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I rumori del corpo
(2002)
L’aeroporto indonesiano di Denpasar, nell’isola di Bali, è piccolo ma affollatissimo. Pur essendo uno scalo internazionale, non dispone di un deposito bagagli (almeno non nel 1996). Vi sbarcai durante il mio viaggio in Australia, e come altre centinaia di derelitti mi resi presto conto che le dodici ore d’attesa del volo successivo le avrei trascorse tutte lì. Uscire era un problema, legato al fatto che si era in transito, ma anche dalla circostanza che la temperatura esterna era almeno pari a quella di questo giugno da record. L’umidità invece decisamente superiore. Nessuno voleva tuffarsi in quel brodo caldo portandosi dietro le valigie; meglio rassegnarsi e starsene lì, nell’aria dei condizionatori, vagabondando tra i numerosissimi negozi di pelletteria, abbigliamento, profumi, ciascuno con almeno due commesse (quasi tutte con le gambe storte! Sono arrivato a pensare che fosse un pregio per una donna orientale), e tutti senza l’ombra di un compratore; oppure facendo avanti e indietro tra lo squallido bar, il discreto ristorante quasi sempre semivuoto, e i bagni. Per bagni intendo una serie di servizi igienici che in Italia sarebbero appena adatti per un autogrill di medie dimensioni. Visti il numero dei passeggeri e la lunghezza media della sosta, l’andirivieni era continuo, quasi frenetico; gli inservienti, agli ordini di un giovane e attentissimo soprastante, pulivano continuamente, il che voleva dire che appena uscivi poteva capitare di trovarti un pulitore che entrava per una verifica; questo fatto, unito al traffico sopradescritto, non conciliava molto le funzioni, specie quelle più impegnative. Appena ti rinchiudevi, non passavano due minuti che qualcuno non verificasse se il posto era libero; in quella babele, una parola qualsiasi andava bene per segnalare la propria presenza, anche un borbottio, ma la concentrazione diminuiva spaventosamente. Ora, questo non vuol dire che uno non potesse fare i suoi sacrosanti bisogni, liberandosi dei resti di un pasto consumato quindicimila chilometri prima; la possibilità c’era, le condizioni però erano molto diverse da quello del bagno di casa nostra; e si sa che per molti di noi un ambiente tranquillo e familiare è molto importante, per non dire risolutivo. Ma nel loculo a fianco del mio pareva che questi problemi non esistessero affatto. La gamma dei rumori caratteristici era completa, la sordina esclusa, e la mancanza di un soffitto amplificava ancor di più l’esibizione. Ma quel che più sconcertava erano i gemiti di soddisfazione che accompagnavano il repertorio: ogni suono era accoppiato ad un sospiro di sollievo a bocca aperta, o ad un grugnito di piacere, un suono liberatorio che esprimeva tutta la soddisfazione del momento. Mi affrettai ad uscire, per vedere in faccia l’esemplare umano che con tanta audacia e naturalezza dava libero sfogo ai suoi intestini. Non attesi a lungo: poco dopo apparve un orientale paffuto, vestito a giacca, cravatta allentata e valigetta di pelle, il quale con espressione beata si dirigeva verso i lavabi. Il sentimento che l’ometto suscitò in me fu di ammirazione, se non di invidia. In tali condizioni, quanti di noi si comporterebbero come il nostro gaio esternatore? Le nostre origini contadine sono troppo lontane per darci una mano in questi frangenti, e l’Inno del corpo sciolto, in cui Benigni decanta le gioie della liberazione viscerale in ambienti agresti, rimane una canzone e nulla più. Come ben sappiamo, la maggior parte degli atti, concernenti il nostro corpo, che danno piacere, sono soggetti a tabù; specialmente quelli che gravitano attorno all’area genitale; nessuna meraviglia che cerchiamo di circoscriverne l’espressione ad un ambito molto ristretto, per non dire personale. Tutto il contrario fece un tedesco a Creta, qualche settimana fa. E’ lui che mi ha suggerito questo articolo, col suo comportamento disinvolto. Si è diretto ai bagni che stanno a bordo piscina e ha scaricato in un sol colpo tutte le riserve. Il botto si è sentito fin dentro le cucine, dall’altro lato dell’hotel. Ciononostante, al suo riapparire il tedescone non mostrava imbarazzo alcuno. Certo, in questo caso chiunque avrebbe assunto un’aria indifferente: ma molti altri al posto suo avrebbero preferito la – relativa – intimità della propria stanza d’albergo, dove è vero che ti possono sentire, ma almeno sei più difficilmente identificabile. Forse non avrebbe fatto in tempo, o forse proprio non gl’importava. Buon per lui.
