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PORNO PADANO: I RETROSCENA
(2006)
A distanza di quattro mesi dalla pubblicazione di “Porno padano” , sento di dovere qualche spiegazione ai miei lettori. Nel giugno del 2005 mi accordai con Marnie, della redazione di Piazza Verdi, che con me aveva curato alcune recensioni doppie nella rubrica Pop corn e brustlìn, per pubblicare l’analisi di un fantomatico film di Tarantino, presentato in una (vera) retrospettiva al festival di Cannes 2005. Come già accaduto per Psyco, le recensioni furono due, dal suo e dal mio punto di vista: in questo caso però si trattava di due giudizi su un film immaginario. L’articolo uscì, e non ci pervenne alcun commento in merito. Avevo previsto – e anche un po’ sperato – che così sarebbe andata, perché volevo far scattare la parte B del piano, cioè la recensione di un altro film inesistente, stavolta però di genere diverso. La mia aspettativa era che per questa seconda recensione l’interesse non sarebbe mancato, proprio perché l’esca era doppia: il sesso, che fa alzare un sopracciglio anche al lettore più distratto, e il fatto che fosse gente del luogo a praticarlo davanti alle telecamere. E così è stato. Devo precisare che nessuno era al corrente della burla, nemmeno la redazione, che viene informata solo in questo momento tramite l’invio del presente comunicato. L’unica a sapere era Marnie, che nelle mie intenzioni avrebbe dovuto scrivere la recensione dal punto di vista femminile; ma davanti al suo imbarazzo ho capitolato, e ho preferito affrontare lo scherzo da solo. Marnie però è stata bravissima: innanzitutto a tenere il segreto per mesi, e poi a far fronte alle varie inquisizioni senza tradirsi.
Mi rendo ben conto che questa bravata non ha un gran valore dimostrativo, date le sue prevedibili conseguenze. Mi ricorda i tempi delle medie e del liceo, in cui mi prestavo volentieri ad organizzare scherzi anche complessi. Ma forse qualche implicazione, qualche piccolo sviluppo ci sono stati. Alcuni hanno dato per scontato che il film esistesse e fosse in circolazione, ma non avevano idea dell’identità dei protagonisti. Altri hanno esplicitamente chiesto alla redazione di avere una copia. Tutti però hanno chiesto lumi alla redazione stessa, che li ha chiesti al sottoscritto, il quale ha finto di non voler rivelare le sue fonti, dando ad intendere che però il film non era di così difficile reperibilità. Però, il fatto che nessuno si sia rivolto a me personalmente mi dà da pensare: forse credono che abbia a che fare con la produzione; o si vergognano; o forse un film del genere esiste davvero, e io ho contribuito a diffonderlo. O magari non esiste ancora, ma dopo questo articolo a qualcuno verrà in mente di farlo. Se è così, prometto che sono ben disposto a commentarlo. Marnie, invece, con tutta probabilità si asterrà di nuovo.
PORNO PADANO

Per recensire un film sarebbe buona regola vederlo tutto fino alla fine. Ed è quello che generalmente i recensori dicono d’aver fatto. Chi scrive aveva già notato, parlando de “Il Cartaio” di Dario Argento, che non è necessario bere tutto il bottiglione fino alla feccia per sapere se il vino è buono; così è per questo prodotto, che non vorrei chiamare film; il titolo, poi, non ho neanche il coraggio di scriverlo, tanto tra chi mi legge c’è chi sa bene di cosa parlo. E gli altri non sono interessati alla cosa. In effetti, è solo quando conosci (magari solo per sentito dire) uno degli attori, che certi film anche scadentissimi cominciano ad interessarti. Infatti mi occupo di questo prodotto perché tra i suoi protagonisti c’è gente delle nostre parti, anche se a dire la verità non li avevo mai visti (in faccia si vedono poco anche nel dvd); ma l’imbarazzo più grande nel parlare di un film hard è che non puoi trattarlo come se avessi visto solo quello.
