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giovedì, 04 dicembre 2008

Dimmi come ti chiami

 

Il partito “Movimento sociale-Fiamma Tricolore della Basilicata” darà un premio di 1500 euro ad ogni bambino nato nella regione cui venga dato il nome di Benito o Rachele. Motivo ufficiale dell’operazione: promuovere la natalità. Motivo reale (riteniamo): farsi pubblicità. Infatti, a chi verrebbe in mente di far venire al mondo una creatura solo per 1500 euro una tantum? Forse a uno scozzese; meno facilmente ad un materano. E’ più probabile, invece, che chi si trova col progetto in corso d’opera scelga uno dei due nomi perché già di partenza favorevole all’idea fascista. Una specie di giroconto, insomma. Ma nulla cambierebbe se altri partiti proponessero altri nomi. Solo che i nostalgici di sinistra sono meno fortunati: Stalin si chiamava Giuseppe, il Che faceva di nome Ernesto, che non è proprio rarissimo, la Pasionaria Ibaurri faceva Dolores, e la Luxemburg poi portava il secondo nome italiano più diffuso, cioè Rosa. E’ vero che Lenin si chiamava Vladimir, ma al giorno d’oggi tutti penserebbero a Luxuria, e il sol dell’avvenire ce ne metterebbe ancora di tempo, prima di sorgere. Rimane Fidel, ma per le femmine? Tornando alla Fiamma, ci si può chiedere se Claretta o Galeazzo possano andar bene lo stesso, ma pare che i nomi da 1500 euro siano solo due, Benito e Rachele. Ora, Rachele non è poi così sconvolgente, molte ragazze o bambine si chiamano così; forse anche perché tutti conoscono Benito Mussolini e molti meno Donna Rachele (per via appunto della più famosa e scomoda Claretta Petacci; per tacere di Edda). E gli extracomunitari? La Fiamma Tricolore non li esclude, o meglio, dà come condizione che uno dei due genitori sia italiano. Nasceranno allora dei Benito Mohamed Abdullah, il che dopo tutto non stona con le ambizioni colonialistiche del ventennio. Faccette quasi nere.

Postato da: Gretsch a 08:28 | link | commenti (5)
miscellanea

SEMPRE IN RITARDO

 

Non so che effetto vi fa sentire un presidente del Consiglio che, di fronte ad una recessione economica sempre più evidente, condanna giornali e tv che parlano troppo di crisi, ed invita all’ottimismo, indicando come rimedio l’aumento dei consumi. Stavolta le sue dichiarazioni non potevano arrivare più opportune, almeno riguardo al ragionamento che ho cominciato nello scorso articolo e che volevo proseguire in questo. Berlusconi in una frase sola spiega a meraviglia il meccanismo che sta alla base del sistema in cui viviamo, che è fondato sui consumi: quindi, se questi rallentano il sistema va crisi, e anziché produrre di meno per adeguarsi alla minore richiesta, bisogna riprendere a consumare. Ma cosa succede se, anche dopo aver commercializzato oggetti utili, ma progettati per durare poco affinché se ne comprino altri (se no i lavoratori non lavorano e le aziende chiudono), oppure oggetti che durerebbero ma che la pubblicità ci invita a sostituire con un modello più recente, oppure infine oggetti che non servono ma che ci vengono presentati come necessari o desiderabili, cosa succede, dico, se poi la gente non ha i soldi per comprarli? Un bel dilemma per un sistema che, per fare un solo esempio, costruisce cellulari che durano in media cinque anni ma che noi mediamente cambiamo molto prima, trovando le scuse più ridicole per giustificare quello che è un lusso, ma un lusso da pezzenti, che si lamentano perché la pasta è aumentata di dieci o venti centesimi e scaricano a pagamento valanghe di suonerie per cellulari, buttano via indumenti seminuovi e fanno debiti per pagarsi il Suv o la settimana bianca. E ci va anche bene, perché tutto questo lo paga, per ora, qualcun altro. Copio da un frequentato blog: “Che cosa hanno in comune Madagascar e Corea del sud? In apparenza nulla. Il primo è un Paese in via di sviluppo, il secondo è una potenza economica. Uno sta in Africa, l'altro in Asia. I malgasci hanno un territorio incontaminato. Ai coreani manca il terreno coltivabile. Il Madagascar ha 28 abitanti per km2, la Corea del Sud 493 abitanti per km2. (…)La Corea del Sud ha bisogno di mais, di olio di palma, di prodotti dell'agricoltura. Il Madagascar ha terra. La Daewoo sigla un accordo con il governo del Madagascar. Cessione di 1,3 milioni di ettari coltivabili per 99 anni. Più della metà della terra coltivabile del Paese (2,5 milioni di ettari).Il tutto gratis. In cambio la Daewoo si impegna ad assumere i malgasci come contadini. Secondo mister Hong, manager della Daewoo: "E' terra totalmente non sviluppata, incontaminata. E noi daremo lavoro rendendola coltivabile, e questo è buono per il Madagascar."(…)I prodotti di 1,3 milioni di ettari del Madagascar saranno inviati in Corea del Sud per il suo fabbisogno, è probabile che neppure una pannocchia rimanga ai malgasci. Gli 1,3 milioni di ettari sono in gran parte foreste. Saranno distrutte con pesanti effetti sul clima. Il contadino del Madagascar viene espropriato della terra, il cibo viene inviato all'estero, il suo ambiente viene distrutto. In cambio potrà lavorare per la Daewoo. Che culo!
Chi ha risorse non ha soldi. Chi ha soldi si compra le risorse. Ma cosa sono i soldi? Da dove provengono? Indovinate. Dalle risorse di chi non ha soldi.
L' Africa ha la maggior parte della terra fertile non coltivata del mondo e la maggior parte dei morti di fame. Una ragione ci sarà”.

