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La sfilata dei coccodrilli
Tutti buoni, davanti alla salma di Enzo Biagi. Tutti commossi, a dare l’ultimo omaggio a un giornalista che faceva il giornalista, uno che non urlava, non si metteva in mostra, non leccava le scarpe a nessuno. Uno che faceva semplicemente il suo mestiere, cosa tutto sommato non così semplice. Fa rabbia vedere come il principale responsabile del suo forzato allontanamento non riesca a dire, almeno ora, che Biagi gli dava fastidio, e sostenga invece di non avere mai avuto nulla contro di lui; sta di fatto che si è tenuto alla larga dalla camera ardente. E fa rabbia vedere come davanti al suo cadavere sfilino con parole di elogio quelli che hanno appoggiato la censura nei suoi confronti. “Grande professionista”, “figura unica”, “maestro”. Un rispetto espresso solo da morto, grandi parole pronunciate da chi non ha scritto una riga di protesta quando Biagi fu allontanato, ma che anzi, avendo visto cosa può succedere a chi non è accomodante, ha mantenuto se non accentuato l’angolo di piegatura della schiena.
Da giovane, chi scrive aveva ritenuto Biagi un giornalista troppo “normale”, se non noioso. Amaro accorgersi che la normalità di allora rappresenta l’eccezionalità di adesso.
Police Video
Ogni tanto guardo un paio di programmi sul canale FX, Police Video e Cops. Sono riprese effettuate dalla polizia statunitense, in cui vengono documentate operazioni più o meno spettacolari. All’inizio le seguivo volentieri per via degli inseguimenti, poi ho cominciato ad interessarmi anche delle azioni di routine. La struttura dei due programmi è sempre la stessa. In Police Video un tenente dall’aria risoluta ed efficiente, con la capigliatura brizzolata ben scolpita, esce da un’auto della polizia o scende da un elicottero o da una motovedetta, e rivolgendosi con aria decisa alla telecamera presenta i vari servizi, commentandoli poi fuori campo. Ben presto ci si rende conto che presentazione e conclusione di ogni servizio sono fatti con lo stampino: in sostanza ci viene detto che i criminali, per quanto cocciuti, fantasiosi, astuti, imprevedibili, vengono comunque catturati. Il tono e il linguaggio tendono da un lato a rassicurare i cittadini onesti e dall’altro a scoraggiare azioni criminali, spiegando che, per quanto ci si creda furbi, alla polizia non la si fa. Devo dire che prendo molto interesse a questi filmati, che sono spesso davvero coinvolgenti. Molti sono presi da videocamere piazzate sul cruscotto della volante, altre da riprese fatte da un operatore che siede a fianco dell’agente e lo segue quando questi scende per proseguire l’azione. Mi piacciono gli inseguimenti, e quanto più il fuggitivo si dimostra spericolato e sprezzante dell’incolumità altrui tanto più mi sento emotivamente dalla parte degli agenti. A volte si vedono persone comuni che per motivi anche futili lanciano il loro mezzo in fughe incoscienti ed assurde, magari avendo a bordo familiari, tra cui bambini; quando, dopo aver provocato danni, incidenti, terrore, ed aver rischiato la vita propria, dei trasportati e di innocenti per strada, costoro vengono bloccati, vien voglia che gli agenti non si limitino ad immobilizzarli, ma diano loro una buona ripassata lì sul posto (cosa che probabilmente qualche volta succede). In Cops il discorso è un po’ diverso. Cop è termine comune per poliziotto, e uno degli intenti del programma è renderli più simpatici e vicini alla gente. Ogni puntata comincia coll’agente di ronda che racconta brevemente la sua storia e dice quanto gli piaccia quel mestiere, che fin da bimbo sognava di fare. Il che è sicuramente vero: gli agenti che ci vengono mostrati in azione appaiono ben addestrati, capaci, rispettosissimi della procedura, ma anche comprensivi ed umani quando serve, proprio come vorremmo che fossero. E, lo ripeto, non ho motivo di credere che quelli di Cops non siano così anche nella realtà. Subito dopo il nostro agente si trova coinvolto in una delle tante operazioni di pubblica sicurezza di ogni giorno (o notte) di