Archivio di articoli pubblicati sul mensile "Piazza Verdi" dal 1996 ad oggi.

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lunedì, 26 settembre 2005

Senza risposta

 

 sheehan-memorial

 

 

Cindy Sheean, la famosa mamma americana il cui unico figlio è morto nella guerra in Iraq, da un mese cerca inutilmente di parlare col presidente Bush. Si era accampata fuori dal suo ranch, ma lui è sempre passato oltre. Che gli costava fermarsi e parlarci? Tanto, abituato com’è a farsi scrivere i discorsi, poteva farsene preparare uno adatto. Due o tre balle le poteva raccontare, a beneficio della donna e della stampa; due o tre balle in più o in meno… Poi, ieri, nel corso di una grandissima manifestazione – dai tempi del Vietnam non se ne vedeva una simile in USA – proprio contro la guerra in Iraq, Cindy è stata arrestata davanti alla Casa Bianca. Perché? Perché si era seduta e rifiutava di riprendere a camminare. La legge lo vieta: in galera.

Bush non ha mai parlato con la donna, e ha lasciato che l’arrestassero. Come ricorda l’Unità,Così, con un gesto di resistenza civile così semplice e personale, come sedersi in un luogo non consentito e non muoversi sono iniziate tutte le grandi contestazioni degli ultimi trent’anni in America”.  Vero: la donna nera che si rifiutò di muoversi dal posto riservato ai bianchi diede il via all’abrogazione della segregazione. Il senso del comportamento di Bush ci sfugge. Forse è davvero così interdetto come i maligni lo descrivono, o forse invece un calcolatore sopraffino, o forse la Cia ragiona per lui, e c’è un motivo preciso per fare di Cindy Sheean un’altra martire, dopo il figlio. Chi può dirlo? Sono domande che attendono una risposta, come quelle che Cindy non è nemmeno riuscita a rivolgere al suo presidente. Fatto sta che di quella donna si parla sempre di più. Mentre l’arrestavano, gli altri manifestanti cantavano “Tutto il mondo vi sta guardando”. Tutti, tranne Emilio Fede, che come sempre guardava altrove.

Postato da: Gretsch a 22:52 | link | commenti (4)
guerra e pace

lunedì, 29 agosto 2005

Parabellum

 (2003)

“Si vis pacem para bellum”. L’On. Berlusconi fa sfoggio di motti latini con la stessa disinvoltura con cui esibisce frasi dialettali o fa il segno delle corna. Le citazioni in latino fanno sempre effetto, eppure, anche se viviamo nel paese in cui questa lingua è nata, ci limitiamo a usarne solo qualcuna, come “dulcis in fundo” , “ora pro nobis” o “in vino veritas”.  La frase latina citata dal presidente del Consiglio non è tra le più sconosciute, tant’è che ha ispirato il famoso fucile parabellum, di cui parla anche Guccini in un sua vecchia canzone; questo motto, di cui si trovano corrispondenze in Livio, Orazio, Vegezio e Publilio Siro, non vuol dire che se vuoi la pace devi fare la guerra, bensì che devi essere pronto a farla, per non farti trovare impreparato. Inoltre, il lapsus di Berlusconi nel pronunciarla  (aveva cominciato con “Si vis bellum…”, cioè “se vuoi la guerra…” e aveva subito aggiunto “Non è un lapsus freudiano!”) è curiosamente simile a quella dell’On. Taiani che stasera 30 marzo a Ballarò ha detto “Tutti siamo contro la pace”.  Allora facciamo anche noi la nostra figura con questa citazione da Tacito, che forniamo già tradotta: “Dove fanno un deserto, lo chiamano pace”. Fu pronunciata dal re dei Britanni, antenati di Tony Blair, prima della battaglia decisiva contro i Romani.

