Archivio di articoli pubblicati sul mensile "Piazza Verdi" dal 1996 ad oggi.

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Utente: Gretsch
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martedì, 27 dicembre 2005

ACQUA DI LUNA

 

 

 

(2001)

 

 recanatiLeopardi

 

A metà della notte, a metà della pagina, a metà della frase, il giovane posa la penna a fianco del calamaio, si alza, prende il lume e attraversa con passo uguale le stanze della grande biblioteca paterna. Si arresta sulla soglia dell’ultima stanza: l’oscillante cerchio di luce gialla della lampada si fonde, ai margini, con la tenue luce azzurrina che entra dai vetri e che rivela le file di volumi in attesa della sua mano. Tra di essi, l’antologia di lirici greci che era venuto a consultare. Ma il giovane indugia, come rapito, e dopo esser rimasto sulla soglia fino a che il peso della lampada gli indolenzisce il braccio, si volta, e ripercorre tutte le stanze della biblioteca, attraversa l’anticamera, scende lo scalone, oltrepassa il vestibolo e si ritrova all’aperto, nella piazzetta immobile e bianca di luna. Di lì muove lenti passi trasognati su per il sentiero, fino alla cima del poggio. Al ritorno - quanto tempo è trascorso? Lui stesso non saprebbe dirlo - posa la lampada sullo scrittoio, apre un esile quadernuccio ed incomincia a scrivere, con la sua lenta e paziente grafia: “Placida notte, e verecondo raggio della cadente luna...”

 

La luna che rischiarava quella notte del 13 maggio 1822 non era dissimile da quella che Colombo, in un’altra placida notte di bonaccia, contemplava pensoso dalla plancia della Santa Maria, più di trecento anni prima e diecimila chilometri più a ovest. A una luna non diversa guardavano i compagni di Ulisse, sballottati tra mostri e sirene, e le sentinelle della Grande Muraglia dalle loro solitarie torri di guardia; e ancor prima, centinaia, migliaia, milioni d’anni prima, ogni essere strisciante o volante dotato d’occhi che avesse sollevato lo sguardo in una notte di plenilunio avrebbe visto lo stesso oggetto celeste, con le stesse ombre e penombre a suggerire le figure e i simboli più diversi, ad ispirare timore, venerazione, pace, inquietudine, speranza. In questi giorni, una macchina spaziale ha scoperto che sulla luna c’è acqua. Non tanta, a dire il vero, anzi, quasi niente, ma siccome dove c’è acqua è possibile la vita, ecco gli scienziati esultare, e annunciare con soddisfazione che la creazione di una colonia lunare è solo questione di tempo. Avevo tredici anni quando la televisione, nel corso di una storica diretta, annunciò lo sbarco del primo uomo sulla luna. I voli spaziali mi entusiasmavano, ed ero affascinato dalla possibilità di viaggi interstellari. Ora non più. Al di fuori del sistema solare, il pianeta a noi più vicino appartiene alla costellazione di Alfa Centauri, e con le attuali navi spaziali ci vorrebbero circa cinquecentomila anni per arrivarci. Quanto alla conquista della - più modesta - luna, che dista da noi poco più di un secondo-luce, io voto contro. L’acqua disponibile sull’unico satellite della Terra, messa assieme, basterebbe appena a formare un piccolo lago. Ci abbiamo impiegato cento anni - una bazzecola, in confronto all’età della Terra - per inquinare quasi tutta l’acqua esistente sul nostro pianeta; se ci mettiamo d’impegno, in un paio di giorni, anche meno, riusciamo a fare altrettanto con quella che c’è sulla luna. Per non parlare di rifiuti d’altro genere, di cui tra l’altro è già pieno lo spazio. Già si fantastica dei cambiamenti psicofisici cui potranno andar soggetti i coloni lunari, del primo bambino che nascerà lassù, della possibilità - risibile - che quello diventi un avamposto per future conquiste spaziali. Gli scopi di un tale progetto sono altri. Quali? Non lo so. Ma so che la luna non è degli americani o dei russi o degli europei: è di tutti, e di nessuno. Lasciamola com’è, non ci sono motivi abbastanza validi per andare a far dei danni anche là. Quando, da adolescente, guardavo la luna e pensavo, affascinato, che un uomo aveva camminato lassù, mi esaltavo e mi commuovevo. Ora guardo la luna e spero; spero che la lascino in pace, e spero che abbiano ragione quelli che affermano che lo sbarco sulla luna è una frottola colossale, e che in realtà le immagini di Armstrong e compagni sono state girate sulla Terra; tanto, dicono, chi può andare a controllare?

