oggi
novembre 2009
ottobre 2009
settembre 2009
luglio 2009
giugno 2009
maggio 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
luglio 2008
giugno 2008
aprile 2008
marzo 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
luglio 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
catechismo
film
garcia lorca
guerra e pace
ideali
il paesello
in memoria di
kebab
miscellanea
nanismo
omosessualitÃ
polemiche
quotidianitÃ
religione
suicidio
tv e spot
welby
visitato *loading* volte
La guerra delle bandiere della pace
(2003)
C’è stata addirittura un’interrogazione parlamentare per chiarire se davvero noi che abbiamo esposto la bandiera della pace verremo contati e schedati.
Chissà perché, queste bandiere danno fastidio. Il motivo forse è molto semplice: i pacifisti danno fastidio, e così le loro bandiere. I pacifisti sono di volta in volta accusati di essere dei semplicioni, dei vigliacchi, degli ingenui, degli utopisti, degli agitatori, dei collaborazionisti. Come se “pacifista” indicasse una categoria ben precisa. Chi invece è stato a Firenze o a Roma in occasione delle marce per la pace si è reso conto che tra i partecipanti si trovava un’umanità molto varia. I pacifisti non sono un popolo come gli ebrei o i curdi. Rappresentano invece uno dei movimenti più trasversali che ci siano. Chi ce l’ha tanto coi pacifisti non può essere un vero fautore di pace. O sì?
Uno degli argomenti che ci sentiamo sbattere in faccia di continuo è quello dell’America che ci ha liberato. E’ un debito che non finiremo mai di pagare? Saremo legati alla volontà degli USA fino alla fine dei secoli? Voglio rammentare a chi avesse poca esperienza di guerre e di alleanze che queste ultime si fanno e si disfano con estrema facilità e rapidità, come del resto stiamo constatando in questi mesi. Per ricorrere ad un esempio recente, durante l’ultimo conflitto mondiale abbiamo dichiarato guerra, tra gli altri, a Grecia, Francia, Gran Bretagna, Yugoslavia. Abbiamo dichiarato guerra all’URSS, che venne invaso dalle truppe tedesche e italiane, ma che poco tempo prima aveva stretto un’alleanza con la Germania per spartirsi la Polonia. Abbiamo dichiarato guerra agli USA, poi alla stessa Germania, cosicché gli americani ci hanno liberato dai fascisti e dai nazisti con cui ci eravamo alleati contro di loro.
In questi giorni si ricordano, giustamente, i caduti angloamericani, si visitano i loro cimiteri (anch’io l’ho fatto); ma non si parla più dei partigiani, anch’essi morti per liberarci dai nazifascisti. Ed è giusto, perbacco: che palle ‘sti partigiani, non se ne può più di sentirli nominare. Ma erano poi tutti dei galantuomini? E poi, saranno esistiti davvero?
La politica è una brutta bestia, ha sempre detto mio padre, e come dargli torto. Non vorremo essere dei traditori come Francia e Germania, o colpevolmente prudenti come Cina e Russia, no? E allora bisogna appoggiare gli USA nella loro guerra di espansione, perché facciamo parte di un’alleanza e perché ci hanno liberato. Ma da chi ci hanno liberato? Dai fascisti, che ci avevano portato a questa rovina. E allora penso che tra coloro che desiderano che il conflitto abbia luogo ci sono dei nostalgici anche tra i finalesi, i quali sospirano la mancanza di un uomo che mandò a morire centinaia di migliaia di italiani, e fu alleato di chi provocò il più grande sterminio della storia. Durante quel regime (eh, sì, fu un regime, chiamato regime fascista) queste bandiere non le avremmo certo potute esporre. Chi vuol la pace è un codardo. Da questo ci hanno salvato gli americani, da noi stessi, dalle nostre smanie imperialistiche, dalle nostre fregole di conquista, le stesse che dovremmo appoggiare ora su richiesta USA.
E allora invito questi signori a fare un gesto esplicito, e ad esporre una bandiera con scritto “Guerra”. Oppure, “Macché pace d’Egitto” (tanto, anche l’Egitto è coinvolto). Se loro vogliono contare noi, anche noi vorremmo sapere chi sono loro.
Mi è stato detto scherzosamente, dopo che ho esposto la bandiera arcobaleno: “Allora io metto fuori il tricolore”. E allora? Non vedo la contrapposizione, a meno che non si tratti della fiamma tricolore. Anzi, esporre la bandiera italiana accanto a quella della pace sarebbe un messaggio anche più chiaro. Già, perché ci si accusa anche di volere una pace senza condizioni, il che sarebbe utopistico. Anche ammettendo che molti di noi ponessero delle condizioni, sarebbe poco pratico scriverle sulla bandiera; meglio un bel PACE, quattro lettere belle chiare, le stesse che pronuncia il Papa, il più celebre tra noi pacifisti. Vedete, uno dei vantaggi di cui gode un non credente come me è di poter approvare o criticare l’operato della Chiesa, a seconda del proprio giudizio, e non della propria convenienza, come fanno per esempio Bush e Aznar. E adesso sono proprio d’accordo con la Santa Sede, e sorrido soddisfatto all’ombra del Vaticano, mentre guardo i potenti della terra, sempre ossequiosi col Santo Padre e sempre d’accordo, a parole, che la pace è un bene supremo, fregarsene ora degli accorati appelli di Wojtyla.
I fautori della guerra avranno il sopravvento, come spesso accade, con o senza le nostre bandiere. E nemmeno servirà fermare i treni carichi di armi. La politica è una brutta bestia. Infatti, se i pacifisti si limitano a volere una pace generica sono degli idealisti o dei pirla; se si rivolgono al mercato alternativo, quello equo-solidale, per diminuire gli squilibri tra nazioni, degli illusi. Se fermano i treni della morte, dei terroristi. Ci si dica cosa dobbiamo fare, a parte morire.
Concludo con la domanda ispirata da Ellekappa: se chi ferma i convogli che portano armi è un terrorista, chi quelle armi le produce, le vende, le usa, che cosa è?
(Questo articolo fu pubblicato nel Marzo 2003. Dopo tre anni, la mia bandiera della pace, la prima ad essere esposta in paese, è ancora lì, sbiadita, sdrucita, quasi diafana. Il simbolo perfetto dell'utopia)