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giovedì, 15 gennaio 2009
Il profumo del fieno

Il profumo del fieno

 

Ci sono domande che sentiamo porre solo nei film, anche se ci attirerebbero subito le simpatie dell’altro. Forse è per questo che non si fanno; sono semplici ma intime e profonde, e presuppongono una lunga risposta. Per esempio, “Sei felice?” o “Quali sono stati i giorni più belli della tua vita?”.

Se facessero a me quest’ultima domanda, avrei la risposta pronta. In più di mezzo secolo di vita, giorni memorabili ce ne sono stati, ma se cercassi di individuare, frugando qui e là in decenni di avvenimenti, incontri e consuetudini, quelli in cui ricordo d’essere stato perfettamente felice, o sereno - che forse è la stessa cosa - … ebbene, non so se arriverei a cinque. Istintivamente però correrei ad un luogo e ad un tempo dell’infanzia, ad un mazzetto di giorni, pochi in verità, ma tutti pieni di uno stupore intenso e pieno, di una gioia che non avrei provato più: i giorni trascorsi in campagna, dal nonno e dagli zii. I quali poco si curavano di me, come si usava allora, e lasciavano che giocassi da solo, o con due bambini che abitavano nella stessa casa. I due erano gemelli, di un anno più vecchi di me. Un anno che ne valeva due, per la malizia data loro dalla vita rurale e dall’estrazione diremmo proletaria, rispetto a me che ero “cittadino” ingenuo e figlio di gente che stava bene. Le differenze sociali forse le notavo, ma era come se non ci fossero. Li consideravo i miei migliori amici, ed ero contento che mi portassero con loro e mi insegnassero tante cose: andare a nidi, per esempio, o fare il chewing gum masticando il frumento – ci voleva tempo e pazienza, e il risultato non era gran che - o costruire una fionda, un arco, un aquilone. Metti insieme tre o quattro ragazzini liberi di scorrazzare tra una rimessa, un cortile, e l’aperta campagna, e prima o poi, anzi, prestissimo, cominceranno a costruire armi atte ad offendere. L’epopea di quei tre bambinetti, come di tutti i loro simili nel mondo, era una replica in sedicesimo dell’evoluzione umana dai primordi: si cominciava con l’arma più semplice, un bastone raccolto da terra, col quale si stabilivano le gerarchie; ci si costruiva poi un riparo dalle intemperie (capanne di frasche o paglia con strutture portanti di vario tipo): si andava a caccia cercando dapprima i cibi più facili da ottenere (uova nei pollai, frutta sugli alberi, pane comune sgraffignato nella dispensa incustodita), perfezionando poi le armi per catturare prede più difficili come uccelli, rane e salamandre (arco e frecce, fionda, cerbottana); si creavano relazioni amichevoli attraverso il gioco (palline, figurine, lippa, gare di vario tipo), si arrivava agli scambi commerciali (le stesse figurine, palline e armi di cui sopra); tutto ciò rafforzava lo spirito di gruppo, fondamentale quando si decideva di introdursi nel territorio limitrofo, ricco di preda ma controllato da bande rivali, con le quali lo scontro era inevitabile. Non per niente allora ci appassionavano libri come “I ragazzi della via Paal” o film come “La guerra dei bottoni”. Un bambino che non ha mai vissuto almeno qualche giorno all’aria aperta insieme a coetanei, libero di far quel gli pare, non ha vissuto. Giocare a nascondino in un fienile, in un fosso, in un campo di mais, è impagabile. Era tutto un mondo, un mondo che ancora troviamo in cartoni animati, in libri e film anche moderni, un mondo però che ben pochi bambini di oggi conoscono: una casa di contadini, un fosso, un fienile, una stalla, un pollaio, una rimessa… e l’aperta campagna davanti. Non c’era il tempo materiale per fare tutto quello che si sarebbe voluto. In quel piccolo grande mondo mi sapevo divertire per ore anche da solo, salendo alla guida del vecchio Dodge rosso col cofano lungo, lasciato dai soldati americani, o girellando tra conigliere e pollaio, tra anatrine, francesini, “nàdar mut”, arrampicandomi su per il fienile (e chi può dimenticare il profumo del fieno?) a cercare eventuali nidiate di gattini; curiosando tra gli attrezzi e cacciando formiche, mosche e lucertole. Ma era in compagnia che ci si divertiva di più e si producevano i danni maggiori. Avevamo accesso a parecchi attrezzi ed utensili, e ne approfittavamo. L’arma più micidiale era l’arco con le frecce metalliche: queste ultime si ricavavano dalle stecche di un vecchio ombrello, appiattendone le estremità con un martello e praticando in una di esse una tacca per l’incocco. Inutile dire che, scagliato con una certa forza a distanza ravvicinata, un dardo del genere ti passava da parte a parte. Noi lo sapevamo, e ne eravamo fieri. Ma ci si dilettava anche con sabotaggi ed esplosivi. A cento metri passava la vecchia ferrovia della Sefta, e naturalmente si mettevano sassi sui binari per vedere che effetto facessero quando passava il treno; scappavamo via e ci nascondevamo a spiare, ma non abbiamo mai avuto la pazienza di aspettare, e quando tornavamo non c’erano tracce di disastri. Gli stessi binari servivano anche per esperimenti pirici: col salnitro raschiato dai muri della porcilaia e la carbonella presa dalle ceneri sotto il paiolo da “bugada”, mescolati e pestati insieme con una sasso, si formava una miscela che andavamo a porre su una traversina; quindi gli si dava fuoco (magari con i costosi ed ambitissimi fiammiferi antivento, 30 lire la scatola), e si stava ad ammirare lo sfrigolio fumoso di quel composto che bruciava ad altissima temperatura e lasciava buchi vistosi nel duro rovere. Naturalmente avremmo preferito che esplodesse, ma agli ingredienti bisognava aggiungere il mitico zolfo, che nessuno sapeva come procurarsi (per fortuna). Oltre il fienile ed il letamaio (la “massa”), si stendevano i campi che portavano allo zuccherificio, coi suoi acquitrini, altro territorio di esplorazione e di caccia. E a volte non ci arrivava neppure, tante erano le distrazioni che trovavamo sul percorso, da un nido quasi irraggiungibile ad un pioppo caduto, tra i cui rami giocammo un pomeriggio intero. C’erano tante mosche e poche automobili. Nelle stalle dove ora si va a mangiare c’erano ancora le mucche; nei campi vedevi le croci di legno con legato l’ulivo benedetto, le zampette di coniglio amputate e legate col fil di ferro, i “grilli” che si adagiavano con precauzione sulla neve per acchiappare i passeri. Se escludiamo sbucciature, spelature e graffi assortiti, il taglio di un polpastrello sul filo di una falce, l’ustione dell’epidermide in seguito all’incendio di un flacone di alcool quasi vuoto a scopo esplorativo, me la sono cavata benissimo.

E poi, come si sa, si andava a marusticani. Rubare questi frutti di poco pregio e mangiarli acerbi era imperativo per qualunque bambino di allora. Te li avessero fatti mangiare li avresti risputati. Il sapore vero veniva dalla loro conquista: in quell’Eden rappresentavano il frutto proibito.

Nella casa dei miei c’è ancora una vecchia pianta che ne produce a bizzeffe, come il noce di fra Galdino; i rami sovraccarichi pendono oltre la recinzione, tanto che i passanti non hanno neanche bisogno di alzarsi in punta di piedi per prenderli; e, maturi, sono buonissimi. Ma nessuno li tocca più, nemmeno i bambini.

Postato da: Gretsch a 10:33 | link | commenti
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