E va be’. Detto ciò, e siccome si può a ragion veduta parlare di “genere” hard, come si parla di “commedia sentimentale”, “pulp”, “horror” e “legal thriller”, si può ben dire che il genere ha una sua tipicità, le sue strutture narrative, le sue codifiche. E si può anche dire che chi guarda una commedia sentimentale o un horror vuol sapere come va a finire, anche se la conclusione è anch’essa codificata, e spesso prevedibile. Quanto ai film hard, solo le donne molto ingenue e sentimentali, come dice la battuta, li guardano fino all’ultima scena, per vedere se i due si sposano. E questo dvd - di cui si parla neanche troppo sottovoce, e che molti pare abbiano visto - non fa eccezione: la storia è inesistente, e forse è meglio così, dato che la recitazione non pare essere la caratteristica più apprezzabile delle nostre due star. Per il resto, tutto nello standard: pseudonimi allusivi al posto dei veri nomi e cognomi; uso amatoriale di una telecamera professionale; personaggi che nella vita sembrano fare solo quello; niente preamboli, si va subito al sodo (a volte non molto sodo); audio in diretta e inquadrature chirurgiche; disparità di trattamento nelle reciproche attenzioni intime, con sequenze dedicate all’uomo molto più lunghe (del resto, questo rispecchia spesso la realtà). Così suggerirei al regista di questi due simpatici attori (e lo dico senza ironia, perché un po’ fanno tenerezza), di concepire, la prossima volta, un minimo di storia, magari ambientata dalle nostre parti (i due sono di qua, ma dagli interni non si capisce dove il tutto è stato girato: esterni non ce n’è), per valorizzare un po’ certe zone del nostro dimenticato comprensorio. Anche perché si sa che questi prodotti girano il mondo più velocemente dei film di Pupi Avati, e con una produzione a costo bassissimo tirano su sommette non indifferenti, di cui una parte si potrebbe investire per opere di solidarietà, operata in nome della sana sessualità emiliana.
Come concludere? Questo lavoro non merita né una stroncatura né una promozione: serve – più o meno efficacemente, chissà - all’uso per cui è concepito, e in futuro rispecchierà fedelmente quello che è oggi la sessualità per certi uomini (perché da maschi sono fatti e a maschi si rivolgono, questi filmati). Se qualcosa si può lodare è l’impegno indefesso del protagonista maschile: c’è da domandarsi se la sua partner, che mi dicono sia anche la sua reale compagna, sia onorata anche nella vita di una così prolungata sollecitudine. Quanto al perché si “interpreti” un film porno, ognuno avrà le sue motivazioni: narcisismo, vanità, voglia di denaro, a volte bisogno di denaro. Non mi sembra questo il caso, anche perché, nei brevi dialoghi (scambi di battute, o meglio di parole, a volte di sillabe) si coglie, nell’accento inconfondibile della Bassa, una confortante bonomia, una semplicità casereccia che rincuora. E si immaginano gli amici di lui che, riuniti nel salotto davanti al televisore, esplodono in commenti fragorosi ad ogni pie’, diciamo così, sospinto, e, se lui è presente, gli danno gran pacche sulle spalle o altrove, complimentandosi senza nascondere l’invidia, chiedendo anzi indicazioni su come tentare la stessa carriera. Che, come per i calciatori, può esser costellata di premi o di sconfitte, ma non dura mai a lungo. Meglio dunque dare il meglio finché si può.
