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lunedì, 04 maggio 2009
Il kebab e la tibuia

Il kebab e la tibuia

 

 

 

In questi giorni si parla parecchio (ma quando uscirà quest’articolo forse tutto si sarà sgonfiato) delle norme che certe amministrazioni comunali, per esempio quella di Milano, vogliono imporre per disciplinare la distribuzione di cibi e bevande nei locali pubblici. Una legge che molti hanno battezzato subito “Anti-Kebab”.

Le nuove regole però, secondo chi le propone, riguarderebbero tutti gli esercizi commerciali, e non soltanto quelli gestiti da stranieri, e limiterebbero gli orari e i luoghi in cui alimenti da asporto come pizze, gelati, kekab ed altro vengono consumati. In rete è nata la protesta, e molti si schierano a favore delle “kebaberie”. Ho ascoltato su Radio 24 alcuni dibattiti a riguardo, e più precisamente “La zanzara” a cura di Giuseppe Cruciani e “Parliamo con l’elefante”, condotto da Giuliano Ferrara, due giornalisti non certo schierati a sinistra. Hanno intervistato chi queste regole le vuole fortemente, come Daniele Belotti della Lega Nord, il ministro delle politiche agricole Zaia, ed un altro personaggio di cui non ricordo il nome, ma che Cruciani ha promesso di far intervenire ancora perché a suo modo folkloristico. Da tutti questi interventi traspariva chiaramente la vera intenzione, cioè di combattere i cibi “stranieri” e chi li vende, tirando in ballo continuamente la “tradizione italiana”, con frasi tipo “Io mangio il risotto, il cuscus mi fa schifo”. Uno di loro ha candidamente auspicato anche la chiusura del Mc Donald della Galleria di Milano perché non ha niente a che vedere con la milanesità e poi perché, testuale, “fa puzza”, e ha ricordato con orgoglio le proprie origini venete, e la tradizione del baccalà con l’uvetta sultanina. Ferrara però ha colto la palla al balzo (del resto “sultanina” è un aggettivo che non fa pensare alla pianura veneta) e ha replicato che si tratta chiaramente un piatto nato da una contaminazione araba. Sia Cruciani che Ferrara, provocando abilmente i politici intervistati, sono riusciti a far dir loro quel che realmente pensano, con risultati grotteschi, ed hanno espresso chiaramente le proprie posizioni a favore di una tolleranza alimentare, di una cucina multietnica eccetera. Gli interventi degli ascoltatori, senza eccezioni contrari queste proposte, erano certamente più arguti, intelligenti e tolleranti di quelle dei politici che le hanno formulate, e il fatto che a Radio 24 – che non è certo di sinistra - non abbiano mandato in onda commenti favorevoli significa che ne sono pervenuti pochi o nessuno. Una donna, per esempio, si è lamentata del fatto che davanti all’italianissima pizzeria al taglio sotto casa ogni domenica alle cinque del mattino si ritrovano i reduci dalle notti bianche, italiani pure loro, che lasciano motori accesi e stereo a manetta. E’ un esempio, ma indicativo di come la maleducazione non abbia una madre sola. Eppure quei politici sostengono che il proliferare di questi esercizi creerà dei quartieri dove prospereranno attività gestite da stranieri. “Diventeranno dei ghetti”, ha sostenuto uno di loro. A me non pare che Little Italy, Chinatown o Soho siano o siano mai stati dei ghetti. Semmai dei rioni dove, come naturalmente avviene, si va ad abitare o ad aprire un’attività dove ci sono già tuoi connazionali. Un quartiere non diventa ghetto per decisione di chi vi abita, come ben sappiamo. Certo, la malavita cinese, specie nelle grandi città, attecchisce e prospera nei quartieri omonimi, ma anche noi abbiamo esportato, insieme alla pizza e al gelato, la nostra mafia, e la ‘ndrangheta non ha davvero bisogno di quartieri italiani per mantenere il primato di più diffusa organizzazione criminale del mondo intero.

La prima volta che mangiai uno shish kebab fu a Londra, nel 1977. Non mi dispiacque, anche perché costava poco e io avevo pochi soldi, in una città già allora molto cara dove si mangiava male rispetto alle nostre abitudini, e dove una discreta pizza, allora molto rara, costava come da noi una fiorentina. Per strada, al lavoro, ovunque vedevi persone di ogni razza, cultura e religione. Sotto casa c’era uno degli innumerevoli minimarket gestiti da indiani (come quello dei Simpson) e io ci andavo tutti i giorni, spendendo poco e trovando un po’ di tutto, oltre alla gentilezza. Il kebab può piacere o non piacere, ma è un piatto, o meglio, un cartoccio, che ha invaso il mondo, come la nostra pizza (Giuliano Ferrara stamattina ha citato il fatto curioso che il 60 per cento dei bambini americani è convinto che la pizza sia stata inventata nel loro Paese). E allora, cosa dovremmo fare? Questi personaggi sostengono con foga che noi italiani dovremmo mangiare solo piatti della nostra tradizione: ma, se le altre nazioni facessero come dicono loro, tutti i pizzaioli del mondo, Italia esclusa, dovrebbero chiudere bottega! E se, come sostengono, anche il kebab, se proprio lo si deve fare anche da noi, debba esser fatto solo con carni e verdure italiane, dovranno accettare che le pizze (o la pasta!) in America, in Norvegia o in Kuwait si facciano con ingredienti locali. Niente più esportazioni di farina, pelati e mozzarella, dunque, e pizze di scarsa qualità, con relative conseguenze anche sulla nostra immagine.

Non mi piacciono i Mc Donald’s, non ci vado mai. Anche per me puzzano. Rappresentano una cultura alimentare sbagliata, tipica degli americani (che ingrassano sempre di più; ma non dimentichiamo che se noi andassimo avanti unicamente a tortellini, salumi, zamponi, gnocchini, frittelle e sfogliata non staremmo meglio di loro); inoltre attirano i più piccoli associando continuamente i personaggi dei cartoni animati al loro menu, per cui i genitori a volte si trovano costretti a portarglieli; infine non sono terminate le annose polemiche sul trattamento sindacale dei dipendenti. Eppure io non sono tra coloro che vogliono chiuderli per forza: se uno non ci vuole andare, non ci vada. E così per le kebaberie: ce n’è una anche qui a Finale, come ci sono ristoranti cinesi, ma nessuno è obbligato ad andarci. Del resto, il risotto alla milanese, tanto difeso dai cultori della tradizione autoctona, ha ingredienti che giunsero qui da altri continenti, e la pizza si fa coi pomodori, che in Europa sono arrivati da soli cinque secoli. Finale, che di secoli ne conta dieci proprio quest’anno, tiene molto alla sua torta degli Ebrei, che in un certo senso viene da lontano. E credo che a nessuno di noi dispiacerebbe se qualche finalese andasse in Pakistan a vendere la tibuia.

Postato da: Gretsch a 11:35 | link | commenti (1)
polemiche, kebab, ideali


Commenti
#1    24 Maggio 2009 - 16:49
 
naturalmente sono d'accordo. io non disdegno neppure mc donald's, figuraiamoci i venditori di kebab.
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