Postato da: Gretsch a 19:02 | link | commenti
guerra e pace, nanismo

Frattaglie

I palestinesi hanno imbottito di esplosivo e mandato a morire un ragazzino di quattordici anni. La carne da macellare costa tutta uguale? Evidentemente no, e quando si può si cerca di risparmiare, tanto, dopo, le carni sono indistinguibili, rossa di sangue e sbrindellata quella di uno che ci credeva come quella di un ragazzotto ritardato che si è voluto mandare a farsi saltare in aria, ritenendolo più utile da morto che da vivo. Tanto poi nessuno potrà dire cosa pensasse veramente quel cervello sparso qua e là. Davanti alla Causa, le frattaglie sembrano tutte uguali.

Postato da: Gretsch a 18:19 | link | commenti
guerra e pace

I morti di Nassiriya

(2004)

Quei morti sono stati tirati in ballo durante le recenti votazioni riguardanti il mantenere o meno il contingente italiano in Iraq. La coalizione di governo difendeva la scelta fatta, una scelta a suo dire di pace, e sosteneva che ritirare le nostre truppe avrebbe reso inutile il sacrificio di quei 19 uomini. Una parte dell’opposizione, quella che non si è astenuta, ribadiva invece che l’invio di quelle truppe era stata un’operazione di guerra, e che pertanto i nostri militari dovevano tornare a casa.

La considerazione che un ritiro significhi un sacrificio inutile si presta ad una riflessione obbligata: se facciamo una speculazione sbagliata in borsa, o se perdiamo denaro al gioco, dobbiamo per forza continuare a giocare in nome dei soldi che abbiamo perso, o è meglio ritirarsi per limitare i danni? Certo, se si è convinti della giustezza della causa, si continua ad inviare uomini finché la causa non è vinta, o almeno finché ci si accorge che è impossibile vincerla. In ogni caso, però, non bisognerebbe dimenticare che sempre chi spedisce quegli uomini in prima linea, fosse anche la persona più in buona fede di questo mondo, incontro ai kamikaze ci manda gli altri, mica ci va lui. Non so bene perché, da quando è presidente della Camera, Pierferdinando Casini mi è molto meno antipatico, e in molte occasioni ha dato prova di quell’equilibrio e di quel buon senso che sono necessari a chi ricopre tale carica; eppure le sue affermazioni di oggi, 23 febbraio, mi lasciano perplesso: riferendosi alle controversie scatenate da Violante, che accusa il governo d’esser responsabile di quei morti, Casini afferma che “Le polemiche politiche sulla pelle dei nostri militari sono moralmente inaccettabili”. Forse allora sono più indicate le considerazioni economiche? Ne Il Sole 24 Ore, che è talvolta più a sinistra del finalese Tam Tam, il 13 novembre scorso si leggeva che “Da tempo l'azienda petrolifera italiana (Eni) ha gli occhi sui campi petroliferi di Nassiriya. All'Eni quel giacimento da 300mila barili al giorno e con riserve tra i 2 e i 2,6 miliardi di barili interessa dai tempi del regime di Saddam Hussein. Subito dopo la fine “ufficiale” della guerra l'azienda italiana ha riaperto il negoziato con gli americani di Paul Bremer e con il ministero del petrolio irakeno. A giugno una delegazione dell' Eni si è recata a Baghdad a bordo di un aereo militare italiano per discutere nei dettagli l’affare". E più avanti: "Noi avevamo un interesse per quella zona e lo confermiamo", ha dichiarato l'amministratore delegato Vittorio Mincato "contavamo di chiudere i colloqui in corso entro l'anno ma i fatti di oggi confermano quanto temevamo: se ne parlerà l'anno prossimo"”. Una fonte ancora più a sinistra, l’agenzia ANSA, riferisce:Per quanto riguarda l'Italia lo studio cita il giacimento di Nassiriya per il quale ha avviato negoziati insieme alla spagnola Repsol”. Io credo che sulla pelle di quei militari non si debba far campagna elettorale, ma che si possano, anzi si debbano fare polemiche. Quando qualcuno muore per una missione, la si chiami di pace o di guerra o di interesse economico, merita un rispetto che è fatto non di silenzio, ma di parole, di polemiche, di dispute anche accese, specie se queste dispute possono contribuire a salvare la pelle di qualcun altro, civile o militare che sia.

