succede con lo stoccaggio gas di Rivara. Tutti d’accordo sull’inutilità e la pericolosità del progetto; chissà se le stesse persone sono contrarie, per esempio, alla Tav.

Tante soluzioni possono essere semplici, basta volerlo: per eliminare i rifiuti, oltre a produrne meno, è sufficiente riciclarli (si arriva quasi al 100 per 100). Ci arriveremo (forse), ma ci arriveremo tardi, come sempre, come in tutto il resto: chiudiamo la doccia quando il getto comincia a farsi esiguo e freddo, eppure sapevamo che il nostro boiler non è capiente come il lago di Garda, e che non si scalda a parole. Pensiamo all’oggi, e domani si vedrà. Io non ho figli, ma penso ai miei nipoti, e ai figli degli altri. Per fare un altro esempio, possiamo essere autosufficienti nella produzione di energia pulita, ma c’è ancora chi insiste nel vedere un futuro di petrolio e di centrali nucleari (di cui parlerò prossimamente). Non è impossibile usare alternative che oltretutto ci sono già; basta volerlo. Ricordate quando si fumava al cinema, nei bar, negli ospedali, nei negozi (nel mio parecchio), negli uffici, in presenza di bambini e addirittura di neonati? Sembrava normale. Ma ci siamo abituati benissimo, anzi, ora diventiamo subito ostili verso chi trasgredisce una legge che ci pare primordiale, anziché di tre anni fa. E stiamo tutti meglio.

Quindi, per adesso, visto che la crisi c’è e che nessuno tra i governanti, gli economisti sapienti, i giornalisti esperti, nostrani o stranieri, ce l’aveva annunciata, suggerisco di comprare quel che ci serve, tra ciò che ci possiamo permettere. A quelli che hanno quaranta o cinquant’anni dico: pensate ai bisogni che avevate a dieci, venti o trent’anni. Facevate a meno di un sacco di cose e non ne sentivate la mancanza. Potete fare altrettanto ora, è solo una questione di abitudine. Bush padre, quando gli si chiese che il suo Paese riducesse consumi le cui conseguenze (sfruttamento di risorse e inquinamento globale) si ripercuotevano sull’intero pianeta, pronunciò una frase sciagurata che il Nostro condividerebbe: “Lo stile di vita degli americani non è in discussione”. Ora gli americani si accorgono che devono mettersi in riga se vogliono campare, altro che auto enormi che bruciano ettolitri di benzina a basso prezzo, o condizionatori sempre a manetta. In America banche gigantesche falliscono e le più grandi industrie automobilistiche del mondo stanno chiudendo. In Italia invece, secondo Berlusconi, lo stile di vita dovrebbe rimanere lo stesso: veleggiare verso i tropici anche quando la barca fa acqua. Lo dicevano i sociologi (americani!) già negli anni ’50: l’uomo contemporaneo è soprattutto un consumatore. Il nostro premier non lo dimentica mai.

Postato da: Gretsch a 08:25 | link | commenti
ideali, quotidianitĂ , nanismo

lunedì, 03 novembre 2008

La piscina globale

 

In giro per il paese vado a piedi o in bicicletta. La maggior parte delle persone potrebbe fare altrettanto, invece intasa di lamiere e di puzza le vie del centro, fa quattro volte il giro della piazza per vedere, farsi vedere, scoprire cos’è cambiato nella stessa via che ha percorso un minuto prima, o cercare un parcheggio. Da quando c’è la raccolta differenziata, la maggior parte dei miei rifiuti non va nel cassonetto generico, e faccio anche un po’ di strada a piedi per portare carta e plastica ai rispettivi contenitori, spesso pieni. Lavo l’insalata due o tre volte, non dieci, e uso quell’acqua per innaffiare i fiori: non per risparmiare sulla bolletta dell’acqua, ma per risparmiare l’acqua. Faccio controllare la caldaia così che non bruci male il gas e aumenti l’inquinamento. E spendo meno.

