Archivio di articoli pubblicati sul mensile "Piazza Verdi" dal 1996 ad oggi.

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lunedì, 29 gennaio 2007

CHE NE SARA’

 

 

 

Tutti, credo, siamo attratti da quei filmati che mostrano le demolizioni di grandi edifici. Cariche di esplosivo opportunamente piazzate le fanno cadere in pochissimi secondi. Appena il tempo di un respiro ed è già finito tutto. A trattenerci davanti al televisore è innanzitutto la breve durata; un tempo minimo in cui si compie un’opera gigantesca, che una volta avrebbe richiesto settimane o mesi di lavoro; e poi la grandiosità dell’opera e la grandiosità della sua distruzione; il pensiero dell’enorme quantità di persone, tempo e mezzi che erano stati impiegati per costruirlo, quell’edificio, e delle persone che ci hanno poi abitato, lavorato, che ci sono nate, vissute e morte; infine, l’abilità dei demolitori che riescono – quasi sempre – a ridurre in briciole un colosso senza danni per la zona immediatamente circostante. Tutti abbiamo assistito alle drammatiche demolizioni delle Torri Gemelle (e c’è chi sostiene che di vere e proprie demolizioni programmate si sia trattato). A queste osservazioni vorrei aggiungerne un’altra. La maggior parte di quegli edifici ha meno di un secolo di vita. Certuni sono fatti di mattoni, messi uno sull’altro pazientemente per mesi, per anni. Il motivo principale non è, credo, che siano minati da irrimediabili problemi strutturali, o che siano stati costruiti abusivamente (come i famosi “ecomostri” di Bari); ma piuttosto che non siano facilmente convertibili all’uso che se vuol fare, oppure, più semplicemente, che devono far posto a qualcos’altro. Colpisce l’apparente spreco che connota tali interventi, anche se probabilmente rispondono ad esigenze di economicità. Del resto anche gli antichi demolivano per ricostruire, magari altrove e con pietre e mattoni di risulta. Eppure, ho l’impressione che ci siano delle differenze. L’odierna tecnologia ci dà la possibilità di edificare più in fretta e con maggior sicurezza, ma quanto di quel che costruiamo resterà? A pochi passi da casa mia c’è la torre dell’orologio, o Torre dei Modenesi, eretta, anch’essa mattone su mattone, ottocento anni fa. Ogni finalese ha come l’impressione che sia stata costruita dai propri nonni, tanto appare familiare e perennemente a suo agio nel mutare della scena circostante. Cambiano le case, i palazzi, gli alberi, che hanno un ciclo vitale più breve per destino o per scelta altrui. Ma la Torre se ne sta ancora lì, a battere le ore col suo meccanismo. Nel secolo scorso il fascismo intese lasciare testimonianze imperiture: una di quelle rimaste è l’acquedotto in cima a via Mazzini: anche lui sta lì, in attesa che qualcuno ne apprezzi l’architettura o ne pianga l’assenza, casomai il paese dovesse essere deturpato da una sua improvvisa scomparsa. Il Novecento, dopo l’architettura fascista, si protese verso l’immortale creando un materiale che già dal nome avrebbe dovuto sfidare i secoli: l’Eternit, che dopo pochi decenni venne invece allontanato e temuto come un appestato.

Probabilmente la verità è che noi, oggi, non costruiamo per la posterità. Non ci interessa, e anche se lo volessimo, ci costerebbe troppo. Accogliamo con gioia la scoperta di un antico manoscritto, di lontane parole incise sulla pietra, e non ci preoccupiamo più di tanto se le nostre parole, quelle scritte su un disco fisso o su un qualsiasi altro moderno supporto, non saranno più leggibili anche solo tra vent’anni. Un sacchetto o una bottiglia di plastica si dissolvono in un periodo che va dal secolo al millennio; altrettanto dicasi per un cd. Sono questi i reperti più numerosi che lasceremo ai futuri indagatori dell’ultimo millennio, i quali si interrogheranno forse sull’uso di quei dischetti iridescenti più a lungo che sulla funzione di edifici come le Piramidi, il Colosseo o il Partenone.

Quando vado a vuotare la spazzatura, guardo la Torre e i miei rifiuti, e mi chiedo quali avranno vita più lunga. Io comunque non ci sarò. E probabilmente neanche i miei scritti, tra cui questo.

 

Postato da: Gretsch a 21:37 | link | commenti (8)
ideali, il paesello

mercoledì, 24 gennaio 2007

PER LA MADONNA

 

Chi come me ascolta spesso Radio 24 è abituato a sorbirsi la pubblicità della Sermetra, agenzia di pratiche automobilistiche che ha scelto come spot una specie di inno liturgico che dice “Santa Semetra, pensaci tu/Al bollo auto pensaci tu”, e via blaterando. Già quello spot mi dava la nausea, ma ecco che arriva anche la pubblicità televisiva, in cui vediamo una serie di ex-voto costituiti da targhe d’auto, e tra varie immagini sacre o pseudo tali appare anche una Madonna che tiene in mano un volante.

Il religioso non passa di moda, evidentemente. Dopo gli stucchevoli cortometraggi in cui pretoni ammiccanti chiedono alla novizia di confessare il segreto di pentole rilucenti, frati disonesti sperperano i soldi della cerca in stracchini e mozzarelle, dopo insomma una serie di spot in cui il soggetto è sempre il religioso che cede alla tentazione (ma in fondo si tratta peccati veniali), ecco che a sponsorizzare una agenzia di disbrigo pratiche auto arriva nientemeno che la Santa Vergine. Non so che effetto sortirà una simile trovata. Probabilmente molti atei la considereranno di dubbio gusto, o tutt’al più la ignoreranno; chi crede, invece, ne sarà giustamente offeso.

