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Gentile don Ettore,
devo dire che la sua lettera mi lascia perplesso. Se le è capitato di leggere di tanto in tanto la mia rubrichetta nel corso di questi anni, si sarà reso facilmente conto che per tono e argomentazioni il suo commento non può certo essere rivolto a me. Interpreto semmai il suo intervento come una generica perorazione della causa cattolica ad uso catechistico, alla quale non so bene come replicare. Le cose da dire sono talmente tante e così complesse che sono tentato di tacere, ma un po’ per non far credere che mi manchino gli argomenti, un po’ per non dare adito a dubbi, decido che sia meglio scrivere due righe, cercando di adeguarmi, anche se temo non mi riuscirà, all’impostazione del suo scritto. Innanzitutto, chiarisco a chi legge che non ho nulla contro la sua persona: in trent’anni mai il più piccolo screzio, e quanto al mio lavoro di fotografo non ho nulla da ridire: lei è stato più che corretto, per non dire tollerante, con me e con i miei soci.
Sebbene, come lei ben sa, la maggior parte degli uomini viva la propria giornata senza che il pensiero di Dio faccia capolino nelle sue faccende quotidiane, l’origine della nostra specie, l’esistenza di un dopo ultraterreno, lo scopo della vita stessa hanno da sempre interessato, affascinato, tormentato certuni; io fra quelli. Col tempo, a tutte queste domande ho trovato risposte più o meno definitive. Sono nato in una famiglia cattolica, ho avuto a che fare col cattolicesimo sempre, quindi non mi ritengo uno sprovveduto a riguardo. Si può dire che se ho rifiutato le risposte che la Chiesa dà a queste domande, l’ho fatto con cognizione di causa, e non in modo aprioristico, o per sentito dire. Come i miti, le religioni non possono dirsi né razionali né logiche, e io credo che chi le abbraccia dovrebbe farlo per motivi diversi da quelli, pena lo smarrimento e il disinganno. Così, quando lei afferma che Dio è “l’unica spiegazione razionale della realtà” mi tocca risponderle che semmai è il contrario. Concordo in proposito con Paul Thiry d’Holbach: “La natura, voi dite, è del tutto inesplicabile senza un Dio. In altri termini, per spiegare ciò che capite ben poco, avete bisogno di una causa che non capite affatto”. Molto di ciò che era misterioso o terrificante un tempo, per esempio un’eclissi, non lo è più ora, tant’è che la Chiesa stessa ha dovuto modificare certe affermazioni proprio col progredire della conoscenza scientifica. Vero, Galileo non è stato torturato fisicamente – ma minacciato di tortura sì - come invece è toccato ad altri: ma le sue idee, ora universalmente accettate, sono state allora violentemente avversate dal Vaticano. Come dice Morandotti, le assurdità di ieri sono le verità di oggi e saranno le banalità di domani. Non dovrebbe essere compito di una religione forzare una spiegazione mitica facendola passare per verità storica o preistorica (l’origine dell’uomo dal fango, l’età dell’universo di appena qualche centinaio d’anni), col rischio di esporsi prima o poi all’imbarazzo. Lei, dal discorso del seme e delle braccia e delle gambe, deriva che tutto è finalizzato: è un’affermazione lecita, ma non certo conseguente; mi manca lo spazio per spiegarne i motivi, del resto ovvi a molti; mi limito a riportare l’ironica osservazione di Voltaire, secondo cui lo scopo evidente del naso è quello di appoggiarvi gli occhiali. (Lei però, assai curiosamente, identifica Chiesa e verità scientifica. Impossibile, mi dico, sarà un refuso). Non voglio scendere sul terreno della violenza della Chiesa, anche perché libri e programmi di divulgazione di ogni provenienza hanno raccontato a tutti cosa è successo prima, durante e dopo l’Inquisizione, e anche questo, come il pensiero di Galileo, è ormai dato per scontato da chiunque. Le streghe venivano bruciate davvero, e del resto la Bibbia è strapiena di omicidi commessi o istigati da Dio. Chiesa e potere sono stati – e in grande misura sono ancora – tutt’uno. Come accade ora in molti Paesi islamici. Certo, le crociate, l’arrostimento di Giordano Bruno, l’occupazione religiosa nel centroamerica a suon di sciabolate, le conversioni forzate, tutto questo appartiene al passato, ma non mi può certo parlare di Chiesa sempre perseguitata, suvvia… Non si riuscirà a fare di Stalin un brav’uomo