oggi
novembre 2009
ottobre 2009
settembre 2009
luglio 2009
giugno 2009
maggio 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
luglio 2008
giugno 2008
aprile 2008
marzo 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
luglio 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
catechismo
film
garcia lorca
guerra e pace
ideali
il paesello
in memoria di
kebab
miscellanea
nanismo
omosessualitÃ
polemiche
quotidianitÃ
religione
suicidio
tv e spot
welby
visitato *loading* volte
Totò fustigatore
Negli ultimi tempi l’occasione di dibattito sulla satira è venuta, tra le altre, dalle vignette su Maometto pubblicate in Danimarca, da quella su Israele pubblicata da “Liberazione” nel maggio di quest’anno, dalle parodie di Fiorello e di Crozza, dalle tirate della Littizzetto. C’è chi vuol proibire un certo tipo di satira, chi la vuol disciplinare, chi la accetta quasi completamente ma non sopporta che si tocchino temi delicati come la religione, l’handicap, la morte.
Io credo che si possa fare satira su qualunque argomento. Libertà d’espressione significa anche libertà di satira; se la tv di Stato e quella commerciale hanno il diritto di propinarci robaccia coi loro programmi cafoni, noi abbiamo il diritto di non guardarli o di contestarli, visto che paghiamo entrambe; allo stesso modo, una vignetta, una caricatura, un programma che si (auto)definisce satirico hanno anche loro il diritto di vivere, come noi abbiamo il diritto – e spesso, direi, il dovere – di criticarli. O di ignorarli. Il discrimine non è certo quello del fare o non fare ridere: c’è chi non apprezza Altan o Ellekappa e gradisce le gag del Bagaglino, che non fanno nemmeno notizia, e dalle quali nessun politico si sente mai punto (segno quindi che satira non sono). Altro effetto hanno vignette velenose come quella, ormai celebre, di Forattini su D’Alema che cancella qualche nome dalla famosa lista Mitrokin, tornata di scena in questi giorni.

A quella vignetta D’Alema reagì con una querela e una miliardaria richiesta di risarcimento. Il suo risentimento fu disapprovato anche a sinistra, per esempio da Michele Serra. Giustamente, del resto: chi è in una posizione di visibilità o di potere sa che deve aspettarsi critiche anche pesanti, e magari non rispondenti alla realtà; ma deve farsene un baffo, o due nel caso di D’Alema; abbozzare, insomma, mandar giù, o replicare sullo stesso piano; o mostrare indifferenza, come il mitico Cuccia di Mediobanca. C’è chi sostiene che la satira sta tutta da una parte sola, e che anche con la sinistra al governo il bersaglio preferito è sempre la destra, ma direi che questo è vero in parte. Alla destra non mancano i giornali né i programmi per farla; forse mancano gli autori. Certo che di Guareschi ne nasce uno ogni cent’anni.
Il Vaticano ha espresso vivo disappunto per le imitazioni di Crozza e Fiorello (che non ho mai visto né sentito se non a pezzetti), facendo lo stesso errore di D’Alema, cioè quello di prendersela pubblicamente, e di invitare gli autori ad astenersi dal proseguire. A chi dice che coloro che fanno dell’umorismo sul Papa dovrebbero fare altrettanto con l’Islam, dico che per prima cosa uno la satira la fa verso chi gli pare; in questo campo non esiste certo, né è auspicabile, una par condicio; e poi fare satira sul Papa, oltre che essere più facile e di più immediata presa - dal momento che la Chiesa sta in Italia e che ne subiamo l’influsso da due millenni - è anche molto meno pericoloso che farla su Maometto. Tutto sommato una certa ritrosia si può anche comprendere: a nessuno piacerebbe fare la fine di Theo Van Gogh. Che dire infatti di quei quattro gatti neonazisti olandesi che hanno realizzato un filmato più che amatoriale in cui si prendevano pesantemente in giro i musulmani, umiliandoli ed offendendoli, filmato diffuso in rete, che ha scatenato le ire e le maledizioni di un certo Islam? Un Islam che chiedeva vendetta contro una nazione (l’Olanda, poi…) che permetteva simili esibizioni? Sarebbe come se la Farnesina se la prendesse con gli Stati Uniti perché in un loro cartone animato (“Shark tale”) lo squalo mafioso ha l’accento siciliano. Insomma, lasciamo che la satira abbia la sua funzione, come l’aveva il giullare di corte. Cioè quella di alzare il velo o la sottana, di rivelare l’imbroglio, di fustigare i costumi con un sorriso. “Castigat ridendo mores”, che Totò tradusse in pratica picchiando un nero e sghignazzando. “Guarda Omar quant’è bbello… spira tanto sentimento…”. Al giorno d’oggi una scenetta del genere, è triste constatarlo, pochi si sentirebbero di farla, e nessuno di farla passare.