 

Posata la penna a fianco del calamaio, mentre passa le dita sottili sugli occhi stanchi, il giovane Giacomo pensa alla luna di Saffo, a quella luna che rischiarava il volto dell’infelice poetessa greca più di duemila anni prima, e va alla finestra per guardare la luna di Recanati un’ultima volta, prima di coricarsi. E pensa che a quella stessa immagine guardavano gli uomini che accesero i primi falò sul nostro pianeta, e via via milioni d’altri occhi, grandi occhi egiziani, astuti occhi vichinghi, sottili occhi Maya, fino ai luminosi occhi del Budda sotto il fico sacro, e ai dolenti occhi di Cristo sul Golgota. Cerca di immaginare occhi futuri rivolti al luminoso disco notturno; ma non può vedere l’immobile bandiera a stelle e strisce che proietta una fissa ombra nera nel bianco Mare della Tranquillità, né le orme umane che i venti terrestri non arrivano a cancellare, né il curioso veicolo senza cocchiere, le cui lamiere si arroventano di giorno e la notte ghiacciano, primo rottame abbandonato sulla candida superficie del nostro unico satellite.

 

 

 

Postato da: Gretsch a 18:36 | link | commenti (8)
ideali

giovedì, 08 dicembre 2005

Il drago in scatola

 

(2002) 

 

E’ ormai un’abitudine, e a volte mi chiedo se non sia diventata un po’ morbosa. L’accendo, e me ne sto lì a contemplare quello schermo di vetro rettangolare, guardando le figure colorate che si muovono. Un innegabile magnetismo si sprigiona da quelle immagini, cosicché non riesco a staccarmene che con un certo sforzo. E’ uno spettacolo che mi attende in salotto ogni sera, e a volte anche dopo pranzo; un passatempo che non ha bisogno d’altre persone, ma che può ugualmente essere condiviso, anche se davanti a quello schermo si tende ad abbandonare l’uso della parola. Lo schermo attira i nostri occhi, mutevole ma sempre uguale, prevedibile eppure affascinante. Uno schermo di ventisei pollici in diretta comunicazione con l’etere, tramite il suo prolungamento che esce sul tetto. Mi succede di guardarmi come dal di fuori, e mi vedo lì imbambolato, lo sguardo fisso a seguire i movimenti sullo schermo, e mi chiedo cos’abbia pensato in realtà in quell’ora di contemplazione; se me lo domandassero, non saprei descrivere un gran che di quanto ho visto. La mia mente ha vagato qui e là; ho pensato senza riflettere troppo.

Da quando vi ho fatto applicare uno sportello di vetro, è ancora più piacevole stare davanti al caminetto. Il calore è più intenso e più uniforme, non si rischia di bruciare il tappeto e se proprio si deve lasciare lo spettacolo a metà lo si può fare senza il rischio che una scintilla dia fuoco alla casa. E’ uno spettacolo gratuito, o quasi; non serve il telecomando, c’è un solo canale, ma è abbastanza interessante da passarci un’intera serata. A differenza dell’altro schermo, quello della tv, sento di condividere la scena con un mio qualsiasi antenato, davanti a un preistorico falò, ad un bivacco nella savana, o con le mani tese verso gli alari di un aristocratico camino settecentesco. Il fuoco stentato di cacciatori nella tundra o quello trascendendale delle pire indiane, le fiamme purificatrici dei roghi su cui si contorcevano gli eretici o quelle confortanti che arrostivano la selvaggina dei cowboy nordamericani… tutti questi fuochi hanno qualcosa in comune, tutti possiedono un che di mistico e primordiale che è giunto fino a noi. Uno dei quattro elementi primordiali, il fuoco è ovunque, nella storia, nella mitologia, nella letteratura. Dall’impresa di Prometeo che lo rubò agli dei al roveto ardente immagine di un solo Dio, dalla fiaccola di Olimpia al vulcano che cancellò Pompei, dalle braci che mutilarono Muzio Scevola ai lanciafiamme che mutilarono i vietcong… per arrivare agli zolfanelli della piccola fiammiferaia, al fuoco che bruciò i piedi di Pinocchio, a quello che aggredì la foresta di Bambi, alla vecchia stufa di Maigret, che amava tenere acceso un altro piccolo fuoco, quello dentro la sua pipa… a tutto questo penso quando guardo le modeste fiamme del mio caminetto. Benefico e terribile, il fuoco distrusse l’antica biblioteca di Alessandria e la moderna San Francisco, e ancora divora boschi e praterie, per comando dell’uomo oppure per proprio capriccio. Se ora lo teniamo in casa è perché non possiamo farne a meno, anche se, più che ammaestrato, è stato in qualche misura domato. E lo guardiamo col timore di chi osserva i movimenti di una fiera in gabbia senza avvicinarsi troppo alle sbarre.  Il fuoco illumina, riscalda, conforta; cuoce il nostro cibo, alimenta le nostre macchine, e in certi luoghi ancora tiene lontane le bestie feroci. Il fuoco è inquieto, in continuo movimento, sempre uguale e sempre diverso. Anche in questo sta il suo fascino. E tra le tante fantasticherie che incoraggia, ce n’è una che mi inquieta: mentre l’occhio va dallo schermo del caminetto a quello del televisore, penso a un lontano futuro e mi chiedo quale dei due regnerà più a lungo.

