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CON NIENTE
Via Fiume è corta, larga, senza sbocco. Ai lati, separate da semplici recinzioni, due vecchie ville signorili a tre piani, ciascuna con giardino e grandi vecchi alberi. A sinistra, un gruppo di case con un vasto cortile interno. In fondo, molti anni fa, c’era un vecchio cancello di ferro, che sarebbe dovuto restare chiuso, oltre cui si trovava un piccolo parco, con molti alberi e qualche cespuglio, incamminandosi per il quale ci si trovava presto davanti ad un alto muro di mattoni. In cima a quel muro, un ampio terrazzo, vuoto; a livello del terreno, un’apertura permetteva di intravvedere un seminterrato pieno di macerie. Il terrazzo e il seminterrato erano abbandonati, ma rivivevano quasi ogni giorno quando noi ragazzi ne facevamo luogo di conquista; e allora si parlava sì di terrazza – perché non sapevamo che altro nome darle – e però di “sotterraneo”. Il luogo era abbandonato e pericoloso; e perciò vietato. I grandi ci raccomandavano di non andarci, divieto che veniva rispettato sempre, ma solo a parole. Non c’era niente con cui giocare, e il tutto era in verità piuttosto deprimente, ma faceva al caso: arrampicarsi sul muro quasi liscio per andare sul terrazzo era già un’impresa di cui vantarsi con gli altri; poi si stava sul parapetto con le gambe penzoloni e ci si buttava giù prima che il sangue affluisse troppo ai piedi, che poi ti facevano male toccando terra. Si cadeva sull’erba, e poi si tornava su, a difendere il castello dagli assedianti, che poi si nascondevano nel sotterraneo e bisognava andarli a stanare. Il vero pericolo, per noi, non erano le storte o le slogature, e nemmeno il famigerato tetano che si nascondeva tra i rottami arrugginiti, ma la vecchia signora Maria, che abitava nei pressi, e non voleva assolutamente che si andasse lì. Tra noi e quella donna si era creata la tipica rivalità che vede contrapporsi la vecchia e i ragazzini, per giunta convinti di esser vittime di un sopruso. Quasi certamente la signora, quand’anche non fosse stata un fenomeno di espansività, aveva le sue ottime ragioni, che non erano dettate da un odio insano e inspiegabile, come pensavamo noi, bensì dal timore che ci facessimo male in quella che sosteneva essere (secondo noi senza poterlo provare) una sua proprietà.
Quando non ci si inoltrava nel verde fino a sfidare la vecchia Maria (che ci appariva tale, ma che magari non aveva neanche sessant’anni), si trovava comunque il modo di passare il tempo. Lungo il confine di destra, sotto le robinie, correva un piccolo fosso, ideale per un’infinità di giochi e per la costruzione di capanne. In quel fosso, dentro ad un collettore, un giorno Carlo trovò addirittura una baionetta arrugginita. Fu una delle scoperte più clamorose, di cui si parlò (in segreto) per giorni. Oppure si giocava ai romani: l’arma tipica era il gladio, costruito inchiodando in croce due pezzi di legno - uno appuntito con la “manarìna”, l’altro a far da elsa - presi da una cassetta per la frutta. E’ stupefacente quanto spesso queste armi andassero perse o distrutte, almeno a giudicare da quanto spesso venivano costruite. Queste lotte sanguinarie, ambientate nell’antica Roma, alla corte di Re Artù o del re di Francia, a seconda del film che avevamo visto al cinema Italia (ora Astoria) la domenica precedente, avevano bisogno di una motivazione, che era sempre una prepotenza, un sopruso: un classico era “hai ucciso mio fratello!”, ma c’erano anche lotte per liberare un prigioniero, o, meglio ancora una prigioniera. Toccò anche a me far la parte della rapita, il che voleva dire stare ad annoiarsi in prigione; che era l’angolo tra il cancello e un cespuglio, e non aveva che muri e sbarre immaginari.
Ma in via Fiume si svolgevano anche manifestazioni importanti, come le olimpiadi; un vero avvenimento, che aveva luogo una volta l’anno. I partecipanti erano sempre i soliti cinque: Carlo, Lorenzo, William, Giorgio ed io. Le specialità comprendevano la corsa, il salto in alto, il salto in lungo, il lancio del peso e del giavellotto, il sollevamento pesi, la lotta libera, il calcio e altro ancora; tutte discipline per le quali gli attrezzi o non erano necessari o erano facili da costruire: per il lancio del peso una grossa pietra, per il giavellotto un bastone. C’erano pure le medaglie; ce le facevamo noi di carta, ritagliandole da un foglio di quaderno e colorandole con le matite: gialle per l’oro, grigie per l’argento e marrone per il bronzo.
Tornare infine a casa, percorrere di corsa quei duecento metri di viale per non tardare a cena, era una sofferenza, un quotidiano martirio. E siccome abitavo troppo lontano perché i miei mi potessero chiamare a voce, doveva bastare – e bastava – l’ordine tassativo. Le rare volte che tardavo, erano sgridate, qualche scappellotto o, peggio, la proibizione di tornar là coi miei amici il giorno dopo.
Via Fiume sta di fronte all’ormai demolito Supercinema, di cui ho scritto l’anno scorso. Oggi mi ci sono fermato un attimo perché mi sembrava che mancasse qualcosa. In effetti, nel giardino della villa di destra, che è in ristrutturazione, sono stati abbattuti alcuni grandi alberi; ma sia il lato destro della via, dove stava il fosso della baionetta, sia quello sinistro per un bel tratto, erano stati asfaltati. Ed erano già pieni di auto. Che fortuna, poter piazzare la macchina lì, a due passi dal centro. Via l’erba, via le robinie, si accomodino i Suv. E non si paga neanche.
Mi sono fatto coraggio e sono andato fino in fondo. Il vecchio cancello c’era ancora, anche se chiuso con catene. Ed oltre il cancello, il piccolo parco, con tutte le sue piante, tante da non vedere oltre. Una speranza.