“pSYCO”

Psyco (Psycho in originale) è uno di quei film che istintivamente non mi va di rivedere, per un motivo forse banale: dopo la prima volta, la sorpresa non c’è più. Sai chi è l’assassino, sai perché uccide, e poi c’è la storia della famosa mamma, eccetera. Ricordiamo l’atmosfera di grande tensione e disagio del motel deserto; tutto il resto non si ricorda, ma si ha la sensazione che non sia importante. Il fatto curioso è che, rivedendo il film, e soprattutto leggendo il celebre libro-intervista di Truffaut, scopriamo che Hitchcock la pensava allo stesso modo. Almeno, così dice (testualmente): “In Psyco del soggetto mi importa poco, dei personaggi anche; quello che mi importa è che il montaggio dei pezzi del film, la fotografia, la colonna sonora e tutto ciò che è puramente tecnico possano far urlare il pubblico. (…) Non è un messaggio che ha incuriosito il pubblico. Non è una grande interpretazione che lo ha sconvolto (…) Quello che ha sconvolto il pubblico è stato il film puro”. Lo spettatore che a distanza di tempo non ricorda gran parte dell’intreccio – la nostra Marnie in questa stessa pagina ce ne dà un riassunto – è lo stesso che era stato messo fuori strada dal regista tramite una storia iniziale che non ha nulla a che fare con quello che diventerà il clou del film, l’uccisione della protagonista. Quest’uccisione avverrà relativamente presto e, caso senza precedenti nella storia del cinema, sarà improvvisa, inattesa, immotivata e brutale. Eppure il film avvince fin dalla prima sequenza, in cui si ripropone la propensione di Hitchcock al voyeurismo; eppure ci troviamo a trepidare per la ladra Marion, captiamo segnali allarmanti o premonitori in personaggi che poi però non avranno sbocchi, o che moriranno; eppure certi dialoghi non sono affatto banali, anzi preparano la rivelazione e definiscono con pochi efficaci e sottili tratti un personaggio mentalmente disturbato, lo Psycopatico, il mentalmente sdoppiato, il serial killer che spesso troveremo nella cinematografia di genere, in variazioni somiglianti, per anni a venire. Per capire l’importanza di Psyco bisogna vederlo con gli occhi di uno spettatore del 1960. Molto di quello che ora non ci sorprende più era allora nuovo, originale, azzardato, spesso geniale; e venne copiato da innumerevoli registi, spesso di scarse capacità; l’abbiamo rivisto tante volte che non stupisce più, ma l’abbiamo rivisto tante volte perché chi ce l’ha riproposto sapeva quanto buona fosse l’idea. Questo appare tanto più vero se si pensa che il successo del film non fu immediato, e che la censura, il fastidio di certi critici specializzati e di certi moralisti lo osteggiarono parecchio, nei primi tempi: segno di proposte e soluzioni nuove, che se affascinavano ma mettevano a disagio. Hitchcock, lo abbiamo visto, tende a parlare dei suoi film soprattutto in termini di tecnica cinematografica. E’ lì che lo senti entusiasta, loquace, compiaciuto o critico, ma sempre appassionato. E del resto è stato davvero un innovatore, un creatore di trucchi, sì, ma anche di situazioni, di atteggiamenti nuovi, di nuove atmosfere, di un nuovo modo di concepire il mezzo cinematografico, ed è solo per rispondere alle domande di Truffaut o di altri intervistatori che parla della psicologia dei personaggi, delle loro fobie, manie, perversioni, forse perché spesso coincidono con quelle dello stesso Hitchcock. La lettura psicologica, sociologica, psicanalitica paiono interessarlo meno, anche se questi aspetti sono certamente fondamentali. Non dimentichiamo mai che questo geniale artigiano ha avuto la sua parabola - non sempre fortunata e per molto tempo misconosciuta - in tempi diversi dai nostri, in cui sul grande schermo non si vedeva nemmeno mezzo seno nudo e non si ricorreva al turpiloquio. Eppure è (giustamente) ricordato come un creatore di situazioni ambigue, morbose, che, rivissute oggi, non fanno sorridere perché annacquate rispetto a quelle di film simili, bensì danno un senso di disagio perché alludono più che dire esplicitamente. Quello che invece a volte fa sorridere sono certi trucchi, dei quali Hitch andava giustamente orgoglioso, per averli inventati e realizzati con pazienza. Alcuni – come quello della vertigine nel campanile de “La donna che visse due volte” - sono ancora di grande effetto, altri, come quello, in Psyco, del detective pugnalato che cade per le scale all’indietro, risentono degli anni; del resto, quante scene girate in studio (specie se in auto, in moto o a cavallo) col fondale su cui erano proiettati gli esterni parevano vere cinquant’anni fa e fanno sorridere ora? La tecnica si perfeziona, ma lo fa anche attraverso il contributo di geniali innovatori. Come il nostro Alfred.