Non sono sacrifici, non sono privazioni dolorose, sono abitudini di un sistema di vita che mi è stato insegnato da piccolo e che da adulto ho mantenuto; se alla fine del mese ho risparmiato, diciamo, cento euro, ho fatto risparmiare anche agli altri un po’ di inquinamento, di confusione, di disagio. Un tempo lontano quel risparmio mensile sarebbe stata una certezza, un piacevole pensiero prima di addormentarsi.

Qualche settimana fa quei cento euro li ho persi in mezz’ora. Per non parlare di quello che se n’è andato nei giorni seguenti. Ma come? Non ho mai rischiato investimenti azzardati, neanche al superenalotto, ho sempre collocato i risparmi in modo oculato, confidando che se non avessi guadagnato un gran che almeno non ci avrei rimesso. E invece no. Ho scoperto che si può anche perdere. Che anche le banche, che sapevamo ricche, potenti, intoccabili, ma anche supergarantite, possono fallire. E allora la vocina che da anni sento sussurrarmi all’orecchio, vocina che ho fatto sentire anche su queste pagine, ha alzato il tono e mi ha detto: vedi?, ecco dove porta alla fine il famoso libero mercato, quello che non devi disciplinare, perché si autoregola. Invece tu risparmi, stai attento, non sprechi, metti via cento euro al mese, e c’è qualche bastardo che non hai mai visto né vedrai mai che te ne frega duecento in mezzora. E poi un secondo bastardo te li viene a chiedere, quei duecento, per salvare il primo. Lasciate che il mercato vada avanti da solo, non intralciatelo, dicevano gli stessi che ora invocano il soccorso dello Stato, cioè di noi che siamo stati fregati. Fregati due, tre, dieci volte, per aver creduto (e credere ancora) che progresso sia produrre di più per consumare di più, e che la globalizzazione, oltre che inevitabile, sia buona per tutti. Chi sente un certo fastidio nel leggere tali parole ha ragione, io le scrissi su queste pagine esattamente dieci anni fa, quando di globalizzazione si cominciava appena a parlare; ora però il mercato globale si dimostra quello che descrivevo, cioè quello che è: l’esportazione forzata di un sistema occidentale fallimentare che impone il suo modello anche a chi viveva bene senza, e che coinvolge nella rovina un pescatore indonesiano, un pastore afgano e un artigiano di Cantù, che stavano molto meglio quando la globalizzazione non c’era. E hanno il coraggio di dirci che questo è solo l’inizio, che la crisi sarà lunga e dura. Per chi? Non per quelli che hanno ideato, pianificato e messo in atto questa truffa, né per quelli che l’hanno lasciata perpetrare; lo sarà invece per quelli che hanno sempre pensato che se qualcuno guadagna cifre enormi solo speculando in borsa ci dev’essere qualche ignaro disgraziato che ci perde. Nei primi anni ottanta si stava alzati fino a tardi per vedere le tv erotiche, negli anni novanta per far speculazioni finanziarie col computer: tutti esperti, tutti potenziali ricchi i finanzieri fai da te (mentre gli altri, i saggi, quelli come me, scuotevano la testa: “eh no, io no, io se proprio devo fare investimenti vado attraverso le banche, di quelle mi fido, li vedo in faccia, e poi le banche non possono mica fallire”). Forse qualcuno crede davvero che la ricchezza si possa creare dal nulla; o forse non gli importa, tanto premere un tasto e spostare capitali è come premere il pulsante di sgancio di una bomba: non si vedono le conseguenze, e si rimane comunque illesi.

