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NIDI E LAVATRICI
In un vecchio articolo (“Civiltà a confronto”) toccavo un argomento che mi ha sempre affascinato, il contatto tra civiltà giunte a stadi di evoluzione molto diversi. Il contrasto più stridente si ha forse mettendo in comunicazione una tribù primitiva e un gruppo di persone tecnologicamente avanzate: per esempio, i classici selvaggi con archi e frecce e gli esploratori che scendono da un elicottero con fucili di precisione e telefoni satellitari. Della differenza di cultura e di tecnologia ho già detto in quell’articolo (che come tutti gli altri è consultabile nel sito indicato sopra); oggi vorrei parlare di altre differenze.
Prendiamo un animale qualsiasi, per esempio un uccello; sa procurarsi il cibo e costruirsi il nido. E questo vale per qualsiasi uccello. Lo stesso si può dire per un ragno, che tesse la tela e cattura le prede. Molti animali si costruiscono nidi o scavano tane, e procurano da mangiare a sé e alla propria prole. Ora, non sono esperto di etologia, ma so che certi animali si sono organizzati in società in cui è presente una divisione dei compiti. Lo stesso abbiamo fatto noi; chi cacciava, chi scuoiava, chi cuciva, chi stava di sentinella, chi allevava la prole, eccetera. Sono così nati i mestieri: ogni artigiano era (ed è ancora) maestro nel proprio campo. Credo che proprio dalla divisione dei compiti nasca quella differenziazione, quella specializzazione che ci rende così diversi da un uccello qualsiasi. Quindi, se è vero che l’Homo Sapiens Sapiens sa costruire non solo case, ma palazzi, grattacieli, astronavi, ponti e microchip, è vero anche che lo fa delegando questi compiti ad individui specializzati, che hanno le conoscenze teoriche e pratiche per ideare e portare a termine un progetto. La maggior parte delle persone, perlomeno all’interno delle civiltà industrializzate, è a malapena capace di far funzionare una lavatrice (specie i maschi), figuriamoci inventarla, progettarla e costruirla. Se pensiamo agli uomini primitivi nell’accezione più popolare, cioè come a bruti vestiti di pelli che cacciavano con lance ed asce e bivaccavano attorno ad un fuoco, istintivamente li collochiamo al gradino più basso della civiltà, ma basta riflettere un attimo e ci accorgiamo che la maggior parte di noi, che guidiamo le auto e usiamo i computer, non saremmo capaci di fare quel che facevano loro. Chi sa accendere un fuoco senza usare fiammiferi o accendini (o lenti)? Provate a immaginarvi nudi, intirizziti, affamati: riuscireste a costruirvi un’arma efficace, ad uccidere una bestia feroce, a scuoiarla, accendere un fuoco ed arrostirla (o mangiarla cruda), fabbricarvi un vestito con la pelliccia, o una sola di queste cose?
Il professore di matematica e fisica un giorno ci domandò: voi che fate il liceo classico, che sapete il greco e il latino, che vi credete così istruiti, lo sapete come funziona un cesso? Ridacchiando, e ben sapendo che nessuno avrebbe risposto di sì, cominciò a disegnare sulla lavagna la struttura di un comune sciacquone, e a spiegarne il funzionamento. Il fatto è che gran parte della nostra cultura è principalmente teorica, spezzettata, generica, estesa in superficie ma non in profondità. La divisione dei compiti penalizza la nostra capacità individuale di comprendere ed affrontare gli elementi primordiali della natura. La nostra esperienza quotidiana ci vede usare attrezzi, apparecchi, strumenti ideati e costruiti da altri, di cui sappiamo poco o nulla. Se il ferro da stiro smette di funzionare, anche se sappiamo approssimativamente come dev’esser fatto dentro, ben difficilmente decidiamo di aprirlo e di cercare di aggiustarlo. Per questo esistono i riparatori (sempre meno numerosi, in verità: ora quel che si rompe si getta, diminuendo così ancor di più il numero degli esperti e aumentando quello degli ignoranti). Un selvaggio dell’Africa sa cavarsela nel bosco o nella savana molto meglio di un professore di Oxford (anche se questi ha studiato per anni il comportamento di quel selvaggio), ed i boy scout che insegnano ai lupetti come ci si orienta o come si costruisce una barella di fortuna, in mezzo alla tundra vivrebbero molto meno a lungo di un bambino eschimese.