BAMBI
E’ uscita in questi giorni una riedizione in dvd di Bambi, il celebre lungometraggio Disney del 1942, che ci viene presentato ripulito, restaurato, e corredato di quelli che ormai siamo abituati a chiamare “contenuti speciali”. Questi extra, nel caso dei prodotti Disney, sono quasi sempre davvero tali, non fosse altro per i mezzi di cui dispone la premiata ditta. La nostra recensione, naturalmente, si accoda alle migliaia di commenti che hanno accompagnato quest’opera in più di sessant’anni di successo, e probabilmente non aggiungerà nulla di nuovo; ma chi scrive è un appassionato del genere, e Walt Disney, con un coraggio che si può anche chiamare audacia o follia, fu il precursore dei lungometraggi a cartoni animati: rischiando un’operazione economicamente disastrosa, nel lontano 1939 realizzò il primo, che forse è ancora il migliore, cioè Biancaneve e i Sette Nani, che a sua volta, qualche anno fa, ha goduto di un dvd particolare, in edizione limitata, con contenuti specialissimi, che chi scrive noleggiò e purtroppo non comprò. In compenso stanno uscendo, in versioni restaurate e corredate di preziosi extra, altri celebri cartoni, tra cui Alice nel Paese delle Meraviglie, che spero di commentare presto su queste pagine. Devo precisare che la versione di Bambi di cui parlo è quella dei videonoleggi: quella in vendita è costituita da due dvd, quindi ancora più ricca. Devo dire che Bambi non era tra i miei preferiti; riguardandolo ora con attenzione, e con gli occhi di un adulto, mi tolgo il cappello davanti ad un’opera pressoché perfetta, la cui realizzazione – raccontata in una sezione apposita del dvd – rivela come Walt e i suoi collaboratori riservassero a questo come ad altri lavori una cura meticolosa non solo dal punto di vista tecnico, figurativo, musicale, ma anche di lettura consapevole, di interpretazione, di resa cinematografica del romanzo da cui il film è tratto. Mano a mano che la narrazione va avanti, ci si accorge che Bambi è la storia delle tappe cruciali della vita, che ha per protagonisti un cerbiatto e gli animali della foresta ma che noi leggiamo come riferita ad un bambino, nelle sue fasi di crescita verso l’età adulta. Accompagnato dal volgere delle stagioni, il piccolo si confronta con i suoi simili, con l’ambiente circostante, con l’amore, la morte, il pericolo, in una parola con la sopravvivenza. E’ un film che si presta a letture su piani diversi, troppi per trattarli in questa sede; ma proprio la ricchezza delle sfaccettature – più ancora che l’accesso a diverse interpretazioni – è uno dei suoi grandi pregi. Un'altra prerogativa, che è piuttosto un merito, e che si deduce anche dai dialoghi degli autori che accompagnano tutto il film nella sezione apposita – è il frequente ricorso all’allusione; il racconto procede spesso per sottrazioni, un espediente elegante e intelligente non sempre usato dai cartoonist, Disney compreso. La famosa sequenza della morte della madre di Bambi ne è un esempio. Disney pensava di mostrare la canna di un fucile, lo sparo e poi, in lontananza, la madre esanime nell’erba; i collaboratori lo convinsero a mantenere solo il rumore dello sparo, che difatti è più che sufficiente. Quando il cerbiatto vaga nella tormenta, terrorizzato, chiamando disperatamente la madre, anche i bimbi più piccoli intuiscono il dramma, tuttavia si aspettano di rivedere la mamma di Bambi in una scena successiva. Ma questo non accade; il che rappresenta un momento fondamentale, oltre che nella vita dello stesso Bambi, anche nel cinema di Disney (per la prima volta un personaggio muore davvero) e soprattutto nella vita di generazioni di bambini, che a quel punto della storia si rivolgono al genitore e domandano dov’è finita la mamma di Bambi. Al malcapitato tocca spiegare che la sua mamma non tornerà più, e questo momento cruciale nel rapporto