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Miseria e nobiltà
Mio padre me lo raccontava spesso. Ed io ho quella scena davanti, come se fossi stato presente. Fu al teatro Duse di Bologna, una sera degli anni ’50, alla fine di una rivista, spettacolo allora popolarissimo che vedeva attori come Dapporto, Macario, Totò come capocomici, e vantava soubrette non meno famose, come Isa Barzizza, Silvana Pampanini, Wanda Osiris. Quella sera, dopo lo spettacolo, parte del pubblico si accalcava nell’ingresso aspettando l’uscita dei suoi beniamini. Mio padre mi descriveva ogni volta il quadretto: indifferente al vociare e alla confusione, lui se ne stava lassù, a metà della scalinata, in smoking, coi capelli impomatati, la sigaretta dal lungo bocchino, la posa elegantissima, lo sguardo distaccato. Nemmeno l’ombra di un sorriso. E pensare che fino a poco prima aveva fatto mosse di ogni genere, compresa la famosa camminata di Pinocchio, che strappava sempre un’ovazione. Aveva riso, scherzato, buffoneggiato, ammiccato alle ballerine. Ora invece… sembrava avesse deposto la maschera; e quella posa, quello sguardo grave parevano dire che la persona non era il personaggio. “Perché lo sai, no? – concludeva immancabilmente mio padre – Lui diceva d’essere di nobili natali, e ne era molto orgoglioso…”
Una tale rappresentazione di Totò non è certo dissimile da quella di tante fotografie, e dell’immagine descritta da molti altri, anche dallo stesso Totò. Il quale era sì di padre nobile, ma squattrinato, e di madre popolana.
“Tra me, come sono nella vita reale, e Totò, come appare in palcoscenico, c’è una differenza abissale. Io odio la maschera che uso solo per servire il pubblico. Però, nello stesso tempo, è parte della mia anima”. Ma poi aggiunse: “A pensarci bene il mio vero titolo nobiliare è Totò. Con l’Altezza imperiale non ci ho fatto nemmeno un uovo al tegamino, mentre con Totò ci mangio dall’età di vent’anni. Mi spiego?”
Queste frasi le ho prese da un libro che ho trovato nella biblioteca di mio padre. E’ in parte una biografia autorizzata, in parte un’autobiografia. Vi si scoprono i fatti salienti della sua vita e i tratti fondamentali del suo carattere. Che azzardando potrei riassumere così: miseria e nobiltà. Un’infanzia da somaro a scuola (addirittura retrocesso, parola su cui lui scherzava), un tentativo fallito di fare il prete per contentare la madre (che s’infuriò: “Manco o prevete sape fa’!”), il servizio militare e gli innumerevoli soprusi subiti da un caporale (“…giunsi a identificare il peggio dei difetti umani nella categoria dei caporali”) da cui la fortunatissima frase (E in caserma mi capitò spesso di esclamare davanti ai miei commilitoni oppressi: ma guardiamoci in faccia… siamo uomini o caporali?). Poi la durissima gavetta, la fame vera, le angherie di altri “caporali”, la miseria, la tenacia nel perseguire lo scopo, la consapevolezza delle proprie capacità, l’amore per il teatro. E il successo, condito di amarezze e di veri drammi, come l’amore burrascoso con l’attrice Liliana Castagnola, che per lui si tolse la vita.
Scrivo queste righe perché mi hanno colpito alcune sue riflessioni, che riporto: “Non credo che dopo la morte avrò mai un monumento, e neppure un monumentino”. E poi: “Io non sono un artista, ma solo un venditore di chiacchiere, come Petrolini, che, infatti, è stato dimenticato. Un falegname vale più di noi due messi assieme, perché almeno fabbrica un armadio, una sedia che rimangono. Noi, al massimo, quando ci va bene duriamo una generazione. Lo scritto rimane, un quadro rimane, anche un lavandino rimane. Ma le chiacchiere degli attori passano”. Ora, c’è probabilmente un po’ di falsa modestia in queste parole, che però mi sembrano fondamentalmente sincere. Non si tratta solo del bilancio che un artista fa della propria carriera, ma del senso stesso di una vita, improntata, secondo lui, a servire il pubblico e a rallegrarlo con “chiacchiere”, buone per il momento ma destinate all’oblio. Io non credo che sia così. Stroncato senza pietà dai critici per tutta la sua esistenza, dopo la morte Totò è stato abbondantemente rivalutato; ma non ce n’era bisogno, perché tutti lo abbiamo ammirato, e non solo: lo abbiamo amato, e continueremo ad amarlo; e se è superfluo chiederlo ad un napoletano, basta domandare ad un italiano qualunque cosa pensa di lui. Totò, in tutta la lunga carriera fatta di innumerevoli film – alcuni ottimi, altri mediocri o peggio, come lui stesso ammetteva – di teatro, di cinema-teatro, di avanspettacolo, di apparizioni televisive, di poesia (“’A livella” merita un posto nei libri di testo) ci ha dato tantissimo: come possiamo dimenticarlo? I suoi tormentoni forse un giorno non si useranno più, ma se dimenticheremo Totò allora avremo dimenticato anche De Sica, Pasolini, Sordi, Mastroianni, Troisi… Totò, scusa se te lo dico, ma un quadro può durare meno di un lavandino, se nessuno lo guarda; e la stessa cosa vale per uno scritto, o per qualsiasi opera dell’arte o dell’ingegno. Se è vero che tanta arte non viene alla luce, è anche vero che quella vera, che emerge e splende per tanti anni, è dura a morire.
Ma io credo di comprendere il suo cruccio. Ogni uomo degno di tale nome si pone almeno una volta nella vita la domanda: “Che resterà di me?”, e tenta almeno una volta di darsi una risposta. Per qualcuno ciò che rimane sono i figli, per altri le opere. Totò ci ha lasciato queste ultime. Ma ha lasciato anche una figlia, che ha voluto chiamare Liliana, in memoria della donna che per lui si uccise, e accanto alla quale ora riposa. Totò morì un mattino d’aprile del 1967. Ricordo bene la notizia che diede la radio, e lo stupore, e la tristezza di tutti. Aveva avuto due distacchi di retina, da molto tempo era quasi cieco, e l’ultima notte fu segnata da tre infarti. Leggo ora che quel mattino Franca Faldini, sua compagna per 15 anni, dovette uscire dall’appartamento, perché il prete rifiutava di benedire la salma alla presenza di una donna non sposata regolarmente. Franca aveva avuto da Totò un altro figlio, che morì il giorno del parto.
Vedete, se eliminiamo tutte le considerazioni ed i giudizi - quelli di Totò e quelli di chi scrive - riportati su questa pagina, e ci limitiamo a guardare i fatti, ci accorgiamo che dal semplice elenco degli eventi della sua vita appare che fortuna e sfortuna, riso e pianto, commedia e tragedia camminano insieme, come nella vita di tutti. E questo è proprio quello che lui, nelle poche pagine autografe, cerca di farci capire. Far ridere, diceva mio padre, è molto più difficile che far piangere. Totò in un’intervista alla tv disse la stessa cosa. E lui se ne intendeva.
Ormai per me il trapasso è ‘na pazziella;
è ‘nu passaggio dal sonoro al muto.
E quando s’è stutata ‘a lampetella
Significa che l’opera è fernuta
E ‘o primm’attore s’è ghiuto a cucca’.
P.S.: Proprio ieri qualcuno ha compiuto atti vandalici sulla tomba di Totò, rubando addirittura lo stemma che l’attore aveva costruito con le proprie mani. Non riesco a commentare. Spero che qualche napoletano lo faccia per me.