semplicemente negando lo sterminio di massa da lui operato; è più saggio ammettere l’Olocausto che negarlo, e del resto il Papa ha da poco chiesto scusa all’America per i preti pedofili. Addirittura il cardinale Martini proprio oggi dice: "Tutti questi peccati, nessuno escluso, sono stati commessi nella storia del mondo, ma non solo. Sono stati commessi anche nella storia della Chiesa. Da laici, ma anche da preti, da suore, da religiosi, da cardinali, da vescovi e anche da papi. Tutti". E aggiunge: “Come il vizio della vanagloria, del vantarsi. Ci piace più l'applauso del fischio, l'accoglienza della resistenza. E potrei aggiungere che grande è la vanità nella Chiesa. Grande!”. Vede? Martini apprezza i miei fischi…
Io però nel mio articolo parlavo del passato, intendendo che l’Islam è attualmente, per così dire, in una fase di intransigenza che la Chiesa cattolica ha superato, tant’è che posso liberamente scrivere le mie opinioni a riguardo senza incorrere in scomuniche o persecuzioni, cosa impossibile in molti paesi musulmani oggi, ma anche in questo Paese non molti anni fa. Lei afferma che l’indifferenza religiosa non ha prodotto nulla di buono; vorrei sapere a cosa si riferisce: si può essere umili, gentili, caritatevoli, propositivi senza credere in un Dio, come si può essere l’opposto credendo, o peggio proprio in nome di un Dio, non è forse vero? Gli atei e gli agnostici, lo ha detto anche monsignor Tonini, sono persone generalmente rispettose e tolleranti, anche perché non hanno un dogma da difendere o imporre. Non penso che lei, che ha tanta esperienza di uomini, possa affermare che chi vive al di fuori della Chiesa sia sterile e rancoroso e chi si dice cristiano sia l’opposto. Io comunque non mi ritengo tale, e non sono un’eccezione. Credo invece che in questo mondo, se c’è una missione che tutti dobbiamo compiere, sia di soccorrere gli altri. Questo, e solo questo, dovrebbero insegnare tutte le religioni, e non imporre assurde cosmogonie ai credenti. Favole, insomma. Perché non è vero, come lei sostiene, che gli adulti sanno sempre distinguere le favole dalla realtà: un uomo che nasce da madre vergine, cammina sulle acque, tramuta l’acqua in vino ed opera guarigioni miracolose, viene torturato e ucciso ma poi risorge e vive in eterno, be’, è un po’ dura da interpretare come realtà… Paragoni Gesù a Babbo Natale e mi dica quale dei due è più inverosimile. La realtà, invece, molto più prosaicamente, è che agli umani piace credere alle favole, e che quando una credenza viene inculcata fin da piccoli diventa vera anche contro ogni evidenza. Quindi, credere che esistano tali meraviglie non è questione di razionalità o di intelligenza, semmai proprio il contrario. Anche chi crede nella capacità di Dio di curare, di salvare, va prima dal medico, poi se il caso in ospedale, e infine si sottopone a tutte le cure possibili, anche le più dolorose: se fosse così certo che, come dice il Vangelo, basti pregare per essere esauditi, si risparmierebbe l’incomodo. L’inesistenza di Dio, quanto meno del Dio descritto nella Bibbia, è molto, molto più facile da spiegare rispetto alla sua esistenza: basta prendere atto di questa semplice constatazione per sentirsi subito più leggeri. Con questo io non insulto chi crede, e mi aspetto che chi crede non mi accusi di eresia o di mancanza di rispetto per il solo fatto che nego quel che mi propone, visto che abbiamo entrambi un cervello e un cuore, e che la mia opinione non vale certo meno della sua. E il fatto che tale Dio non esista non implica che diventiamo tutti di colpo cinici ed egoisti, anzi: come disse qualche saggio, più mi umilio davanti a Dio, più trasferisco in lui le mie risorse e le mie capacità di aiutarmi, di aiutare, di creare, di capire, di sopportare, più ho bisogno di lui perché mi ridia quelle qualità che avevo ma da cui ho scelto di separarmi: più innalziamo Dio, più abbassiamo l’uomo.
Insomma, il messaggio evangelico, quando è di amore e tolleranza (e non sempre lo è), mi va benissimo: apprezzo molto la Chiesa quando si dà da fare per gli altri, e l’apprezzerei ancor di più se, come dice lei, si rallegrasse anche solo di un pezzo di pane quotidiano, e non accumulasse tesori ed ostentasse sfarzo. Respingo quasi tutto il resto, che d’altronde poco ha a che vedere col pensiero evangelico.