Io ho comprato la macchina nuova, con l’impianto a gas. Inquino meno, spendo la metà; poi trovo una tizia che porta a scuola il figlio con un tremila di cilindrata, costruito per attraversare la savana o arrampicarsi sul K2. Risparmio l’acqua, poi c’è qualche delinquente che si sta comprando l’acqua potabile di tutto il mondo per rivendermela. Da una parte ti hanno abituato a sprecarla, tanto ce n’è sempre; dall’altra ti hanno abituato ad acquistarla in bottiglia: così protesterai meno quando dovrai comprarla tutta da loro, al loro prezzo, che non sarà sempre espresso in moneta. Eppure, se cerchi di spiegare quanto sopra, la risposta è deprimente: “A te che te ne frega se compro il Suv? Coi soldi miei faccio quel che mi pare”. E invece no: quella che tu inquini è l’aria che anche io respiro, l’acqua che tu sprechi è di tutti, e non è infinita; il tuo Suv, come il mio gpl, vogliono dire carestia in un altro continente: stiamo tutti a mollo nella stessa piscina, e tu mi dici “mi compro il mio metro cubo o i miei cento metri cubi e ci piscio e ci cago dentro, se mi va”. Tra qualche anno, e gli effetti si vedono da tempo, non ci sarà più mio o tuo, ci sarà un’unica cloaca in cui ci troveremo tutti, compresi quelli che, col nostro consenso, poco alla volta ci hanno convinto ad immergerci. Dopotutto non ci meritiamo altro. Ce la siamo cercata, avanziamo nella melma, non cambiamo strada, e tuttavia continuiamo a pensare d’essere più furbi degli altri, nonché i più furbi tra le specie animali. La nostra estinzione servirà almeno a salvare quel poco di sano che resterà del pianeta.


E per concludere in bellezza:
“Dobbiamo tutti insieme costruire un mondo basato sul primato dell’etica, sul primato delle leggi sulle prassi, sul primato dei valori sugli interessi”.

Lo ha appena detto il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.
Io invece non ho parole. Potrei solo replicare a sputi.

Postato da: Gretsch a 09:43 | link | commenti
ideali

sabato, 12 aprile 2008

La curva

 

