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Qualcosa di sinistra
Gianfranco Fini dice qualcosa di sinistra, e lo dice a casa della sinistra, cioè alla festa del Pd di Genova, che è come dire la festa dell’Unità: “Dal porto di Genova salparono tanti italiani disperati, alla ricerca di un futuro, come i tanti che arrivano sui gommoni alle nostre coste”. Sono anni che la sinistra ripete questa canzone, ma a destra la melodia non era mai stata gradita. Adesso viene riproposta senza variazioni melodiche da un politico di destra, per di più firmatario di una legge, la Bossi-Fini, non proprio indulgente verso gli immigrati. Ma Fini non ha finito: si dichiara contento della recente sentenza che ha mandato assolto l’agente Placanica, suscitando addirittura l’applauso della platea. Mio padre direbbe che si son visti i cani suonare il violino. Ma non è tutto. Il presidente della Camera ammette: “Non ho il dono della fede”, e qui gli riconosco ancora una volta l’eleganza e l’astuzia politica, per aver addolcito il suo ateismo (o agnosticismo) con quel “dono”, che io, che non sono un politico, non avrei messo affatto. Ma non è escluso che per lui chi ha fede sia un fortunato.
E poi: “Non c’è scontro, non dev’esserci, è la coscienza che decide. La vera contrapposizione è fra laici e clericali. Ed è il Parlamento che fa le leggi, non decide il Vaticano”.
Chissà che intenzioni ha, l’onorevole Fini. Certo, tra chi ci governa, è tra quelli che si presentano meglio. E forse molti compagni presenti a quell’incontro si sono chiesti, più o meno apertamente, come mai non ce l’hanno loro, un leader così.
Carlo e Mario
Qualche anno fa a Finale venne Giuliano Giuliani, padre di Carlo, ucciso durante gli scontri del G8 a Genova. La conferenza fu organizzata dalla sezione finalese di Rifondazione Comunista, e mi fu chiesto di fare da interprete ad un ragazzo straniero che parlava solo inglese e che avrebbe assistito all’incontro, che si tenne quella sera all’autostazione. Durante il viaggio in macchina dalla stazione di Modena (o di Bologna, non ricordo) il ragazzo mi chiese un resoconto dei disordini di Genova, forse credendo che fossi stato presente. Io gli dissi che non c’ero, ma che avevo seguito attentamente la vicenda per tv e via internet, e che mi spiaceva molto per la morte di Giuliani, ma che questi, aggredendo dei poliziotti con un estintore, non poteva certo aspettarsi una reazione amichevole; in situazioni caotiche come quella, il rischio d’essere arrestato, o ferito, o peggio, doveva metterlo in conto prima di comportarsi così. Il ragazzo mi guardò trasognato: forse credeva fossi un membro del partito, e comunque non si aspettava certo un ragionamento simile. Notai in lui l’imbarazzo di affrontare il compito assolutamente imprevisto di spiegare da che parte stava la ragione proprio a chi abitava nella nazione in cui questo era successo, che per giunta lo stava accompagnando a sentir parlare il padre del ragazzo ucciso. Lui che veniva da un altro continente, da un’altra cultura, si trovava di fronte uno che anziché confermare le sue tesi e per così dire rincarare la dose fornendo nuovi elementi a favore, ne metteva uno grande così a sfavore. Ma così la pensavo allora, e non ho mai cambiato idea.
Credo che la sentenza che ieri ha assolto l’agente Placanica sia fondamentalmente giusta, come giusta è stata quella che ha condannato i picchiatori e i torturatori della scuola Diaz, anche se non so se tutti i responsabili siano stati puniti e fino a che punto. Distinguere in ogni evento, in ogni teoria, in ogni proposta, in ogni situazione i punti con cui si concorda e quelli che non si condividono è un esercizio che pratico da sempre, e che è peculiare di un libero pensatore quale ritengo di essere. Peccato che questo semplice ma salutare comportamento non si ritrovi mai nei partiti, nelle fazioni d’ogni genere, anche sportive, e perfino nelle religioni: si attacca l’avversario senza concedergli mai nulla, anche quando si è d’accordo con una sua idea; e allo stesso modo ci si mostra sempre d’accordo con quelle espresse dal proprio schieramento, anche quando non le si condividono. Tutto dev’essere d’uno stesso colore, l’opposizione dev’essere massiccia e totale, se no si passa per deboli, e si lascia aperta una falla in cui il nemico si può infiltrare. Le divergenze tra alleati, poi, vengono privatamente affrontate a colpi di spadone, ma pubblicamente descritte come opinioni democraticamente espresse nel nome del pluralismo che però non scalfiscono la compattezza della coalizione. Ecco perché non sarò mai un politico.
Il rosso e il blu
La Fandango, tra le altre cose, produce e distribuisce film. Tra i più famosi, quelli di Muccino, di Garrone, di Rubini, di Mazzacurati, di Sorrentino (“Le conseguenze dell’amore”, che mi piacque molto) e ultimamente i noti “Caos calmo”e “Gomorra”. Be’, il titolare della Fandango, Domenico Procacci, l’ha combinata bella: ha osato distribuire nel nostro Paese un film come “Videocracy”, che parla di com’è cambiata l’Italia dall’avvento delle tv private. Mediaset ha ritenuto di non mandare in onda il trailer, e questo lo si può anche accettare - anche se non di buon grado - visto che si tratta di reti per così dire private. Ma lo stesso atteggiamento è venuto anche dalla pubblica Rai, che rifiuta di trasmettere la pubblicità del film (negli spazi pur previsti da contratto) per “l’inequivocabile messaggio politico di critica al governo”. Procacci ha detto che “Ci sono stati film assai più duri nei confronti di Berlusconi come "Viva Zapatero" o "Il caimano", che però hanno avuto i loro spot sulle reti Rai. E il governo era dello stesso segno di oggi. Penso che se questo film è ritenuto così esplosivo vuol dire che davvero l'Italia è cambiata". La Rai, sentite questa, accetterebbe di mandare lo spot solo se trasmesso insieme con quello di un film che controbilanciasse i contenuti di “Videocracy”. Una sorta di ridicola par condicio. Vien da chiedersi se lo stesso varrebbe per il caso opposto, ossia per un film che recasse “l’inequivocabile messaggio politico di lode al governo”. Voi cosa dite?
Tutto questo è più che grottesco e meschino: è patetico, o forse preoccupante. Parafrasando il commento di Pierluigi Bersani, consiglio alla Rai di non trasmettere mai più “Ombre rosse” se non affiancato da “Soldato blu”.
Chi troppo e chi niente
“Vuoi perdere peso? Chiedimi come!”
Ogni tanto succede di imbattersi in messaggi come questo, sottoforma di adesivi appiccicati un po’ ovunque o di distintivi esibiti orgogliosamente e portati a spasso da chi vuol proporti un programma di dimagrimento. Vien da pensare a come tali annunci sarebbero stati accolti ai tempi dei nostri nonni, quando andava di moda la pellagra, e i buchi, anziché nel naso o nell’ombelico, si facevano nella cinghia dei pantaloni. “Vuoi prendere peso? Chiedimi come!”, ecco uno slogan che avrebbe attirato di più l’attenzione, pur accompagnata da una sana diffidenza contadina.
I poveri avevano la pellagra, i ricchi la gotta. Non è cambiato molto da allora: i ricchi, essendo tali, hanno più mezzi per combattere le malattie da ricchezza che i poveri quelle da miseria.