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il guano di guam
Prima di essere invasa dall’uomo, l’isola di Guam, nell’arcipelago delle Marianne, ospitava tre specie di pipistrelli. Ora due sono estinte e la terza a stento sopravvive. I pipistrelli di quelle zone, come tanti loro consimili nel mondo, si nutrono di fiori o frutti delle piante locali. Succhiando il nettare si cospargono di polline e nel loro viavai danno luogo all’inseminazione; oppure mangiano i frutti, digeriscono il pasto e dopo una ventina di minuti liberano sul terreno i semi non assimilati, molti dei quali germoglieranno. Insomma, quelle piante danno cibo ai pipistrelli, e a loro affidano la propria sopravvivenza, perché gli insetti, troppo piccoli per quei fiori, non ne sono capaci. Un progetto di rimboschimento ha visto la foresta rinascere dopo tre anni, semplicemente lasciando che i pipistrelli vivessero come hanno sempre fatto. Alcuni monaci del luogo si sono presi l’incarico di difenderli – i pipistrelli sono rappresentati sulle facciate di molti templi come simbolo di vita - dall’estinzione. I monaci non debbono fare nulla, se non lasciarli stare. Del resto, i pipistrelli non fanno male ai monaci, e non perché questi piccoli mammiferi siano particolarmente religiosi: di fatto non nuocciono a nessun essere umano, al contrario. Di più: ogni giorno i monaci vanno nelle grotte abitate da questi animali, ne raccolgono il guano e lo rivendono: è un ottimo concime, e non solo: la sua composizione viene attentamente studiata, perché contiene batteri utili in vari settori industriali compreso quello farmaceutico.
Riepilogando, il pipistrello frugivoro favorisce in modo sostanziale la riproduzione delle piante, quello insettivoro mantiene il numero degli insetti ad un livello accettabile; entrambi non attaccano l’uomo né gli animali, se ne vanno in giro quando nessuno li vede, per non impressionare i tipi sensibili, e fanno una cacca che è come una manna, perché cade dal cielo seminando ed anche fertilizzando. Il pipistrello ha un sistema di localizzazione degli oggetti più sofisticato di qualunque sonar possiamo immaginare, ed è il prodotto di milioni di anni di evoluzione. Insomma, il pipistrello fa molto per mandare avanti la baracca dell’ecosistema nel miglior modo finora sperimentato.
Ma gli uomini non restano con le mani in mano. Monaci a parte, gli abitanti di quei luoghi i pipistrelli se li mangiano. La carne è pochina, ma appetitosa, e, per gli ingenui, pure afrodisiaca. E infatti: che ce ne frega a noi del pipistrello, noi il pipistrello lo facciamo fuori; anche se è evidente, come diceva il programma del National Geographic da cui ho tratto queste informazioni, che il pipistrello vale molto più da vivo che da morto. Io direi piuttosto che da morto non vale nulla, e che anzi la sua mancanza produce danni considerevoli.
Ma tutto questo non stupisce nessuno, ormai, e non so neanche perché continuo a scrivere queste cose. Noi, gli unici tra i viventi capaci di proiettare il pensiero oltre il presente, gli unici in grado di prevedere cosa accadrà domani, tra un anno o tra cinquant’anni, e quindi cercare di pianificare una qualsiasi attività o di porre rimedio ad un danno futuro, oltre a saccheggiare impunemente tutto quel che troviamo siamo i più efficienti sterminatori di altre specie viventi. Seminiamo solo quello che raccoglieremo noi (anzi, alcuni di noi), sporchiamo senza ritegno, uccidiamo per un tiramento qualsiasi, e nemmeno la nostra cacca vale qualcosa, anzi, quando non ci riesce di buttarla via di nascosto dobbiamo pagare chi ce ne libera.
Una volta, quando le risorse della natura sembravano infinitamente disponibili o riproducibili, questo poteva essere comprensibile; ora che sappiamo non abbiamo scusanti. Neanche in questo riusciamo ad essere davvero animaleschi: questa cosa la posso prendere impunemente, quindi me la prendo, che mi serva o no; che ciò possa arrecare danno ad altri, tra cui i miei discendenti e magari anche me stesso, è un pensiero che in qualche caso viene subito scacciato, ma che comunemente non germoglia neppure. Le case, gli oggetti che le riempiono, le automobili, perfino i governi, niente è fatto per durare. Ci si scanna per arrivare al potere per starci quel tanto che serve al nostro interesse privato, poi ci penserà chi vien dopo. Ripeterò, se mai qualcuno ancora non lo sapesse, che questo mondo non l’abbiamo ricevuto in eredità dai nostri padri, ma in prestito dai nostri figli.
Dalle nostre parti i pipistrelli mangiano gli insetti. Un solo esemplare può far fuori in una notte duemila zanzare, c’è chi dice tremila. Ma la crescente illuminazione notturna delle città e delle periferie urbane, nonché l’uso di insetticidi, riducono di molto la loro popolazione. Mentre un pipistrello fa strage di zanzare noi ci avveleniamo con le piastrine e gli insetticidi per farne fuori tre o quattro.
Da qualche anno ho scoperto che uno di loro ha trovato rifugio tra l’imposta e il muro. Ogni tanto vado ad osservarlo da vicino, e mi piace pensare che sia sempre quello, ma non mi rincrescerebbe sapere che si tratta di un amico o di un parente. All’imbrunire vola via, al mattino è lì che dorme un suo sonno inquieto. D’inverno scompare, a primavera torna. Qualche volta manca, e mi preoccupo: sarà morto o dormirà fuori casa? E quando ritorna non sono sicuro che si tratti dello stesso di prima. Comunque sia, per far prima li chiamo tutti Pippi.
Seguendo uno schema trovato in internet ho costruito una casetta di legno, un piccolo condominio, o meglio una villetta a schiera per pipistrelli. Finora l’hanno ignorata. Speriamo che la abitino, in futuro. Speriamo che ce l’abbiano, un futuro.
(vedi per esempio http://www.naturmuseum.it/it/197.htm)