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Vivere o morire per un gol
Il presidente dell’Empoli calcio, Fabrizio Corsi, ha deciso di partecipare all’iniziativa della Carrà sulle adozioni a distanza. Bene, pensiamo noi; sebbene non ci piaccia affatto il programma che ha fatto resuscitare la mummia Raffaella, pensiamo che sia meglio qualche adozione in più che nuovi finanziamenti ai teppisti della curva. Ma qual è il meccanismo tramite il quale verrà operata la beneficenza? Ce lo spiega lo stesso Corsi: "E' un' iniziativa presa insieme alla squadra. Siccome non potevamo garantire tante vittorie, ci siamo legati al numero di realizzazioni. Effettueremo un'adozione per ogni rete segnata”. Ed ecco che il nostro moderato entusiasmo si sgonfia come un pallone da calcio bucato. Caro Corsi, non era meglio dire “ne adotteremo tot”, e non se ne parlava più? Che succede se di gol non ne fate manco uno? O se ne fate pochi rispetto alle aspettative dei tifosi, per giunta aumentati di numero dopo tali promesse (immaginiamo bambini poveri e affamati che seguono col cuore in gola i contropiede della squadra toscana)? E i portieri avversari, come si sentiranno quando pareranno un tiro dei giocatori dell’Empoli? Ogni gol sventato, un’adozione in meno: la curva, e anche la tribuna, avrebbe motivo di insultarli come affamatori senza cuore.
Il sistema di Corsi rispecchia la triste abitudine di fare un voto in cambio di una grazia. Beninteso: niente grazia, niente voto.
Tutti bravi, dopo
(2006)
Scrivo queste righe in fretta, all’indomani dell’uccisione del piccolo Tommaso Onofri. Questo caso ha avuto una svolta tragica, però non è forse chiuso del tutto. Prima di andare in stampa succederà forse qualcos’altro, ma nel frattempo vorrei fare alcune brevissime considerazioni.
La vicenda ha risvolti poco chiari, ma ci consegna, ahimè, certezze e conferme. Le perplessità riguardano il materiale pedopornografico ritrovato in possesso del padre del piccolo, il suo scantinato/foresteria/pied-à-terre, le sue frasi oscure sul motivo del rapimento. Ma le certezze e le conferme sono parecchie, anche se per molti di noi risultano pesanti da mandar giù. In primo luogo l’efferatezza direi gratuita dell’uccisione. Come nel caso del delitto di Cogne ci si oppone con sgomento all’idea che si possa uccidere un bambino indifeso per motivi futili, per uno scatto d’ira, per interesse verso il denaro e per disinteresse verso la vita di un piccolo innocente; eppure accade, eccome. E accade anche che certi assassini, prima d’essere inchiodati, abbiano la faccia tosta di far dichiarazioni di innocenza e appelli ai “veri” rapitori, nonché di rivolgersi minacciosamente al padre della vittima. Un copione già visto, che ebbe la sua prima rappresentazione quando Caino uccise il fratello e protestò la sua innocenza davanti a Dio, pensando di non venire scoperto.
Molti sono i protagonisti di questa vicenda, e non mi riferisco solo ai familiari e degli indagati o dei sospettati. Rifletterò solo su alcuni.