Magdi Allam, ex articolista di La Repubblica e ora vicedirettore del Corriere, spesso presente a dibattiti radiotelevisivi perché conoscitore del mondo arabo e di quello cristiano, nonché in grado di parlare un italiano perfetto, si è convertito al Cristianesimo. La notizia è stata riportata con grande risalto non tanto per la notorietà del personaggio, che non è comunque trascurabile, quanto per quella di chi l’ha accolto tra le braccia della Chiesa, cioè il Santo Padre in persona. Scrivo questo articolo senza poter usufruire del collegamento a internet, di cui sono privo da giorni, e senza aver visto alcun telegiornale, che del resto non guardo quasi più; quanto ai giornali, ascolto la rassegna stampa di Radio 24 di prima mattina, e mi avanza. Proprio attraverso La Zanzara, il lungo programma di attualità di Radio 24 con telefonate in diretta che ascolto ogni giorno, ho saputo della faccenda, e delle relative polemiche. Molti ascoltatori, la maggior parte cattolici, hanno telefonato per esprimere il loro garbato dissenso riguardo la manifestazione così plateale di un atto che dovrebbe essere privato. Che Magdi Allam abbia cercato di amplificare al massimo il suo gesto ha un’importanza relativa: quel che conta è che la sua richiesta sia stata accolta, e che lo stesso Benedetto XVI abbia officiato il rito. Quindi alla Chiesa l’occasione deve essere sembrata interessante. C’è chi dice che lo ha fatto per incoraggiare i tanti musulmani che non osano convertirsi per paura delle reazioni dell’Islam a “uscire dalle catacombe” (parole di Allam). Fatto sta che le polemiche sono scoppiate quasi subito. Portavoce dei critici, o per meglio dire la più riportata nelle agenzie, è diventata Afef Jnifen, islamica che si dischiara non praticante, più famosa perché consorte di Tronchetti Provera, la quale ha accusato Allam di fomentare l’odio interreligioso. In effetti il giornalista, intervistato subito dopo il gesto, non ci era andato giù leggero: aveva sostenuto che il tanto citato Islam moderato in realtà non esiste, che chi vuol farsi musulmano viene accolto a braccia aperte, mentre chi vuole allontanarsi da Maometto viene trattato da apostata e perseguitato anche dai confratelli (di qui il riferimento alle catacombe, rifugio dei cristiani perseguitati). Alle parole di Afef, Magdi Allam risponde confermando la sua scelta e aggiungendo che se lui pensasse che l’Islam è una religione tollerante ed amorevole non si sarebbe mai convertito. Tali frasi, pronunciate da un giornalista non certo noto per i toni accesi –  e che però è da tempo sotto scorta - fanno per forza una certa impressione. Insomma, che pensare? E’ vero che l’Islam è una religione maschilista e autoritaria, che si proclama l’unica vera, e incoraggia la distruzione delle religioni nemiche, perseguitando e magari trucidando chi non vuole convertirsi? E’ vero che invece la Chiesa è indulgente e tollerante, e non perseguita chi la lascia per aderire all’Islam? O è vero anche che in tempi non remoti la Chiesa, maschilista e autoritaria, ha proclamato la propria religione come l’unica vera e propugnato la distruzione delle religioni nemiche, perseguitando e magari trucidando chi non voleva convertirsi? Di fronte a questi dilemmi, a questi quesiti grandi e gravi, ci si può smarrire; ma si può ritrovar sé stessi, insieme a una buona dose di serenità, riflettendo sul fatto che tutto viene da una favola che ci viene raccontata da piccoli, e alla quale naturalmente crediamo, anche se poi, da adulti, mentre insegniamo ai nostri figli ormai cresciuti che non è più tempo per le favole, continuiamo a credere a quella che ci hanno raccontato allora, per quanto inverosimile e ridicola possa essere. La politica in generale, e la propaganda di massa negli ultimi decenni, mostrano chiaramente che qualunque cosa può essere creduta se viene ribadita continuamente, se molti altri ci credono, e se chi non ci crede viene dato per matto o traditore, o se viene emarginato o perseguitato. I tratti in comune tra cristianesimo e islam sono tanti, ed è naturale che sia così, perché entrambi hanno in comune miti che provengono da religioni precedenti. Il mito è una cosa, anzi, una gran cosa, ma prendere per vero un mito, cioè una favola, è cosa assai diversa. Di salvatori nati da madri vergini, accompagnati da 12 discepoli, traditi, crocifissi e risorti se ne trovano parecchi prima di Cristo; sulla natura di tali miti non c’è spazio per dissertare qui; ma queste leggende quasi tutte uguali fanno nascere qualche sospetto in una mente razionale. Le grandi religioni organizzate, spesso alleate o tutt’uno con il potere politico, hanno lo scopo principale di creare consenso mantenendo sottomessi i fedeli con la minaccia di punizioni ultraterrene, e se non serve anche maledettamente terrene. I loro dogmi non si discutono, per quanto assurdi possano sembrare. Si fondano su un libro che vien detto sacro, rivelato da una divinità ad uno o a pochi eletti. Ma questi sistemi religiosi servono a chi li manovra soprattutto per questioni che di celeste non hanno nemmeno il colore.

Che due religioni si scontrino duramente, al punto di porre mano alle armi, come purtroppo è successo tante volte, massacrando nel corso della nostra povera storia milioni di persone, ha lo stesso senso che darsi coltellate tra tifosi di squadre di calcio: esiste forse una squadra giusta, una Squadra Vera? Certo che no. Quando vedo quei deficienti accapigliarsi sulle tribune e fuori dagli stadi, distruggere treni, auto e vetrine e organizzare spedizioni punitive contro il “nemico”, mi dico che, sia che facciano di testa loro, sia che vengano manovrati, rimangono dei mentecatti, che purtroppo coinvolgono nelle loro idiozie anche chi il calcio lo ama come competizione leale, come gioco, come svago, e anche chi del calcio se ne frega altamente.

La conversione di Allam non mi tocca per nulla; ma devo occuparmene, perché lo scontro di religioni, pur se assurdo e ridicolo già per definizione, è una minaccia reale, e non vorrei che quelli come me ci rimanessero schiacciati in mezzo. Noi che non siamo violenti, e nemmeno tifosi.

 

Postato da: Gretsch a 16:12 | link | commenti (3)
polemiche, religione, ideali