genitore-figlio ha spesso avuto luogo per la prima volta proprio nel semibuio di una sala cinematografica dove si proiettava questo film. Lo stesso bambino che nei giochi di lotta e di guerra con gli amici aveva messo in scena la morte senza capire appieno di cosa si trattasse, la scopre o la intuisce nella sua dolorosa crudezza proprio nella finzione di un cartone animato. Ora capisco perché Bambi da piccolo mi piacesse ma mi mettesse a disagio: un bambino può essere influenzato dalle parti inquietanti della storia, pure abilmente contrapposte a quelle gioiose e divertenti. E in effetti questo è un cartone animato un po’ anomalo, specie se si pensa che è stato realizzato nel 1942 (pur seguendo la linea dell’omonimo libro): il padre è una figura lontana e misteriosa, il bosco è pieno di amici ma anche di pericoli, l’amore è un’entità ignota, un influsso incomprensibile al quale ognuno viene assoggettato come per incantesimo, la Natura non sempre offre il cibo con prodigalità, e la vita adulta significa doversi assumere la responsabilità di altre creature (e nel caso di Bambi anche di tutto il branco). E su tutto questo grava la minaccia incombente dell’essere più pericoloso di tutti, di cui non è sufficiente diffidare, ma che bisogna fuggire a tutti i costi. In questa storia l’Uomo – che non appare mai - fa una pessima figura: è responsabile della morte di vari animali, tra cui la madre del protagonista (gli unici animali “cattivi” sono i cani lanciati, sempre dall’uomo, all’inseguimento dei cervi) e dell’incendio che causerà ancora terrore, morte e distruzione. Insomma, l’Uomo è il cattivo per eccellenza. Bambi è senza dubbio un capolavoro. La capacità di giocare con grande maestria e sensibilità sul registro comico e su quello lirico, di farci passare dalla tensione alla paura, dalla tragedia alla speranza, grazie a un disegno incantevole e ad accorgimenti originali – tra cui il multipiano, grande invenzione Disney – ne fanno quello che indubbiamente è: un classico, che l’operazione di restauro ha contribuito a rendere ancora più duraturo.
“Il Cartaio” è come un bottiglione di vino di pessima qualità: non solo è cattivo e si fatica a berlo tutto; il peggio è che il primo sorso ci dice come sarà il resto del bicchiere e dello stesso bottiglione. Il comportamento rispetto a una tale evenienza è semplice: se si è educati, non si sputa il primo sorso, però ci si rifiuta di bere il resto; oppure, per educazione o magnanimità, si beve il bicchiere e poi ci si dà a mucchio. Non sarei andato oltre il decimo minuto di film, se non mi fosse balenata l’idea di scrivere questa recensione; quindi mi sono anche divertito, se mi si passa l’esagerazione.
Un film americano del 1985, “Il mistero del cadavere scomparso” proponeva una raccolta di citazioni tipiche del film noir americano, con Steve Martin che, grazie a trucchi digitali, recitava a fianco di attori scomparsi, come Humprey Bogart. Un’idea brillante, che piacque a molti cinefili. Eppure a lungo andare il giochino tendeva ad annoiare. Qui invece non c’è limite al banale e al prevedibile, e l’intenzione di Argento NON era quella di fare una parodia. “Il Cartaio” potrebbe addirittura ambire al rango di film kitch, ma purtroppo neanche lo spettatore più benevolo gli concederà questa promozione.
Accantonato l’horror, Argento ci riprova col thriller, e si premura di farci sapere che per mettere a punto l’idea di questo film ci ha messo addirittura un paio d’anni. Probabile che durante questo tempo le sue occupazioni principali siano state di altro genere, visto l’esito; o chissà, forse questo è proprio il meglio che il regista sa dare oggi.
Nei thriller c’è sempre un colpo di scena dietro l’angolo: qui non solo sappiamo già qual è l’angolo, ma anche quale sarà il colpo di scena. Non ve li svelerò, visto che li indovinerete tutti.