Postato da: Gretsch a 18:16 | link | commenti
guerra e pace

La guerra delle bandiere della pace

 

 (2003)

 

C’è stata addirittura un’interrogazione parlamentare per chiarire se davvero noi che abbiamo esposto la bandiera della pace verremo contati e schedati. Chissà perché, queste bandiere danno fastidio. Il motivo forse è molto semplice: i pacifisti danno fastidio, e così le loro bandiere. I pacifisti sono di volta in volta accusati di essere dei semplicioni, dei vigliacchi, degli ingenui, degli utopisti, degli agitatori, dei collaborazionisti. Come se “pacifista” indicasse una categoria ben precisa. Chi invece è stato a Firenze o a Roma in occasione delle marce per la pace si è reso conto che tra i partecipanti si trovava un’umanità molto varia. I pacifisti non sono un popolo come gli ebrei o i curdi. Rappresentano invece uno dei movimenti più trasversali che ci siano. Chi ce l’ha tanto coi pacifisti non può essere un vero fautore di pace. O sì? Uno degli argomenti che ci sentiamo sbattere in faccia di continuo è quello dell’America che ci ha liberato. E’ un debito che non finiremo mai di pagare? Saremo legati alla volontà degli USA fino alla fine dei secoli? Voglio rammentare a chi avesse poca esperienza di guerre e di alleanze che queste ultime si fanno e si disfano con estrema facilità e rapidità, come del resto stiamo constatando in questi mesi. Per ricorrere ad un esempio recente, durante l’ultimo conflitto mondiale abbiamo dichiarato guerra, tra gli altri, a Grecia, Francia, Gran Bretagna, Yugoslavia. Abbiamo dichiarato guerra all’URSS, che venne invaso dalle truppe tedesche e italiane, ma che poco tempo prima aveva stretto un’alleanza con la Germania per spartirsi la Polonia. Abbiamo dichiarato guerra agli USA, poi alla stessa Germania, cosicché gli americani ci hanno liberato dai fascisti e dai nazisti con cui ci eravamo alleati contro di loro. In questi giorni si ricordano, giustamente, i caduti angloamericani, si visitano i loro cimiteri (anch’io l’ho fatto); ma non si parla più dei partigiani, anch’essi morti per liberarci dai nazifascisti. Ed è giusto, perbacco: che palle ‘sti partigiani, non se ne può più di sentirli nominare. Ma erano poi tutti dei galantuomini? E poi, saranno esistiti davvero? La politica è una brutta bestia, ha sempre detto mio padre, e come dargli torto. Non vorremo essere dei traditori come Francia e Germania, o colpevolmente prudenti come Cina e Russia, no? E allora bisogna appoggiare gli USA nella loro guerra di espansione, perché facciamo parte di un’alleanza e perché ci hanno liberato. Ma da chi ci hanno liberato? Dai fascisti, che ci avevano portato a questa rovina. E allora penso che tra coloro che desiderano che il conflitto abbia luogo ci sono dei nostalgici anche tra i finalesi, i quali sospirano la mancanza di un uomo che mandò a morire centinaia di migliaia di italiani, e fu alleato di chi provocò il più grande sterminio della storia. Durante quel regime (eh, sì, fu un regime, chiamato regime fascista) queste bandiere non le avremmo certo potute esporre. Chi vuol la pace è un codardo. Da questo ci hanno salvato gli americani, da noi stessi, dalle nostre smanie imperialistiche, dalle nostre fregole di conquista, le stesse che dovremmo appoggiare ora su richiesta USA. E allora invito questi signori a fare un gesto esplicito, e ad esporre una bandiera con scritto “Guerra”. Oppure, “Macché pace d’Egitto” (tanto, anche l’Egitto è coinvolto). Se loro vogliono contare noi, anche noi vorremmo sapere chi sono loro.