E’ arduo stabilire se la possibilità di trasmettere robe simili sia conseguenza di sana tolleranza o di colpevole permissività; di fatto, gli unici commenti che si sono sentiti sono quelli di don Mazzi e del sempiterno Baget Bozzo, ai quali di malavoglia mi affianco (standomene ben lontano).

E' di oggi la notizia che al padre della donna massacrata a Erba – il cui perdono agli assassini era giunto quanto meno sorprendente e comunque stracolmo di significato evangelico – è stato impedito di presenziare al funerale musulmano. La Sermetra, si può esserne certi, non commissionerà spot contenenti Corani e moschee.

Postato da: Gretsch a 00:21 | link | commenti (5)
religione, tv e spot

martedì, 02 gennaio 2007

DIO PERDONA, IO NO
 
Certo che per vedersi negare un funerale religioso bisogna averla fatta grossa; se poi si è anche cattolici, il peccato deve essere stato terribile. Lo si deduce dal fatto che Pinochet ha avuto il suo bel funerale religioso, e che anche Raul Gardini, che si è sparato un colpo in testa di testa sua, è stato pianto in cattedrale a Milano da fior di prelati. Un altro nome che viene in mente in questi giorni è quello di Enrico De Pedis, in arte Renatino, boss della Magliana sepolto nientemeno che in Sant’Apollinare a Roma, in compagnia di papi, cardinali e martiri cristiani. A dare il nulla osta, il cardinale Ugo Poletti in persona.
Guardo al caso Welby come chi generalmente ha compassione per i suicidi e insieme col distacco di chi non ha alcuna preferenza riguardo al proprio funerale, al punto che non me ne avrei a male se non venisse celebrato affatto. Certo, c’è suicidio e suicidio: c’è quello di chi si uccide per non subire una tortura, o perché profondamente deluso e scoraggiato, o perché sicuro che la sua malattia non gli darà scampo; c’è il suicidio di chi si immola per salvare altri; di chi si fa esplodere in un autobus, di chi prima ammazza moglie/figli/suoceri/vicino di casa, di chi si getta nel vuoto con il piccolo tra le braccia, di chi prima di tirarsi un colpo in bocca spara a caso nei corridoi di un ufficio o nelle aule di una scuola… queste ultime categorie non hanno la mia simpatia, anzi. Però mi piacerebbe capire con quale principio vengano negate le esequie cristiane, se anche chi ha commesso crimini contro l’umanità o chi ha rivolto l’arma contro se stesso viene accolto tra le pecorelle smarrite, e magari pianto a catinelle. Il senatore Andreotti, autore del famoso “a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina” ha la sua opinione a riguardo, quando del caso Renatino dice “Certo che è singolare (…) “L'unica spiegazione è che fosse un benefattore della chiesa (…) Ecco, magari non era proprio un benefattore per tutti. Ma per Sant'Apollinare sì” (Corriere della Sera, 24 settembre dell’anno scorso). Insomma, come al solito pecunia non olet, e secondo questa visuale ci si possono garantire funerali religiosi a prescindere, come una volta ci si comprava il biglietto per il Paradiso tramite le indulgenze. Si vede che il povero Welby non era stato un grosso contribuente in questo senso.
La spiegazione ufficiale del diniego è che “a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica”. Insomma, troppa pubblicità sul caso Welby, con i radicali a far da megafono. Si fosse suicidato senza clamore, nessun problema. Quanto ai principi della dottrina cattolica, si potrebbero paragonare alle leggi dello Stato, che teoricamente valgono per tutti ma sovente solo per alcuni, con la differenza che la Dottrina della Chiesa dovrebbe avere un che di immutabile con cui le norme terrene non potrebbero nemmeno competere. Invece, la Chiesa cambia spesso parere non solo sull’applicazione delle proprie norme, ma anche sulla loro esistenza, sull’interpretazione delle Scritture, per non parlare della nascita e del declino dei dogmi come quello del Limbo.
Credo però che il rifiuto del Vicariato di seppellire cristianamente Welby si sia rivelato un autogol, e che i cattolici sconcertati da questa decisione siano molto più numerosi di quelli che ne hanno preso atto senza commenti o che l’hanno addirittura approvata. Dopotutto Piergiorgio Welby ha fatto quel che anche papa Wojtyla aveva ottenuto: di non prolungare artificialmente la propria sofferenza. La sua richiesta di un funerale religioso non è stata accolta, e questo perché, come dice l’insigne Baget Bozzo, la Verità è superiore alla Carità.
Aspettiamo di vedere se ci saranno funerali religiosi per i Grandi Divorziati, come Casini e Berlusconi; e se il medesimo ostracismo sarà riservato ai preti pedofili, categoria spregevole quant’altre mai, come dice il Vangelo: se infatti Gesù stesso suggerisce che chi molesta i bambini farebbe meglio ad ammazzarsi, che succede se il responsabile di tali orrori è addirittura un ministro di Dio? Aspettiamo perciò di vedere il loro funerale, anche se sarà piuttosto difficile venirne a conoscenza, dato che di quelli colti sul fatto spesso non vengono nemmeno date le generalità, quando addirittura la Chiesa non riesce a coprirne le malefatte.
A noi atei non importa un gran che: tanto, morire bisogna, e nessuno sa quel che sarà dopo, neanche il Papa. Ma chi crede nella Pietas della Chiesa può avere dubbi e risentimenti legittimi, riguardo alle disparità di trattamento.
L’esimio Baget Bozzo in fondo ha ragione: la Verità degli uomini la vince sulla Carità. Questa appartiene solo a Dio. Infatti, certi atteggiamenti della Chiesa ricordano un vecchio film, che dà il titolo a questo mio intervento.
 
 

Postato da: Gretsch a 11:36 | link | commenti (10)
religione, ideali