Infine, la questione della documentazione: le fonti storiche sull’esistenza di Gesù sono pochissime, per non dire quasi nulle, checché ne dica lei. Che se ne sia parlato molto è un’altra questione: ma stando al suo metodo Cristo, essendo citato più di Budda o di Maometto, vincerebbe la gara dell’autenticità. Solo che non basta essere citato per esistere. Di nuovo, le prove dell’aderenza all’uomo Gesù delle parole attribuitegli, o addirittura della sua esistenza, sono a mio avviso di poco o punto interesse: quel che uno può o meno seguire è il messaggio evangelico, che secondo me acquista valore se togliamo consistenza storica all’uomo Gesù, quello che fa i miracoli, muore e poi risorge. Ma comprendo che il popolino ha bisogno anche di effetti speciali.
Gentile don Ettore, il senso del mio articolo “La curva” stava in poco posto: le guerre di religione sono assurde come le legnate tra tifosi; se proprio dovete darvele, bastonatevi pure, ma risparmiate noi che non c’entriamo. Il senso di quanto sopra sta anch’esso in poco posto: se lei vuol difendere le ragioni del suo credo, lasci stare la razionalità: è un’arma che, usata per tale scopo, le si rivolgerà sempre contro. La metta piuttosto come “una questione di fede”: non è una spiegazione perfetta, ma senz’altro più onesta.
Ciò detto, sono dispostissimo a trattare l’argomento in termini meno generici, in qualunque altra sede.
Cordialità.
Maurizio Goldoni
Parrocchia dei Santi Filippo e Giacomo Apostoli – Finale Emilia
Carissimo Maurizio Goldoni, innanzitutto ti auguro “buona digestione”. Affermi che le realtà religiose sono del tutto private, poi ne scrivi pubblicamente. Mi permetto dunque di inviarti alcune elementari considerazioni, suggeritemi dal tuo ultimo intervento su “Piazza Verdi”.
Favola: che per i bambini tutto sia una favola, è vero, ma gli adulti sanno distinguere le varie realtà: sanno che Pinocchio, un pezzo di legno che diventa bambino, è una favola, mentre la guerra mondiale è una tragica realtà storica; sanno che Dante Alighieri è un personaggio reale, mentre il suo viaggio descritto nella Divina Commedia è di natura poetica; sanno che il “tifo” sportivo non riguarda la razionalità ma la parte emozionale dell’uomo; sanno che la fiamma olimpica è un simbolo, mentre le gare sono fatti reali e sportivi. Tutto il mondo accetta l’era cristiana perché Gesù è il personaggio più documentato della storia (4.000 codici, 20.000 citazioni in vari autori, l’impero di Roma, gli Ebrei, le persecuzioni contro i cristiani, l’archeologia, ecc. ecc.). Dio non è una favola, è l’unica spiegazione razionale della realtà, come la vita (che esclude il caso, perché tutto è finalizzato: si parte da un seme, con una preparazione di anni, cresce sapendo che domani avrà bisogno di braccia, di gambe, di polmoni, ecc. ecc. e resti vivo perché la pasta che mangi si trasformi in carne e ossa ecc. ecc.)
Chiesa maschilista? La Chiesa è composta da Cristo, dalla gerarchia, dai laici, uomini e donne. La gerarchia è maschile perché è “vicaria” di Cristo, evidentemente uomo. Fin dall’inizio ha sempre venerate le sante, le martiri e nel sacramento del matrimonio l’uomo e la donna hanno la stessa dignità. La Chiesa cioè non ha mai accettato la mentalità maschilista del mondo pagano, degli ebrei, dei mussulmani, delle antiche olimpiadi, della moderna massoneria, ecc, ecc.
Chiesa autoritaria? La verità scientifica è autoritaria? Gesù saggiamente dice che la verità vi farà liberi, non schiavi. E’ la menzogna che degrada l’uomo.
Chiesa violenta? Io conosco la Chiesa che da 2000 anni subisce persecuzioni, senza mai vendicarsi, mentre è a tutti nota la violenza di tante ideologie e di tanti stati, anche moderni. Spero che tu non sia tra quelli che credono ancora che un Galileo sia stato torturato. Quante favole, quante bufale sulla storia della Chiesa!
Rifiutando la Chiesa, dovrei rifiutare l’era cristiana, il calendario cristiano, San Francesco, Madre Teresa di Calcutta, le innumerevoli iniziative dell’amore cristiano, i più grandi geni e i più grandi santi dell’umanità.
