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I suoni della natura
(2000)
Sono in vendita da qualche tempo, nei negozi di dischi ma anche nelle librerie, dei compact disc dai titoli suggestivi: Tropical Garden, Gentle Tides, Rainforest Paradise. Sulle copertine, fotografie di giardini tropicali, spiagge al tramonto, foreste equatoriali. La trovata non è da poco, e va incontro ad un desiderio sempre più sentito, quello di allontanare dai nostri orecchi ogni rumore “artificiale” e di riavvicinarci a suoni “naturali”. Mi sono fatto mandare un paio di questi CD. Sul retro di copertina, che non era visibile sul catalogo, alcune note invitano a rilassarsi e a ritrovare il benessere tramite questa “Musica che rispecchia i poteri curativi delle forze fondamentali della natura”. La fregatura sta tutta in una di queste parole. Ma ora permettetemi una digressione. Certe sere d’estate faccio qualche lenta pedalata per Selvabella. A volte, se c’è la luna, spengo addirittura il fanale, perché anche il ronzio della dinamo dopo un po’ diventa fastidioso. “Che silenzio!”, viene da dire, anche se non c’è bisogno di tender l’orecchio per accorgersi che c’è ancora molto da togliere prima di arrivare al silenzio perfetto: un abbaiare insistente, un gracidar di rane, il ticchettio dello scatto libero della bici, e l’onnipresente sottofondo sonoro della nostra civiltà, quello delle automobili lontane; fateci caso, è quello da cui si fa più fatica ad allontanarsi. Le rane mi vanno benissimo, così pure i fruscii del vento e degli animali notturni. Anche il cane potrei sopportare, entro certi limiti. Ma quel sottofondo lontano è difficile da dimenticare e da togliere; è il basso continuo della nostra esistenza, il battito al quale, come quello del cuore, ci siamo abituati, e di cui ci accorgiamo solo quando abbiamo tolto tutto il resto; è la conferma che abbiamo una catena al piede, e non solo sotto il carter della bici. La parola che rovina l’idea, dicevo. La parola è “musica”. Difatti, le registrazioni del frangersi delle onde sulla battigia, o dei trilli di uccelli tropicali in un giardino che immaginiamo colorato e affascinante, sono miscelati con suoni prodotti da tastiere, chitarre, percussioni. Niente di troppo forte o invadente, è chiaro, altrimenti l’effetto rilassamento sarebbe impossibile. Tuttavia, i rumori della natura non ci vengono proposti tali e quali, bensì con l’aggiunta di suoni artificiali, e in dosi abbondanti. Possibile che non solo non si riesca a bere acqua pulita, a respirare aria pura e a cibarsi di alimenti incontaminati... possibile che il quieto frangersi delle onde su una spiaggia del Pacifico o i fruscii di una foresta pluviale siano suoni troppo poveri per scampare al destino di essere sovraccaricati di altri suoni, prodotti dall’uomo? La pura e semplice evocazione di un ambiente naturale piacevole non è ritenuta sufficiente; di qui l’aggiunta di suoni sintetici. Respighi descriveva con acquarelli sonori le fontane e i pini di Roma, Debussy il mare, Beethoven la campagna. Che l’Arte imiti la Natura è una cosa; ma queste contaminazioni, queste sovrapposizioni hanno il solo scopo di fornire agli autori i diritti sulle musiche di quei CD (a proposito, se non ci fossero le musiche, a chi spetterebero le royalty dei suoni? Agli uccelli? Alle onde? Al buon Dio? O al proprietario del parco/giardino/spiaggia in cui sono stati registrati?). Insomma, credo che tutta l’operazione sia viziata dallo stesso principio per cui il fioraio avvolge un mazzo di fiori in una pellicola di plastica trasparente, con sopra un fiocco di plastica colorato attaccato con punti metallici. Già da tempo, del resto, i nostri figli si sono abituati a pesciolini spauriti che nuotano in vaschette di plastica, tra alghe sintetiche, rocce di gomma e finti sassolini. E per risparmiare ai bimbi lo shock di trovare una mattina il pesciolino che galleggia morto, qualcuno lo produrrà pure di plastica, con una mini batteria da sostituire periodicamente, come si fa ora con l’acqua. E’ sempre più difficile trovare ambienti che non siano contaminati da onde sonore prodotte dall’industria. Eppure gli autori della serie “Tranquillity” hanno avuto a disposizione luoghi adatti; perché non hanno resistito alla tentazione di aggiungere qualcosa? Poco fa, mentre cercavo invano il rilassamento ascoltando “Dolci Maree”, ho messo a punto una ricostruzione plausibile di come può essere avvenuta l’incisione. Eccola.
Andy sbarca con la moglie in un’isola semideserta. La stagione turistica è ormai trascorsa. Lascia la moglie in albergo, e dopo poco trova un tratto di spiaggia libera dove piazzare i microfoni. Li mette sotto un cespuglio, un po’ nascosti. Mentre il registratore va, ha tutto il tempo di prendere altri microfoni e andare a incidere i canti degli uccelli in un bosco non lontano. La sera, in camera, riascolta il nastro della spiaggia: dopo un quarto d’ora di sciabordii, ecco una risatina, dei passi sulla sabbia, un’altra risata, più gutturale, poi per venti minuti buoni l’inequivocabile repertorio sonoro di un accoppiamento - ma non di gabbiani - al termine del quale si sente la voce di lui che chiede: “Dove hai detto che è tuo marito?” “Oh, da qualche parte a registrare gli uccelli”.