Innanzitutto, i medium, i veggenti, quella progenie di sciacalli sempre pronti a mettersi in luce sfruttando le disgrazie della gente, anche le più terribili, come questa, al solo scopo di far quattrini sulla pelle di poveri disgraziati. La signora Busi, che qualche giorno fa ha dichiarato alla stampa di “sentire” che il piccolo era vivo ed accudito da una donna, dovrebbe buttarsi in ginocchio davanti ai genitori di Tommaso e supplicare il loro perdono. Altrettanto dicasi per tutti gli altri, compresa quella sciagurata che ha indicato il fiume come tomba del piccolo. Per quella consiglio la macina da mulino del Vangelo, e magari, perché no, lo stesso fiume. Non mi stancherò mai di puntare il dito contro tali squallidi truffatori, anche se purtroppo, come in occasione di alcune mie precedenti riflessioni sul tema, mi tocca prendere atto che molti ancora credono che questi imbroglioni possiedano davvero doti speciali, e non solo quella di saper raggirare il prossimo meglio di tanti altri. Che Tommaso fosse vivo o morto rappresentava il solito testa o croce, una possibilità del cinquanta per cento. La Busi ha optato per quella che le sembrava più probabile secondo il clima delle indagini (abbiamo sentito tutti le urla di rabbia e disperazione dell’avvocato degli Onofri, che grida “Ci avevano detto che era vivo!”, a conferma, come ora si sa, che tra gli inquirenti era quella la convinzione dominante) e ha ragionevolmente pensato che se era vivo era molto probabilmente una donna a occuparsi di lui. Peccato che non fosse così: il che ha significato la morte per Tommy, il tormento per la sua famiglia, ma anche, lo spero di cuore, una mazzata fatale per la carriera della Busi. Del resto, la sua collaborazione non era stata sollecitata dalla famiglia (anche se, lo chiarisco, sarebbe stato comprensibile), al pari di quella di Don Mazzi, che secondo le parole della madre di Tommaso si era inserito nella vicenda al solo scopo di farsi un po’ di pubblicità.
I sedicenti sensitivi, che si avvalgono di questi ed altri sistemi per nulla sovrannaturali, quanto a risultati non fanno però molto peggio degli psicologi, degli psichiatri, dei criminologi insigni, come il sempiterno Francesco Bruno, che al cospetto di Vespa, e di milioni di italiani, aveva dichiarato che non si trattava di un sequestro, e che nel giro di pochissimi giorni si sarebbero avute svolte clamorose (anch’io lo credevo, e come me forse la maggior parte degli italiani), probabilmente legate all’ambiente pedofilo. Buco nell’acqua anche qui. E i media, etimologicamente – e spesso non solo - uguali ai medium? Tutti abbiamo sentito le proclamazioni d’innocenza di Mario Alessi, le sue buone e sante parole sui bimbi e i genitori. Forse c’era chi non gli credeva, ma tra tutti i giornalisti che l’han pagato per farlo chiacchierare nessuno gli ha fatto domande sulle sue gesta di stupratore provetto, nessuno ha drizzato le orecchie leggendo la sentenza che lo giudicava pericoloso e capacissimo di altri crimini; e tra tutti i sapientoni che affollano i salotti, siano essi opinionisti da grande fratello oppure professori emeriti, nessuno ci ha detto che da segni certi le sue dichiarazioni tradivano la colpevolezza. Se chiedevo un parere al mio gatto avrei avuto una risposta più documentata. Adesso però gli stessi esperti guardano al rallentatore i gesti di quell’assassino ignobile, l’inarcare delle sopracciglia, lo sbatter degli occhi, e si lanciano in interessantissimi giudizi postumi. Avessero il buon gusto di tacere. Macché: anche l’altra “sensitiva” (sempre tra virgolette, mi raccomando), quella che ha fatto tirare dei cancheri ai sub cui è toccato scandagliare il fiume, all’indomani del ritrovamento dice che “sentiva” che il piccolo era morto. Tutti bravi, quando la soluzione c’è già; tutti avevano sospettato o capito (anche la nonna di Tommy ora dice che Alessi e sua moglie non le erano mai piaciuti).
Il male è insieme a noi, dentro di noi. Non servivano, e non sono serviti, gli psicologi, i criminologi, i medium, per fermare un assassino come Alessi: era sufficiente una giustizia più rapida, quella per cui quell’uomo sarebbe dovuto essere in galera per l’immonda violenza fatta ad una ragazza per giunta disabile. Invece, in questo Paese – in questo mondo - si può ammazzare un bimbo di pochi mesi e subito dopo farsi pagare per interviste in cui si fanno appelli in favore della non violenza; si può azzardare sul cinquanta per cento di possibilità e se ci si azzecca diventare dei fenomeni del paranormale. Ce lo meritiamo, tutto questo? Io credo di sì.