Chi rifiuta Dio cosa mi offre? L’indifferenza religiosa cosa ha prodotto nei vari campi della vita umana? Non vorrei che producesse solamente cattiva digestione. La gioia e la speranza cristiane sanno rallegrarsi, oltre che del sole e della pioggia, anche soltanto di un pezzo di pane quotidiano. Ti saluto molto cordialmente.
D. Ettore Rovatti
Educata risposta ad un prete
che mi attacca da un foglio parrocchiale
La società rispettabile credeva in Dio per evitare di doverne parlare.
(Sartre, Le parole)
Le religioni sono come le lucciole: per brillare hanno bisogno del buio
(Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena, 1851).
Rispondo a don Roberto Montecchi, che ha commentato un mio recente articolo (“Dio perdona, io no”) dalle pagine di “Incredibilia Fiunt”. Noto di sfuggita che non ha inviato il suo commento a Piazza Verdi come fanno tutti; forse perché la lunghezza del suo scritto avrebbe messo in serio imbarazzo la redazione, o semplicemente perché più a suo agio nel giocare in casa. Don Roberto, che non conosco di persona, esordisce in tono leggero, chiarendo che plausi o critiche non saranno rivolti a me ma alle mie idee, che ho “espresso liberamente” (e vorrei vedere…). Man mano che procede nel dissertare, però, lo scrivente sembra allontanarsi da questo pio proposito. Cercherò di replicare punto per punto, seppur brevemente, alle sue obiezioni. Don Roberto mi dà del completo ignorante perché a suo dire considero la celebrazione delle esequie un sacramento; rispondo che nel mio articolo non sta scritto nulla del genere, e che comunque ignoravo che la celebrazione del funerale fosse così poco importante come lui dice; ne prendo atto, e ci ritornerò sopra. Gli onorevoli da me citati sono “di una sola parte politica” (deduco quella preferita dal nostro don Roberto) ma non certo “stranamente”, come dice lui: ne ho nominati due tra quelli che alla famiglia e al cattolicesimo fanno riferimento, anche se spesso per ragioni di comodo, perché ovviamente non avrebbe avuto senso citare politici atei, agnostici o personaggi pubblici che non fanno continuo riferimento alla dottrina della Chiesa, o no? Ma apprendo con piacere da Don Roberto che a Berlusconi verrà negata la Riconciliazione, anche se non avrò modo di verificarlo di persona. Quando dice che con le mie parole “si fosse suicidato senza clamore, nessun problema” ridicolizzo il gesto di un uomo, don Roberto non mi fa certo onore (e quando mai), anzi, mi offende: io prendo molto ma molto sul serio il suicidio, tant'è che non ne ho mai accantonato l'idea; della nostra vita siamo noi a dover decidere, perché a noi appartiene, sebbene - purtroppo per l’aspirante suicida - anche a chi gli è vicino, a chi gli è caro, al mondo intero. Non ai genitori in quanto tali, né ad alcun dio. Il fatto è che Welby non poteva suicidarsi, perché fisicamente impedito a farlo; ma se anche avesse potuto, forse avrebbe fatto comunque quel che ha fatto, chiamando i Radicali ad amplificare la questione. Che tale rimane.