Per Andy rimane una consolazione: il dialogo (almeno quello) è ad altissima fedeltà.
Scritture
(2005)
Tre senatori di Forza Italia hanno proposto un emendamento alla finanziaria che prevede di sovvenzionare l’acquisto di testi scolastici per le famiglie più povere istituendo una tassa sugli sms. L’arte di raschiare il barile (sempre quello dei contribuenti, e non quello degli evasori o dei truffatori) si perfeziona individuando come bersaglio un nuovo costume degli italiani. Gli sms non conoscono crisi, anzi, forse in momenti di crisi aumentano di numero, ed ecco che arriva la bella pensata: un centesimo per sms, e passa la paura.
Scrivo queste semplici considerazioni perché appena saputa la notizia ho notato che esiste una familiarità tra l’oggetto della tassazione e il suo destinatario finale: si tratta di scrittura, di comunicazione, l’una antichissima, l’altra appena nata. Gli sms ci riempiono le giornate, e nella mia esperienza quasi mai in senso negativo. Utili per risparmiare tempo inviando solo i dati essenziali per un appuntamento, un indirizzo, ma anche uno stato d’animo, hanno il grande pregio di non obbligare i destinatari ad una risposta immediata, che in quel momento non si può o non si ha voglia di dare. Con i messaggini si può anche amoreggiare, lasciando preziosi spazi e tempi all’immaginazione e alla poesia. La loro stringatezza, che ne è spesso la caratteristica fondamentale, ha creato un linguaggio meno che telegrafico, ellittico, a volte codificato o esoterico, che a molti non piace perché ha valicato l’ambito del telefonino sconfinando in altri territori, tra cui quelli scolastici, cioè proprio in quegli ambienti dove si impiegano i libri che alcuni non riuscirebbero a comprare senza questa tassa. Senza considerare il costo e l’effettiva utilità di certi testi per scuole d’ogni ordine e grado, colpisce che un linguaggio quotidiano e una comunicazione popolare ed orizzontale debbano esser considerati frivoli e voluttuari e tassati in favore di una cultura seria e verticale. Ma anche ammettendo che il sistema sia condivisibile, chi dovrebbe versare questo ennesimo balzello? Propongo che tocchi ai gestori, che grazie agli sms diventano sempre più ricchi, che vendono le proprie Compagnie agli egiziani per miliardi di euro, che la loro beneficenza la fanno sponsorizzando auto di formula uno e calciatori miliardari. I quali, spesso, di libri di testo avrebbero un bisogno urgente.
Dire e non dire
(2005)
Da bambino mi piaceva. Sapevo a memoria la via Gluck, e trovavo “Ringo” strepitosa (la so ancora a memoria, come Benigni). Più tardi, quando Paolo Conte era ancora solo un piccolo nome sulla copertina del 45 giri, rimasi affascinato da “Azzurro”. Ma Celentano non l’ho mai amato, anzi, mi ha sempre ispirato un certo disagio, per non dire diffidenza. E non parliamo della sua produzione cinematografica. Rockpolitik non mi ha fatto cambiare sentimento. Forse i suoi famosi monologhi risultano un po’ confusi per il semplice motivo che chi li pronuncia è altrettanto confuso, e se la sintassi è migliorata i concetti che essa vuol descrivere sono disposti alla carlona, alcuni appoggiati male, altri capovolti, altri poco leggibili. Ma non manca il sospetto che quell’accozzaglia di affermazioni fatte cadere come profezie sia volutamente fumosa. Adriano era e rimane un populista, che individua cause e propone rimedi spesso con approssimazione, e con l’astuzia (dall’aria) contadina di chi vuol dire senza dire (col risultato d’essere spesso lacunoso o criptico) e buttando lì affermazioni che altri poi si affanneranno a decifrare. Eppure Celentano ha il merito di aver dato spazio a chi la satira la sa fare, come Benigni. E a proposito di satira: la coalizione di governo non gradisce, sottolinea come ci sia disparità di trattamento nella presa in giro, conta le battute e suoi destinatari, chiede addirittura puntate “riparatrici” alla Rai. Triste Paese quello in cui la satira deve sbeffeggiare tutti indistintamente, per legge. Imporre la par condicio per gli spazi giornalistici già è deprimente, figuriamoci invocare quella per la presa in giro. Il populismo un po’ furbetto di Celentano ha fatto comodo a molti negli anni passati, e fa comodo adesso, alla sinistra che vede confermata dagli ascolti record la difficoltà in cui versa il governo, alla Rai che ci guadagna in termini di ascolti e di introiti, e naturalmente allo stesso Celentano. Quanto alle famose puntate riparatrici, mi pare evidente che non riescano a farle: i comici “di destra”, se mai ci sono, sono troppo pochi, o non fanno ridere: e difatti a prendere in giro la sinistra è gente di sinistra, come Crozza, che la satira la sa fare bene, anche perché conosce i suoi polli. Che predicano bene e a volte razzolano male, ma che su questo razzolare debbono poter esser presi in giro. Prima che l’influenza aviaria se li porti via e dia il pretesto per chiudere gli allevamenti.