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venerdì, 02 marzo 2007

LA VECCHIA RUBRICA

 

Molti anni fa mi venne voglia di scrivere un racconto. Il pretesto veniva da un’operazione che prima o poi ci si trovava a compiere, quella di eliminare una vecchia rubrica di indirizzi e numeri di telefono sostituendola con una nuova. La rubrica era un oggetto dal valore venale spesso trascurabile, ma preziosissimo per via del contenuto. C’erano quelle che stavano vicino al telefono, che allora era solo fisso, e quelle più piccole, che si tenevano nella borsetta, o nel portafogli: libriccini di piccole dimensioni ma sovente strapieni di nomi, cognomi, vie, piazze, numeri, e di piccole annotazioni scritte a margine o nell’ultima pagina, magari non inerenti ad alcun nome, ma fatte così, perché non si aveva sottomano un foglio su cui scrivere. Quando ogni pagina era riempita, quando le cancellazioni, le correzioni per cambi di indirizzo o di telefono, lo staccarsi di alcune pagine avevano reso poco pratica la consultazione, ecco che si andava in cartoleria a comprare una rubrica nuova. Alcuni usavano un’agendina; io preferivo le vere rubriche, quelle col quadratino di carta sporgente con su le lettere dalla A alla Z (non mancavano le pagine con X, Y, W, quasi sempre lasciate vuote di indirizzi, molto utili però per le note estemporanee di cui sopra). L’acquisto non era questione da poco: quel piccolo libretto ci avrebbe accompagnato per anni, e doveva perciò essere snello ma capiente, con le giuste spaziature, pratico ma resistente, e possibilmente con un dorso piacevole a vedersi e toccarsi. Nel mio racconto avremmo trovato il protagonista che, seduto alla scrivania con le due rubriche davanti, impugna la penna più adatta, magari la stilografica preferita o il pennarello fine, per copiare nomi e indirizzi con bella grafia, occupando il minor spazio possibile, senza fare errori. Si accinge a tale compito con una piccola trepidazione, una piacevole impazienza. Ma il disappunto è in attesa. Al terzo nominativo, infatti, già tiene la penna a mezz’aria; si chiede se sia davvero necessario trascrivere il nome di quella certa persona. Da tanto tempo non la incontra, e molto probabilmente non la vedrà mai più. L’incertezza non è da poco: il nostro eroe si rende conto infatti che quello non è che il primo di una serie di nomi su cui dovrà riflettere, e cerca pertanto di stabilire subito un criterio che valga per tutti i nominativi incerti: escluderli, o tenerli perché non si sa mai? Il dubbio, come previsto, si ripropone più volte: ecco un tale cui si era rivolto anni addietro per una consulenza riguardo ad un problema da tempo risolto; ecco il numero di un albergo dove si era trovato bene, ma nel quale difficilmente tornerà, anche per via della distanza; ecco un personaggio che aveva dimenticato ma che avrebbe fatto a meno di ricordare. E addirittura nomi che non riesce ad associare a volti, persone di cui non ricorda affatto l’esistenza; neanche l’indirizzo sembra potergli dare un suggerimento; e allora che senso ha riportare quei nomi sulle nuove bianche pagine, rischiando tra l’altro di riempirle subito? Mano a mano che procede con la trascrizione, il suo entusiasmo si affievolisce fino a diventare malumore: compare infatti una persona morta l’anno prima, poi un’altra che si è trasferita all’estero con tutta la famiglia, uno specialista cui per fortuna non ha più bisogno di rivolgersi, un amico che non è più tale…E una donna, quella donna…

Alla fine, l’uomo finisce stancamente di annotare l’ultimo nome, chiude la rubrica nuova e apre un cassetto per riporvi quella vecchia. Non la butterà, no di certo; il dorso sdrucito, le pagine fitte d’annotazioni di colore diverso, alcune a matita, quasi illeggibili, altre al contrario ingrossatesi per via di un inchiostro scadente, insomma l’eterogeneo ammucchiarsi di quei dati le danno un’aria vissuta, se non gloriosa. La colloca nell’angolo più remoto del cassetto, la lascia quasi con dispiacere, sospira, e infila la nuova rubrica nel portafogli.

L’idea di scrivere una storia del genere mi sembrava banale. Anzi, mi pareva impossibile che nessun altro avesse scritto qualcosa di simile.

Quell’improbabile racconto mi è venuto in mente riflettendo su quanto oggi le cose siano cambiate. Il moderno telefono cellulare contiene suppergiù la stessa quantità di nominativi, ma è facile capire che si tratta di una cosa diversa. Oltretutto, a forza di sfogliarle, quelle pagine, molti numeri ci divenivano familiari, e spesso li imparavamo a memoria, cosa che oggi non accade più per i motivi che tutti sappiamo. Anche gli anziani, cui – spesso ingiustamente – è attribuita una difficoltà a tenere i numeri a mente, sono agevolati nell’uso del cellulare. Equipaggiati magari di un modello smesso dai figli e dai nipoti, li vedi sempre più spesso tenere l’apparecchio a presbite distanza dagli occhi per premere un tasto solo. “Nonno, se vuoi chiamarmi spingi il due e tieni premuto, invece per chiamare la mamma spingi il tre, capito?”

Neanche il nonno usa più la rubrica.

 

Postato da: Gretsch a 14:28 | link | commenti (5)
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