oggi
novembre 2009
ottobre 2009
settembre 2009
luglio 2009
giugno 2009
maggio 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
luglio 2008
giugno 2008
aprile 2008
marzo 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
luglio 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
catechismo
film
garcia lorca
guerra e pace
ideali
il paesello
in memoria di
kebab
miscellanea
nanismo
omosessualitÃ
polemiche
quotidianitÃ
religione
suicidio
tv e spot
welby
visitato *loading* volte
CHE NE SARA’
Tutti, credo, siamo attratti da quei filmati che mostrano le demolizioni di grandi edifici. Cariche di esplosivo opportunamente piazzate le fanno cadere in pochissimi secondi. Appena il tempo di un respiro ed è già finito tutto. A trattenerci davanti al televisore è innanzitutto la breve durata; un tempo minimo in cui si compie un’opera gigantesca, che una volta avrebbe richiesto settimane o mesi di lavoro; e poi la grandiosità dell’opera e la grandiosità della sua distruzione; il pensiero dell’enorme quantità di persone, tempo e mezzi che erano stati impiegati per costruirlo, quell’edificio, e delle persone che ci hanno poi abitato, lavorato, che ci sono nate, vissute e morte; infine, l’abilità dei demolitori che riescono – quasi sempre – a ridurre in briciole un colosso senza danni per la zona immediatamente circostante. Tutti abbiamo assistito alle drammatiche demolizioni delle Torri Gemelle (e c’è chi sostiene che di vere e proprie demolizioni programmate si sia trattato). A queste osservazioni vorrei aggiungerne un’altra. La maggior parte di quegli edifici ha meno di un secolo di vita. Certuni sono fatti di mattoni, messi uno sull’altro pazientemente per mesi, per anni. Il motivo principale non è, credo, che siano minati da irrimediabili problemi strutturali, o che siano stati costruiti abusivamente (come i famosi “ecomostri” di Bari); ma piuttosto che non siano facilmente convertibili all’uso che se vuol fare, oppure, più semplicemente, che devono far posto a qualcos’altro. Colpisce l’apparente spreco che connota tali interventi, anche se probabilmente rispondono ad esigenze di economicità. Del resto anche gli antichi demolivano per ricostruire, magari altrove e con pietre e mattoni di risulta. Eppure, ho l’impressione che ci siano delle differenze. L’odierna tecnologia ci dà la possibilità di edificare più in fretta e con maggior sicurezza, ma quanto di quel che costruiamo resterà? A pochi passi da casa mia c’è la torre dell’orologio, o Torre dei Modenesi, eretta, anch’essa mattone su mattone, ottocento anni fa. Ogni finalese ha come l’impressione che sia stata costruita dai propri nonni, tanto appare familiare e perennemente a suo agio nel mutare della scena circostante. Cambiano le case, i palazzi, gli alberi, che hanno un ciclo vitale più breve per destino o per scelta altrui. Ma la Torre se ne sta ancora lì, a battere le ore col suo meccanismo. Nel secolo scorso il fascismo intese lasciare testimonianze imperiture: una di quelle rimaste è l’acquedotto in cima a via Mazzini: anche lui sta lì, in attesa che qualcuno ne apprezzi l’architettura o ne pianga l’assenza, casomai il paese dovesse essere deturpato da una sua improvvisa scomparsa. Il Novecento, dopo l’architettura fascista, si protese verso l’immortale creando un materiale che già dal nome avrebbe dovuto sfidare i secoli: l’Eternit, che dopo pochi decenni venne invece allontanato e temuto come un appestato.
Probabilmente la verità è che noi, oggi, non costruiamo per la posterità. Non ci interessa, e anche se lo volessimo, ci costerebbe troppo. Accogliamo con gioia la scoperta di un antico manoscritto, di lontane parole incise sulla pietra, e non ci preoccupiamo più di tanto se le nostre parole, quelle scritte su un disco fisso o su un qualsiasi altro moderno supporto, non saranno più leggibili anche solo tra vent’anni. Un sacchetto o una bottiglia di plastica si dissolvono in un periodo che va dal secolo al millennio; altrettanto dicasi per un cd. Sono questi i reperti più numerosi che lasceremo ai futuri indagatori dell’ultimo millennio, i quali si interrogheranno forse sull’uso di quei dischetti iridescenti più a lungo che sulla funzione di edifici come le Piramidi, il Colosseo o il Partenone.
Quando vado a vuotare la spazzatura, guardo la Torre e i miei rifiuti, e mi chiedo quali avranno vita più lunga. Io comunque non ci sarò. E probabilmente neanche i miei scritti, tra cui questo.
PER LA MADONNA
Chi come me ascolta spesso Radio 24 è abituato a sorbirsi la pubblicità della Sermetra, agenzia di pratiche automobilistiche che ha scelto come spot una specie di inno liturgico che dice “Santa Semetra, pensaci tu/Al bollo auto pensaci tu”, e via blaterando. Già quello spot mi dava la nausea, ma ecco che arriva anche la pubblicità televisiva, in cui vediamo una serie di ex-voto costituiti da targhe d’auto, e tra varie immagini sacre o pseudo tali appare anche una Madonna che tiene in mano un volante.
Il religioso non passa di moda, evidentemente. Dopo gli stucchevoli cortometraggi in cui pretoni ammiccanti chiedono alla novizia di confessare il segreto di pentole rilucenti, frati disonesti sperperano i soldi della cerca in stracchini e mozzarelle, dopo insomma una serie di spot in cui il soggetto è sempre il religioso che cede alla tentazione (ma in fondo si tratta peccati veniali), ecco che a sponsorizzare una agenzia di disbrigo pratiche auto arriva nientemeno che la Santa Vergine. Non so che effetto sortirà una simile trovata. Probabilmente molti atei la considereranno di dubbio gusto, o tutt’al più la ignoreranno; chi crede, invece, ne sarà giustamente offeso.
E’ arduo stabilire se la possibilità di trasmettere robe simili sia conseguenza di sana tolleranza o di colpevole permissività; di fatto, gli unici commenti che si sono sentiti sono quelli di don Mazzi e del sempiterno Baget Bozzo, ai quali di malavoglia mi affianco (standomene ben lontano).
E' di oggi la notizia che al padre della donna massacrata a Erba – il cui perdono agli assassini era giunto quanto meno sorprendente e comunque stracolmo di significato evangelico – è stato impedito di presenziare al funerale musulmano. La Sermetra, si può esserne certi, non commissionerà spot contenenti Corani e moschee.