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La piscina globale
In giro per il paese vado a piedi o in bicicletta. La maggior parte delle persone potrebbe fare altrettanto, invece intasa di lamiere e di puzza le vie del centro, fa quattro volte il giro della piazza per vedere, farsi vedere, scoprire cos’è cambiato nella stessa via che ha percorso un minuto prima, o cercare un parcheggio. Da quando c’è la raccolta differenziata, la maggior parte dei miei rifiuti non va nel cassonetto generico, e faccio anche un po’ di strada a piedi per portare carta e plastica ai rispettivi contenitori, spesso pieni. Lavo l’insalata due o tre volte, non dieci, e uso quell’acqua per innaffiare i fiori: non per risparmiare sulla bolletta dell’acqua, ma per risparmiare l’acqua. Faccio controllare la caldaia così che non bruci male il gas e aumenti l’inquinamento. E spendo meno.
Non sono sacrifici, non sono privazioni dolorose, sono abitudini di un sistema di vita che mi è stato insegnato da piccolo e che da adulto ho mantenuto; se alla fine del mese ho risparmiato, diciamo, cento euro, ho fatto risparmiare anche agli altri un po’ di inquinamento, di confusione, di disagio. Un tempo lontano quel risparmio mensile sarebbe stata una certezza, un piacevole pensiero prima di addormentarsi.
Qualche settimana fa quei cento euro li ho persi in mezz’ora. Per non parlare di quello che se n’è andato nei giorni seguenti. Ma come? Non ho mai rischiato investimenti azzardati, neanche al superenalotto, ho sempre collocato i risparmi in modo oculato, confidando che se non avessi guadagnato un gran che almeno non ci avrei rimesso. E invece no. Ho scoperto che si può anche perdere. Che anche le banche, che sapevamo ricche, potenti, intoccabili, ma anche supergarantite, possono fallire. E allora la vocina che da anni sento sussurrarmi all’orecchio, vocina che ho fatto sentire anche su queste pagine, ha alzato il tono e mi ha detto: vedi?, ecco dove porta alla fine il famoso libero mercato, quello che non devi disciplinare, perché si autoregola. Invece tu risparmi, stai attento, non sprechi, metti via cento euro al mese, e c’è qualche bastardo che non hai mai visto né vedrai mai che te ne frega duecento in mezzora. E poi un secondo bastardo te li viene a chiedere, quei duecento, per salvare il primo. Lasciate che il mercato vada avanti da solo, non intralciatelo, dicevano gli stessi che ora invocano il soccorso dello Stato, cioè di noi che siamo stati fregati. Fregati due, tre, dieci volte, per aver creduto (e credere ancora) che progresso sia produrre di più per consumare di più, e che la globalizzazione, oltre che inevitabile, sia buona per tutti. Chi sente un certo fastidio nel leggere tali parole ha ragione, io le scrissi su queste pagine esattamente dieci anni fa, quando di globalizzazione si cominciava appena a parlare; ora però il mercato globale si dimostra quello che descrivevo, cioè quello che è: l’esportazione forzata di un sistema occidentale fallimentare che impone il suo modello anche a chi viveva bene senza, e che coinvolge nella rovina un pescatore indonesiano, un pastore afgano e un artigiano di Cantù, che stavano molto meglio quando la globalizzazione non c’era. E hanno il coraggio di dirci che questo è solo l’inizio, che la crisi sarà lunga e dura. Per chi? Non per quelli che hanno ideato, pianificato e messo in atto questa truffa, né per quelli che l’hanno lasciata perpetrare; lo sarà invece per quelli che hanno sempre pensato che se qualcuno guadagna cifre enormi solo speculando in borsa ci dev’essere qualche ignaro disgraziato che ci perde. Nei primi anni ottanta si stava alzati fino a tardi per vedere le tv erotiche, negli anni novanta per far speculazioni finanziarie col computer: tutti esperti, tutti potenziali ricchi i finanzieri fai da te (mentre gli altri, i saggi, quelli come me, scuotevano la testa: “eh no, io no, io se proprio devo fare investimenti vado attraverso le banche, di quelle mi fido, li vedo in faccia, e poi le banche non possono mica fallire”). Forse qualcuno crede davvero che la ricchezza si possa creare dal nulla; o forse non gli importa, tanto premere un tasto e spostare capitali è come premere il pulsante di sgancio di una bomba: non si vedono le conseguenze, e si rimane comunque illesi.
Io ho comprato la macchina nuova, con l’impianto a gas. Inquino meno, spendo la metà; poi trovo una tizia che porta a scuola il figlio con un tremila di cilindrata, costruito per attraversare la savana o arrampicarsi sul K2. Risparmio l’acqua, poi c’è qualche delinquente che si sta comprando l’acqua potabile di tutto il mondo per rivendermela. Da una parte ti hanno abituato a sprecarla, tanto ce n’è sempre; dall’altra ti hanno abituato ad acquistarla in bottiglia: così protesterai meno quando dovrai comprarla tutta da loro, al loro prezzo, che non sarà sempre espresso in moneta. Eppure, se cerchi di spiegare quanto sopra, la risposta è deprimente: “A te che te ne frega se compro il Suv? Coi soldi miei faccio quel che mi pare”. E invece no: quella che tu inquini è l’aria che anche io respiro, l’acqua che tu sprechi è di tutti, e non è infinita; il tuo Suv, come il mio gpl, vogliono dire carestia in un altro continente: stiamo tutti a mollo nella stessa piscina, e tu mi dici “mi compro il mio metro cubo o i miei cento metri cubi e ci piscio e ci cago dentro, se mi va”. Tra qualche anno, e gli effetti si vedono da tempo, non ci sarà più mio o tuo, ci sarà un’unica cloaca in cui ci troveremo tutti, compresi quelli che, col nostro consenso, poco alla volta ci hanno convinto ad immergerci. Dopotutto non ci meritiamo altro. Ce la siamo cercata, avanziamo nella melma, non cambiamo strada, e tuttavia continuiamo a pensare d’essere più furbi degli altri, nonché i più furbi tra le specie animali. La nostra estinzione servirà almeno a salvare quel poco di sano che resterà del pianeta.