Mi è stato detto scherzosamente, dopo che ho esposto la bandiera arcobaleno: “Allora io metto fuori il tricolore”. E allora? Non vedo la contrapposizione, a meno che non si tratti della fiamma tricolore. Anzi, esporre la bandiera italiana accanto a quella della pace sarebbe un messaggio anche più chiaro. Già, perché ci si accusa anche di volere una pace senza condizioni, il che sarebbe utopistico. Anche ammettendo che molti di noi ponessero delle condizioni, sarebbe poco pratico scriverle sulla bandiera; meglio un bel PACE, quattro lettere belle chiare, le stesse che pronuncia il Papa, il più celebre tra noi pacifisti. Vedete, uno dei vantaggi di cui gode un non credente come me è di poter approvare o criticare l’operato della Chiesa, a seconda del proprio giudizio, e non della propria convenienza, come fanno per esempio Bush e Aznar. E adesso sono proprio d’accordo con la Santa Sede, e sorrido soddisfatto all’ombra del Vaticano, mentre guardo i potenti della terra, sempre ossequiosi col Santo Padre e sempre d’accordo, a parole, che la pace è un bene supremo, fregarsene ora degli accorati appelli di Wojtyla. I fautori della guerra avranno il sopravvento, come spesso accade, con o senza le nostre bandiere. E nemmeno servirà fermare i treni carichi di armi. La politica è una brutta bestia. Infatti, se i pacifisti si limitano a volere una pace generica sono degli idealisti o dei pirla; se si rivolgono al mercato alternativo, quello equo-solidale, per diminuire gli squilibri tra nazioni, degli illusi. Se fermano i treni della morte, dei terroristi. Ci si dica cosa dobbiamo fare, a parte morire. Concludo con la domanda ispirata da Ellekappa: se chi ferma i convogli che portano armi è un terrorista, chi quelle armi le produce, le vende, le usa, che cosa è?

 

Postato da: Gretsch a 16:56 | link | commenti
guerra e pace, ideali

domenica, 28 agosto 2005

FANATISMI

 (2002)

Alessandro Cecchi Paone, in un programma sulla seconda guerra mondiale, accennando ai kamikaze giapponesi di Hiro Hito li definisce “fanatici”. Quest’affermazione mi ha dato un senso di fastidio, e ora cerco di spiegare, a me stesso e a voi, il perché. Pare che i kamikaze (“vento divino”, definizione indubbiamente suggestiva) venissero utilizzati perché quasi tutti gli aviatori esperti erano caduti in combattimento. Quindi, anche un novellino poteva far decollare il suo aereo farcito di bombe, dirigersi verso una portaerei nemica e gettarvisi contro. Facile, a patto di evitare la contraerea, ma soprattutto a condizione di lasciarci le penne. Ed è su questo che io e Cecchi Paone forse non c’intendiamo. Cerco nello Zingarelli la definizione di “fanatico”: “Chi, mosso da esagerato entusiasmo per un’idea, una fede, una teoria e sim., si dimostra intollerante verso ogni posizione che non sia la sua”. A noi qui interessa, per cominciare, quell’aggettivo, esagerato. La guerra, lo sappiamo, è una continua esagerazione: esagerazione del concetto di patria, di quello di nemico, dei mezzi usati per intimidire, colpire, distruggere. Ci insegnano che il nemico è cattivo e va combattuto. Le guerre, come scrisse von Clausewitz, e come ha ricordato il giornalista della Rai Ennio Remondino qui a Finale qualche giorno fa, si fanno per vincerle, con qualunque mezzo. I kamikaze giapponesi che offrivano la propria vita per la vittoria non furono un episodio da considerarsi isolato ed esecrabile, ma erano e sono il sogno di qualunque generale: soldati pronti ad immolarsi, carne da macello che con poca spesa provoca grossi danni al nemico. Invece, quasi tutti i soldati, su qualunque fronte, avrebbero preferito e preferirebbero stare con le loro mogli, le loro famiglie, i loro amici, tranquilli a casa, piuttosto che farsi uccidere o mutilare, o morire di stenti o di malattia, o finire nei lager. Quando si combatte una guerra, gli unici che parlano sempre di fermezza d’intenti nel voler battere il nemico ad ogni costo sono quelli che stanno a capo degli eserciti, spesso molto lontani da dove si rischia la vita: i soldati non ne sono sempre così convinti, sennò non si spiegherebbe la necessità di istituire i reati di diserzione, i tribunali militari con le loro corti marziali, eccetera. Quello che viene richiesto a tutti, e specialmente ai soldati, è la fede nell’idea e nella vittoria, e la disponibilità  ad immolarsi per essa. I kamikaze lo fanno volontariamente, e questo non può che aggiungere valore al loro gesto. O no? Ci hanno fatto una testa così, fin da piccoli, con Enrico Toti, che gettò la stampella in faccia al nemico, ma anche con Pietro Micca, che facendosi saltare insieme alla mina salvò Torino dall’assedio dei francesi: dunque Micca fu a tutti gli effetti un kamikaze, forse il primo kamikaze italiano! Quello però, ci hanno insegnato, era un eroe. Dunque, i nostri soldati, quando si immolano, sono degli eroi; gli altri, dei fanatici. E’ evidente, allora, che quel che fa la differenza è l’idea, la fede. La nostra idea è giusta, la loro no, quindi i nostri sono eroi e martiri, i loro invece fanatici. Quando si parla di kamikaze, si tende a definirli fanatici nel senso di indottrinati; si dice “gli hanno fatto il lavaggio del cervello”; ma se riflettete, è la stessa cosa che fanno ai soldati, solo che coi kamikaze si spingono più a fondo, e allo stesso tempo trovano più disponibilità. Attenzione, dunque: a definire i kamikaze “fanatici” si cammina davvero su un terreno minato. Qualcuno dirà che, date le premesse, io certamente approvo i kamikaze palestinesi. Ci mancherebbe altro: se sono contrario alle guerre tra soldati, figuriamoci se approvo le stragi di civili: le loro azioni suicide, infatti, fanno vittime soprattutto tra i civili. Ma se in guerra è tutto permesso (ed è sempre così, specie quando non ci sono testimoni) e se i palestinesi non hanno altri mezzi, con quelli combattono. I vietcong non avevano l’armamentario degli invasori USA, e facevano una guerra di agguati e imboscate. Ci si arrangia come si può.

