Archivio di articoli pubblicati sul mensile "Piazza Verdi" dal 1996 ad oggi.

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mercoledì, 04 ottobre 2006

KAPO’
 
Onore a Baden Powell, fondatore dello scoutismo. A lui va il merito d’aver portato molti bambini e ragazzi a contatto con la natura, insegnando loro a cavarsela nelle piccole faccende quotidiane, a conoscere e ad apprezzare piante ed animali, e in generale ad una filosofia di mutuo soccorso e di solidarietà. E’ nota la classica situazione dello scout che per compiere la sua buona azione quotidiana vuol fare attraversare la strada alla vecchietta, che magari non ne vuol sapere. Al di là del luogo comune, ritengo l’idea meritoria. In Italia lo scoutismo è rappresentato essenzialmente dall’ASCI, in cui la C sta per Cattolica. Quando frequentavo i “lupetti” (vale a dire gli aspiranti scout) di Mirandola, la componente religiosa e quella paramilitare non erano certo marginali. Ma questo accadde molti anni fa, e probabilmente le cose sono cambiate. Non posso però dimenticare quel soggiorno estivo in montagna. Avrò avuto dieci anni.
Io non ci volevo andare, e piansi per quasi tutto il viaggio in corriera. All’arrivo ci alloggiarono in una scuola, che alle finestre non aveva vetri ma fogli di carta colorati, di modo che all’alba – e dico all’alba - ci si svegliava in un arcobaleno fluido. Si chiacchierava sottovoce fino a quando arrivava la sveglia ufficiale, e bisognava vestirsi e fare toilette. Ma non in bagno, bensì al torrente, a dieci minuti di marcia. Lì, nell’acqua gelida, ci si lavavano mani e faccia, poi si tornava alla base per l’ispezione, che consisteva in un accurato controllo dell’aspetto e del posto branda. Già il primo giorno dovetti affrontare un problema: il tizio che mi esaminava trovò che le mie orecchie non erano abbastanza pulite. La mattina dopo le strofinai energicamente con acqua ghiacciata e sapone, ma solo per sentirmi ripetere che non passavano l’ispezione. Inutile dire che i reiterati sfregamenti e le prolungate frizioni riuscivano solo a far diventare le mie cartilagini rosse e doloranti, e che rischiai di perforarmi i timpani senz’altro risultato che quello di veder scuotere la testa e affiorare un sorrisetto malevolo. Oltretutto non potevo mettere in dubbio la parola dell’esaminatore, per la ragione, ovvia, che non potevo controllarmi da solo (e forse proprio su questo il bastardo faceva conto) ma anche per quella, meno ovvia, che non osavo chiedere ai compagni di farlo.  Ero timido e un po’ spaesato, e gli unici due bambini con cui riuscii a stabilire un rapporto erano considerati da tutti dei tipi strani, se non dei veri casi clinici. Uno dei due probabilmente era davvero un po’ tarato; l’altro invece si poteva definire un originale: in seguito ci ritrovammo nella stessa classe al liceo, e facemmo insieme dei fumetti satirici che tuttora conservo; lui sapeva suonare bene il piano e in seguito diventò medico.
Dopo la colazione si marciava tutti verso il campo scout, dove ci dovevamo sorbire la messa quotidiana. Mentre ci si annoiava alla funzione si guardavano con invidia quei ragazzi più grandi che dormivano nelle tende e facevano da mangiare nella cucina da campo. Durante la giornata si facevano escursioni, e si superavano prove di abilità, per ciascuna delle quali, se si eccelleva, veniva appuntata alla manica un’etichetta, come un’onorificenza. I più bravi ne avevano fino al gomito; io esibivo maniche pressoché illibate. Ma anche noi nerds avemmo un giorno di soddisfazione, quando accadde l’impensabile: una mattina due “capi” (ragazzi della nostra età responsabili dei gruppi in cui i lupetti erano divisi) litigarono durante l’ispezione, e, nientemeno, dopo essersi scambiati insulti vennero alle mani. Trattandosi di alti in grado, la cosa non passò sotto silenzio, e tutti venimmo radunati d’urgenza giù in cortile. La mattina grigia e fredda dava alla scena un che di drammatico, che faceva pensare ad una esecuzione. Nessuno fiatava, anche perché i due responsabili erano figli di papà, noti rappresentanti del jet set mirandolese. Ci misero in cerchio; al centro i due malcapitati, che nello sgomento generale, furono privati del nodo al fazzoletto. Il nodo, simile a un portatovagliolo, era spesso il vanto del lupetto/scout, che amava personalizzarlo, usando pelo d’animale, cuoio od altro materiale esotico. La motivazione del provvedimento, del tutto simile alla degradazione, cioè alla perdita dei gradi, fu l’aver dato il cattivo esempio. Nessuno comunque ebbe il coraggio di fare dell’ironia nei confronti dei puniti, che ritenevamo già umiliati a sufficienza.
L’ultimo giorno ci fecero il bagno. In fila davanti allo stanzone in cui nessuno aveva mai messo piede, mentre si attendeva il proprio turno di entrare nella tinozza, ci si spaventava l’un l’altro col racconto di quanto dura fosse la striglia che il capo scout avrebbe usato: chi usciva mostrava una faccia sofferente e contrita, rafforzando l’impressione che in quello stanzone si praticasse una specie di tortura. Invece, una sana spazzolata in una meno sana tinozza d’acqua sporca, ed eravamo pronti per essere presentati di nuovo ai nostri genitori.
Ma di quel ragazzotto che ogni mattina mi tormentava, di quel piccolo sadico che non era più lupetto e non ancora scout, di quel kapò insolente e vigliacco che riuscì a rompermi l’anima nel corso di svariati controlli, umiliandomi ripetutamente, non ricordo né il nome né il volto. Lo immagino anonimo e forse un po’ brufoloso, e sono certo che sarà diventato un impiegato ossequioso coi superiori, inflessibile coi sottoposti e pignolo all’inverosimile coi clienti. O forse è rimasto quel che era, un ragazzotto vigliacco e brufoloso, e continua ad ispezionare i padiglioni auricolari dei malcapitati timidi lupetti. Chissà se qualcuno gli ha mai dato un pugno sul naso.

Postato da: Gretsch a 18:58 | link | commenti (27)
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