Oggi, nella siepe, ho trovato un nido abbandonato, (storno? Merlo? Non lo so, già questo la dice lunga) e l’ho osservato attentamente. Qualsiasi uccello nasce con la capacità di costruire nidi (il cuculo con quella di sfruttare i nidi altrui). Alcuni, come quelli dei piccioni, sono autentiche schifezze, ma la maggior parte sono molto ben fatti e durano anche più del necessario, mentre altri sono autentici capolavori. Le api trovano il polline, comunicano ad altre api le coordinate per trovarlo, costruiscono celle esagonali e producono miele senza che nessuno glielo debba insegnare; tutto il loro comportamento è inscritto nei loro geni. I gatti sono predisposti alla caccia, anche se le madri istruiscono i piccoli con l’esempio. Gli uomini, senza insegnamento e senza un lunghissimo addestramento, sono inetti e indifesi. E questo vale specialmente per noi occidentali di questo secolo.
Da giovane pensavo a che cosa avrei fatto nella vita - una domanda che nessun animale si pone - e avevo aggiunto alla breve lista di opzioni (insegnante, traduttore, giornalista) un lavoro che forse non esiste neppure, cioè guardiano delle dighe dei castori in Canada. Vi invito ad informarvi sulle straordinarie capacità di questo mammifero che in Europa e in Nordamerica è stato cacciato fino all’estinzione. La costruzione delle tane e delle dighe è più complessa di quanto si possa pensare, e fornisce ai castori una casa, una difesa e un vivaio di pesci da mangiare.
L’uomo, animale sempre più culturale, sempre più lontano dalle sue origini, stermina i castori, abili architetti, ingegneri, falegnami, muratori, ma se lasciato in un bosco o in una via sconosciuta del centro non è nemmeno capace di ritrovare la strada di casa. L’unico vantaggio che gli viene dal non saper accendere il fuoco è che se dimentica l’accendino fumerà qualche sigaretta in meno.
La moralità in mutande
Straordinario fuori onda, su Tele Sveva, tra il giornalista Roberto Straniero e Francesco Ventola, Pdl. Il video si trova facilmente in rete, l’audio è stato trasmesso – ripetutamente - da radio nazionali come Radio 24. Straniero, con voce stentorea: “Io sono divorziato. Esigo una legge sulle coppie di fatto perché non mi voglio sposare più. Tu, Berlusconi e i tuoi mi rompete i coglioni a non farmi questa legge perché siete i difensori della famiglia di ‘sto cazzo, e andate a puttane tutti i day. Ventola ribatte “’Sta cosa qua, che c’entra con l’amministrare l’Italia? Che c’entra? Ma vuoi scherzare…?”, “C’entra, c’entra… perché la moralità è un fatto fondamentale…” e Ventola: “La moralità è una cosa personale” (lo ripete più volte). Chi scrive aveva sorriso divertito fino a queste ultime parole: la moralità è un fatto personale. Meno male che Straniero, dopo un intervento in dialetto barlettese, fa un esempio chiaro e in italiano: “France’, tu sei il sindaco di Canosa: puoi andare in giro in mutande? E allora vedi che c’entra? Il ruolo pubblico ti impone determinate cose…”
Il siparietto è gustoso, vi invito a vederlo. Ma a togliermi il divertimento mi restano in mente quelle parole: la moralità è un fatto personale; perciò vi invito a riflettere sul loro significato, tenendo presente che chi le pronuncia è al momento tra coloro che governano questo strano Paese. Pensateci, mi raccomando. Torneremo presto sull’argomento.