Mi rendo conto che una volta non era facile intuire l’esistenza di questi meccanismi, che però adesso sono sotto gli occhi di tutti, cioè di tutti quelli che li vogliono vedere. Come mai, quando vogliono piazzare una discarica vicino a casa tua, gridi allo scandalo, ti rivolti e metti su un bel comitato perché non venga fatta? Basta guardare quello che succede con lo stoccaggio gas di Rivara. Tutti d’accordo sull’inutilità e la pericolosità del progetto; chissà se le stesse persone sono contrarie, per esempio, alla Tav.

Tante soluzioni possono essere semplici, basta volerlo: per eliminare i rifiuti, oltre a produrne meno, è sufficiente riciclarli (si arriva quasi al 100 per 100). Ci arriveremo (forse), ma ci arriveremo tardi, come sempre, come in tutto il resto: chiudiamo la doccia quando il getto comincia a farsi esiguo e freddo, eppure sapevamo che il nostro boiler non è capiente come il lago di Garda, e che non si scalda a parole. Pensiamo all’oggi, e domani si vedrà. Io non ho figli, ma penso ai miei nipoti, e ai figli degli altri. Per fare un altro esempio, possiamo essere autosufficienti nella produzione di energia pulita, ma c’è ancora chi insiste nel vedere un futuro di petrolio e di centrali nucleari (di cui parlerò prossimamente). Non è impossibile usare alternative che oltretutto ci sono già; basta volerlo. Ricordate quando si fumava al cinema, nei bar, negli ospedali, nei negozi (nel mio parecchio), negli uffici, in presenza di bambini e addirittura di neonati? Sembrava normale. Ma ci siamo abituati benissimo, anzi, ora diventiamo subito ostili verso chi trasgredisce una legge che ci pare primordiale, anziché di tre anni fa. E stiamo tutti meglio.

Quindi, per adesso, visto che la crisi c’è e che nessuno tra i governanti, gli economisti sapienti, i giornalisti esperti, nostrani o stranieri, ce l’aveva annunciata, suggerisco di comprare quel che ci serve, tra ciò che ci possiamo permettere. A quelli che hanno quaranta o cinquant’anni dico: pensate ai bisogni che avevate a dieci, venti o trent’anni. Facevate a meno di un sacco di cose e non ne sentivate la mancanza. Potete fare altrettanto ora, è solo una questione di abitudine. Bush padre, quando gli si chiese che il suo Paese riducesse consumi le cui conseguenze (sfruttamento di risorse e inquinamento globale) si ripercuotevano sull’intero pianeta, pronunciò una frase sciagurata che il Nostro condividerebbe: “Lo stile di vita degli americani non è in discussione”. Ora gli americani si accorgono che devono mettersi in riga se vogliono campare, altro che auto enormi che bruciano ettolitri di benzina a basso prezzo, o condizionatori sempre a manetta. In America banche gigantesche falliscono e le più grandi industrie automobilistiche del mondo stanno chiudendo. In Italia invece, secondo Berlusconi, lo stile di vita dovrebbe rimanere lo stesso: veleggiare verso i tropici anche quando la barca fa acqua. Lo dicevano i sociologi (americani!) già negli anni ’50: l’uomo contemporaneo è soprattutto un consumatore. Il nostro premier non lo dimentica mai.

Postato da: Gretsch a 08:25 | link | commenti
ideali, quotidianità, nanismo