C’è modo e modo di suicidarsi per una causa: c’è chi lo fa passivamente, come i cristiani, come i bonzi, come Ian Palach, che si sono sacrificati per un’idea, per la pace; e c’è chi lo fa attivamente, creando perdite nelle file nemiche, per la stessa idea, o per un’altra, giusta o sbagliata che sia. Quello che crea queste differenze è la guerra: finché crederemo nella guerra, dovremo aspettarci i kamikaze, che tra l’altro sono sempre più di moda. Già durante il secondo conflitto mondiale si aveva poco o niente rispetto per i civili: tantissime città furono bombardate pesantemente, dai nazisti prima e dagli alleati poi. L’azione contro le torri gemelle viene da queste premesse. Io non vedo come un pilota che sorvola una grande città, scarica le sue bombe ammazzando civili inermi e se ne torna alla base possa essere più umano e rispettoso di chi parte per un’azione suicida, sapendo con certezza che ci lascerà la pelle, e magari senza fare una vittima tranne se stesso. Tutt’al più sono entrambi ugualmente riprovevoli. Insomma, se scateniamo una guerra non possiamo aspettarci che gli altri ci rispondano gettandoci dei fiori. E così veniamo alla vera definizione di fanatismo, come da dizionario: i fanatici veri sono gli intolleranti; aggiungo io quelli aggressivi, come i musulmani integralisti, che non si accontentano di credere in quel che gli pare senza andarlo a imporre agli altri, come fecero i cattolici. I fanatici che dobbiamo temere maggiormente sono quelli che preparano le guerre: quando la guerra è cominciata, la frittata è fatta, e dentro ci sta tutto, dall’eroismo alla vigliaccheria, dal sadismo alla solidarietà, dai disertori ai kamikaze.

Postato da: Gretsch a 22:06 | link | commenti
guerra e pace, ideali

DIO DA CHE PARTE STA?