Ma il film dà il suo massimo nelle voci: se un merito ha “Il Cartaio” è quello di aver fatto il possibile e anche di più per accompagnare le immagini con dialoghi in bilico tra l’insulso e il prevedibile, con frequenti scivoloni nel patetico, raggiungendo l’apoteosi grazie al doppiaggio più scadente che mi sia capitato di ascoltare. E si tratta proprio un doppiaggio, ad opera degli stessi attori, che sul set avevano recitato in inglese. La qualità è così scarsa da affogare nel ridicolo. Tutti i “B movies” (film di serie B) americani che tradizionalmente Rai 2 trasmette al sabato sera hanno doppiaggi molto ma molto più dignitosi. L’Oscar per il più grottesco va a Fiore Argento (ascoltare per credere), che il sadico Cartaio purtroppo lascia libera perché venga a tormentare noi con il racconto sulla sua prigionia. Ma una nomination non va negata a nessuno dei sedicenti attori, espressivi come copertoni, specialmente la misteriosa ragazza che attira in una trappola mortale Silvio Muccino (gli sta bene, così impara a fare l’attore). Dopo 20 minuti e 11 secondi – controllare - l’unica prova convincente è una serie di colpi di tosse, ben modulati e verosimili. E non scherzo.
In mancanza di un campione sonoro da sottoporvi, ecco alcuni estratti.
La protagonista viene affiancata da un collega; subito lo trova antipatico, ma dopo poco, lo credereste?, se ne innamorerà; poi gli rivelerà un episodio tragico della propria vita, che spiega questa sua aria da dura nel lavoro e di fragile nella vita privata (un personaggio il cui passato cela un mistero, caso davvero insolito per un investigatore dello schermo). E a un certo punto gli dice: “Non so perché ti racconto tutto questo…”. Poi, inaspettatamente, i due per la prima volta si baciano. Mai visto prima. E il mattino dopo la notte d’amore lei non mancherà di mandarlo via di casa dicendogli: “Scusami… tu non c’entri… è solo che…” (Non sapremo mai cosa voleva dire, ma per fortuna non ci importa).
Dopo un po’ alla tv parlano del caso; l’ispettrice (Stefania Rocca, ahimè) dopo pochi secondi spegne l’apparecchio. Una scena mai vista prima nei film di genere, che fa il paio con quella in cui per disperdere i curiosi la stessa ispettrice se ne esce con un: “Sgombrate, lo spettacolo è finito”.
Le partite a poker giocate via internet col Cartaio, assolutamente inverosimili, sono lunghe e noiosissime, e l’unica scarica elettrica viene dalle grida ininterrotte della vittima imbavagliata che appare sul monitor: sono davvero insopportabili, e visto che a nessuno tra gli attori presenti viene l’idea più semplice, che sarebbe togliere l’audio dal computer, agli spettatori non resta che sperare che il maniaco la faccia fuori subito, così almeno la pianta di straziarci i timpani.
Ma torniamo ai dialoghi, di cui questa trascrizione può dare un’idea imprecisa, visto che manca il rantolo, o meglio il colpo di grazia della recitazione:
“Come faceva a sapere…?” (riferito all’assassino)
“Sa troppe cose… è uno di noi” (non l’avremmo mai sospettato)
E poi:
“Benvenuto all’inferno” (riferito certamente alla vera vittima, lo spettatore del film)
“Cosa hai fatto a John?”
“Mi dispiace, ho dovuto ucciderlo”
“Non dire stronzate” (e invece l’aveva ucciso davvero, tie’)
E si va verso il clou:
“Perché hai scelto proprio me?”
“Io ti ho sempre amato”
“Tu non sai cosa vuol dire amare”
“Eppure è per te che ho fatto tutto questo”
“Brutto f.d.p., tu non meriti di vivere!”
Per concludere, vorrei che chi per avventura fosse arrivato fino alla fine di quest’ignobile intruglio si soffermasse a considerare il calcolo delle probabilità: quella di ottenere un tris al gioco del poker è del 5,3%; per un poker si scende allo 0,11%; la scala reale la si imbrocca nello 0,01% dei casi, cioè una volta su diecimila. Se quanto ho scritto non basta a convincervi che il film rasenta l’idiozia (in compenso però centra in pieno la presa in giro), provate a pensare quante probabilità ci sono che, come accade nel finale, in una partita a poker escano due scale reali consecutive: le stesse che ha Dario Argento Faccia di Bronzo di persuaderci che questo è un thriller.