Don Roberto si chiede poi dove io abbia mai studiato teologia; be’, non c’è bisogno di essere teologi per parlar di Chiesa, come evidentemente non è necessario esser sposati o fidanzati per far corsi prematrimonali ai promessi sposi e dar indicazioni vincolanti su questioni sessuali, come fanno i preti. Del resto neanche tra i suoi fedeli non si possono annoverare molti dottori in teologia, dato che, come dice Paul Claudel, “il rispetto dei cattolici per la Bibbia è enorme e si manifesta soprattutto nel tenersene a rispettosa distanza”. Ma risponderò alla sua spiritosissima domanda. Da piccolo ho studiato catechismo (il Limbo allora c’era eccome, dogma o no che fosse, e gettava nell’angoscia più di una famiglia) e furono ore ed ore sottratte ai giochi e a letture più utili; ma allora era si può dire obbligatorio. Da adolescente, spaventato ma non ancora dissuaso a dispetto di invenzioni atte a spaventare e menzogne spacciate per verità, ho chiesto alla Chiesa (nella persona di un sacerdote che stimavo e stimo) consigli e chiarimenti, ricevendone risposte dubbie, o silenzi imbarazzati; nonostante ciò ho sempre riletto il Nuovo Testamento, e mi sono interessato, anche se non a tempo pieno, di religioni, avendone la conferma di quanto sia grande la sproporzione tra la parola di Cristo e quella di chi si è eletto suo interprete. Inoltre tengo a precisare che prima di scrivere qualunque articolo cerco di documentarmi seriamente, anche per quanto riguarda l’immutabilità della dottrina della Chiesa, della quale don Roberto è così sicuro (non mi è sfuggito l’espediente dialettico col quale ammette che la Chiesa possa cambiare idea, visto che “è incarnata nel mondo”). Non credo sia la spiritualità che mi difetta, dunque, quanto la disponibilità a sottomettermi ai dogmi di qualsivoglia religione, nonché alle regole di chi di Dio ne sa quanto me, cioè nulla di nulla, giacché non si può certo studiare Dio, semmai le varie ipotesi e interpretazioni che ne han via via tentato gli uomini. Io non ho la verità in mano, don Roberto invece sì, dato che la tira in ballo ad ogni paragrafo. Direi beato lui, se non diffidassi di chi si arma della verità, specie se la scrive con la v maiuscola. Per questo avevo fatto grazia ai lettori delle Crociate, di Galileo, di Giordano Bruno, dell’Inquisizione e dei Conquistadores, ma se ne vuol parlare lui, che forse ha le “capacità storiche” che invece mi nega, non glielo impedirò di certo. Attendo anzi con molta curiosità le sue spiegazioni.
Quanto alla pedofilia, andiamo… quanti preti pedofili sono stati denunciati alle pubbliche autorità da altri religiosi? E che mi dice dei vescovi e cardinali mai puniti o reintegrati mediante trasferimento? Se il Papa fa un appello così drammatico - che il nostro don Roberto, utilizza come esempio della trasparenza della Chiesa - il motivo ci dev’essere, no? Don Roberto mi contesta poi che negare il funerale a Welby sia stato un autogol; da tempo invece non si sentivano tanti cristiani imbarazzati o palesemente offesi da una decisione della Chiesa (anzi no, del Vicariato, che, sostiene don Roberto, è indipendente e autonomo dal Vaticano). Perdono alla giovane età di don Roberto le sue prevedibili battute sulla cattiva digestione, ricordando che anche D’Aiello sul Il Mancino aveva scritto spiritosaggini – ma più pesanti - a riguardo (d’altronde sono entrambi dei politici); gli perdono anche il piglio sarcastico da aspirante libellista; sopporto meno le accuse di grossolanità e di ingerenza (da che pulpito…) ma lascio il giudizio ai miei lettori. E mi avvio a concludere.
“Senza il prete e la messa, perché di un suicida non hanno pietà” sono parole di De André che chi ha sentito non può scordare: della negazione di un funerale cristiano la gente si accorge eccome, caro don Roberto, e se ne ricorda a lungo, nonostante lei ne sminuisca la portata precisando che si tratta solo di un “semplice sacramentale come lo sono le benedizioni delle case”. Vede, io son convinto che per amare e per soccorrere gli altri non sia obbligatorio essere cattolici: magari aiuta, magari no. Una tonaca può aprire tante porte ma può chiuderne altrettante. Welby non ha avuto il suo funerale. Che dire? Peggio per lui e per la sua famiglia, che ci tenevano. Però avrei voluto sentire da lei, che è un sacerdote, una piccolissima parola di dubbio, se non proprio di critica; crede forse che se il Vicariato avesse acconsentito alle esequie i cattolici avrebbero levato vibranti proteste? Io credo invece che pochi ci avrebbero fatto caso: gli uomini amano di più un Gesù che perdona che un Dio che punisce.
Don Roberto, lei all’inizio della sua lunga contestazione dice di non rivolgersi a me bensì alle mie idee, ma chiude con un’esortazione nei miei confronti: “taccia”. Dopo poche righe, passando al tu, ribadisce “taci”. La forza dell’abitudine, suppongo. Sa, io ho ascoltato moltissimo i preti nel corso della mia vita: catechismo, messe varie, decine di funerali, e, per via del mestiere, centinaia di matrimoni. Senza replicare. Se don Roberto ritiene che io non debba parlare, provi a farmi tacere. O non mi legga. Prometto che io non leggerò lui.
Non combattere mai con la religione, né con le cose che pare dependino da Dio; perché questo obietto ha troppa forza nella mente degli sciocchi (Francesco Guicciardini, Ricordi, 1530)