Postato da: Gretsch a 18:48 | link | commenti (20)

domenica, 04 dicembre 2005

Cielo Medianico

Il cielo sopra Bologna, 3 dicembre 2005.

Postato da: Gretsch a 11:49 | link | commenti (12)

giovedì, 01 dicembre 2005

Sentire l'avvocato Taormina che definisce il processo di Cogne "baraccone mediatico" provoca rabbia, disgusto o sghignazzi? Mentre ci pensavo, ho deciso di riesumare questo pezzo dell'anno scorso.

 

 

IL PIGIAMA DI FELTRI
(2004)

 

 

 

 

Chi ha seguito la puntata di "Porta a Porta" del 27 aprile scorso dedicata – guarda un po’ - al delitto di Cogne avrà notato un particolare curioso. Si parlava del pigiama che l´assassino ha indossato per commettere l´omicidio, e si considerava l´ipotesi che il sangue avesse macchiato il pigiama dalla parte interna. In collegamento audio e video, l´impeccabile Vittorio Feltri, direttore di “Libero”, sosteneva quanto segue: impossibile che il pigiama sia stato indossato al contrario, perché se è pensabile che chi se lo toglie lo possa rovesciare nell´atto di sfilarselo, poi prima di indossarlo di nuovo lo girerebbe dalla parte giusta. Il tono e l´espressione di Feltri denotavano la marmorea certezza di chi sta affermando una verità talmente ovvia da non ammettere neppure un commento a favore. Alle obiezioni di Crepet - lo psichiatra - e della Simonetta Matone – il giudice - che insinuavano qualche dubbio, Feltri ha replicato stizzito che non lo interrompessero, e ha proseguito la sua dissertazione. La domanda di Crepet e della Matone era esattamente quella che avrei voluto fare io – e con me probabilmente mezza Italia - se fossi stato presente, e cioé: “Ma perché?” Una persona si può anche mettere il pigiama a rovescio, e questo per almeno due motivi: o per pigrizia, o perché non se ne accorge. Conoscevo un tale che indossava il pigiama una notte a diritto e una a rovescio, semplicemente perché ogni volta che se lo toglieva lo rivoltava; per pigrizia, appunto. Tanto – pensava lui - chi se ne accorge?, mica ci devo girare per piazza. E nemmeno varrebbe il ragionamento - che nessuno ha fatto, ma che prevengo - secondo cui l´indagata, Anna Maria Franzoni, sarebbe persona precisa e ordinata. Si può essere metodici quanto si vuole, ma un´eccezione può sempre capitare, altrimenti per discolparsi in tribunale varrebbero le parole di una famosa canzone di Jannacci, "L´Armando": "Commissario, io c´ho l´alibi: a quell´ora sono quasi sempre via!" Meno male che Vittorio Feltri non fa l´investigatore: un buon detective non dovrebbe escludere nessuna possibilità per il solo fatto che questa non suona plausibile, o ragionevole, o logica. Peggio, poi, è attribuire ad un delinquente azioni e motivazioni ricavate dal "buon senso" o dal comportamento "medio" delle persone. Peggio ancora misurarle secondo il proprio metro, confrontandole con quello che l´investigatore stesso farebbe o non farebbe. Siamo certissimi, comunque, che Feltri non indosserebbe mai un pigiama comprato al mercato, e meno che mai a rovescio. E a questo proposito mi permetto un´autocitazione: “Non potrò mai dimenticare la foto di una sua visita ad Assisi dopo il terremoto. Spezzato sportivo verde e marrone, scarpe fiammanti, un piede su un cumulo di macerie, ginocchio piegato, gomito sul ginocchio, pipa in bocca (!), sguardo verso l’obiettivo. Più in posa di così ci stavano solo i cadaveri che aveva intorno. La foto dice questo: io sono l’elegante giornalista Vittorio Feltri, ironico, compassato, anglosassone; indosso un abito di buon taglio, ma sportivo, perché un doppiopetto stonerebbe con la presente  tragedia”. Il fatto che Feltri non rappresenti il mio ideale di giornalista non mi fa confondere la persona con il concetto; voglio dire che l’interpretazione delle mosse del criminale sulla scena del delitto è compito per specialisti, con esperienza scientifica e mente libera, anche se il direttore di un quotidiano che di libero ha il nome può certamente dire la sua. Edgar Allan Poe arrivò a svelare i retroscena di un delitto (“L’assassinio di Marie Roget”) solo analizzando i relativi articoli che man mano apparivano sui quotidiani. Certo, lui era certamente intelligentissimo, ma era anche un romantico esaltato e alcolizzato. E probabilmente spesso metteva il pigiama a rovescio.

Postato da: Gretsch a 14:27 | link | commenti (15)