lavoro: ubriachi al volante, risse, furti, rapine, vandalismo, violenza domestica, spaccio. Le storie, tutte dal vero, presentano una realtà che mi vede interessato e coinvolto, una realtà che la gente come me non vede quasi mai, vale a dire il crimine comune in tutte le sue manifestazioni: donne picchiate dal marito/amante (maschio o femmina), persone che rubano un’auto e non si fermano nemmeno se inseguite da cinque pattuglie, tossici che tentano furti o rapine, salvataggi di persone in difficoltà, liti tra vicini. L’impressione di verità deriva dal sopraggiungere di agenti e videocamera nello stesso momento, cosicché la reazione delle persone coinvolte è, per quanto può esserlo, naturale. Mi stupisce in tutti questi reportage la quasi costante falsità del criminale (o presunto tale fino a prova contraria, come recita la prefazione): che sia incallito o novellino, nove su dieci proclama di non aver fatto niente, e risponde con menzogne alle domande dell’agente anche su condanne precedenti o contenuto dell’auto o delle proprie tasche, tutte cose facilmente verificabili. Ma quel che mi guasta il divertimento e mi lascia un gusto amaro sono altre operazioni. Per esempio, un agente donna si finge prostituta, e va ad adescare clienti; non appena viene concordata la prestazione sbuca un nugolo di agenti che arrestano il malcapitato per sfruttamento della prostituzione. Oppure: alcuni agenti in camuffa fingono di spacciare droga. Appena il cliente ha comprato la bustina il copione si ripete. O anche: un agente vestito da pagliaccio, a bordo di un furgoncino con scritto Chico il Clown, affianca una donna che parrebbe una prostituta. Costei, una volta a bordo, chiede se per caso l’uomo non sia un agente, e lui risponde di no. Appena concordato il prezzo, scatta la trappola. Infine: una donna cerca un killer per far fuori il marito, pastore protestante: assolda quello che crede un sicario, ma che è un agente che si finge tale e che la asseconda fino a fingere d’aver ucciso il consorte, che si fa fotografare per terra, truccato da cadavere. La foto viene mostrata alla moglie che finge disperazione, e poi il colpo di scena: il finto morto si presenta alla moglie, alla quale viene un mezzo colpo, ma che viene arrestata per tentato omicidio. Tutta una finzione, insomma. Ma la condanna (a nove anni) è vera. Ora, queste procedure in America saranno pure legali, ma mi chiedo se sia giusto e se sia logico che la polizia induca una persona a commettere un reato, o solletichi le sue doti di delinquente potenziale. Non sarebbe come se un carabiniere in borghese fermasse i passanti per vender loro merce di dubbia provenienza? Con tutto quel che hanno da fare, oltre che poco etico, non sarebbe una perdita di tempo? Delinquenti ce n’è già abbastanza, e la legge dovrebbe perseguirli, non crearne altri. Lascio qui la mia domanda, e continuo a pensare alla faccia attonita di quelle donne arrestate: non è difficile intuire, in quegli sguardi angosciati davanti a un obiettivo impietoso, storie di sofferenza o di bisogno.
Da noi un analogo programma farebbe spesso sorridere, per non dire sghignazzare: già si fatica a star seri quando si sente dire “questo criminale credeva di essere furbo; era convinto di poter fare il comodo suo senza rispettare le regole, ma sulla sua strada ha trovato gli agenti della Contea di Lincoln, e ora avrà tempo di riflettere sulla sua stupidità durante un lungo soggiorno in carcere”. Immaginiamo la stessa situazione in una provincia italiana e facciamo parlare un carabiniere o un poliziotto con lo stesso tono enfatico: oltre al resto, non si potrebbe fare a meno di pensare che da noi c’è da combattere un altro nemico, che è l’incertezza della pena… Ma da Police Video e da Cops emerge una realtà sorprendente: per esempio, vediamo una donna completamente ubriaca che dopo una pazzesca fuga in auto a velocità folle esce di strada, ferita ma viva. E ci vien detto candidamente che quella è la diciannovesima volta che viene arrestata per guida in stato di ebbrezza. Questo ci riavvicina all’America.