 (2001)

 

 

Tony Blair ha detto ieri che la Gran Bretagna possiede un fortissimo senso del bene e del male. E’ un’affermazione che dà i brividi. Mi chiedo cosa significhi, ma temo di saperlo: anche Hitler l’aveva, quel senso lì, anche Bin Laden ce l’ha. Peccato che ognuno ce l’abbia diverso, vale a dire fatto a propria misura: il bene coincide sempre con gli interessi nostri, il male con quelli altrui. Bush dice alle famiglie dei ragazzi che partono per l’Afghanistan: se moriranno, i vostri figli, fratelli, mariti, saranno degli eroi, perché questa è una guerra giusta. Poco originale, no? Chi mai direbbe ai propri soldati: state per combattere una guerra non tanto giusta? Si tratta della loro pelle, logico che se sono mandati a morire, siano forniti, oltre che di equipaggiamento, di funerale e di medaglia alla memoria, anche di una buona giustificazione. D’altra parte, il nemico (di ieri, di oggi, di sempre) sostiene che è la sua causa quella giusta: combattete, morite, sarete degli eroi. Per chi sopravvive, una ricompensa in terra: per gli altri, in cielo (bella fregatura, se l’aldilà non esiste). Il senso del bene e del male ce l’abbiamo tutti, nessuno escluso: solo che è sempre il nostro quello genuino, mentre quello degli altri è “distorto”. E le affermazioni “farneticanti” le fanno sempre gli altri.Insomma, uno dei due deve avere torto. Dio è dalla nostra parte, proclamano – come sempre – gli americani. Allah è con noi, dichiarano gli altri. Ipotizzando che il Dio dei musulmani e quello dei cristiani siano in realtà lo stesso Dio chiamato con nomi diversi, ci si trova di fronte al paradosso di un Dio che mette uno contro l’altro milioni di individui, e crea morte e distruzione per tanti, e ricchezza per pochi. Se invece consideriamo le due religioni come diverse, o addirittura antitetiche, la situazione non migliora, perché cadiamo in una vecchia trappola, quella di credere che siano le religioni a fare le guerre. Il mio primo sentimento, nel vedere Bush che va d’accordo con i russi e i cinesi è stato, devo dirlo, di sollievo; forse perché sono nato durante la Guerra Fredda, quando la contrapposizione di grandi potenze nucleari faceva paura. Ma subito dopo mi sono domandato: se quelle nazioni una volta nemiche vanno così d’accordo, qual è l’interesse politico, strategico, e quindi commerciale che c’è sotto? E soprattutto, chi ne farà le spese? Molti personaggi della musica e dello spettacolo d’America si sono riuniti per dimostrare la propria solidarietà alle vittime delle torri gemelle, in un tributo televisivo che tutti ricordiamo. Tra i musicisti, persone che stimo profondamente, e non solo per le loro canzoni, come Paul Simon e Sting. Ma avrei voluto vedere, tra loro, anche il Bob Dylan di una volta, che cantava “Padroni della guerra (…), voi caricate i grilletti che altri dovranno premere, e poi vi sedete e guardate il conto dei morti che sale”, e “perfino Gesù non perdonerebbe quel che fate”. Avrei voluto che tutti insieme tralasciassero di cantare, almeno per una volta, “Dio benedica l’America”, per intonare invece “Con Dio dalla nostra parte”. Questa canzone, che Dylan scrisse nel 1967, diceva, a proposito della prima guerra mondiale: “I motivi per combattere non li ho mai capiti, ma ho imparato ad accettarli, accettarli con fierezza, perché non si contano i morti quando hai Dio dalla tua parte”. E del secondo conflitto: “Abbiamo perdonato i tedeschi, e adesso siamo amici; anche se ne hanno assassinato sei milioni, bruciandoli nei forni, ora anche i tedeschi hanno Dio dalla loro parte”. E infine, la memorabile chiusura della canzone, con la quale vorrei chiudere anch’io: “Se Dio è dalla nostra parte, fermerà la prossima guerra”.

(Dopo pochi mesi che furono scritti questi versi, gli americani cominciarono a bombardare il Vietnam).

 

 

 

Postato da: Gretsch a 13:16 | link | commenti
guerra e pace