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Ciance in FM
(2001)

Nel classico “The wall” i Pink Floyd cantavano: “Ho 13 canali di merda in TV fra cui scegliere”.
Era il 1979. Mi impressionò che allora in Inghilterra ci fossero 13 stazioni televisive, contro le nostre due; mi impressionò meno che, almeno secondo il cantante, facessero schifo tutte. Nel frattempo anche da noi le reti televisive si sono moltiplicate, e quelle radiofoniche hanno proliferato come conigli su un’isola deserta. E, in questo affollamento, trovare qualcosa che valga la pena ascoltare è sempre più difficile e penoso. Scorro la sintonia della radio, mentre guido; se sui programmi Rai non c’è niente che mi interessi, se a Radio 24 si parla di computer o di borsa, e da K Rock mi arrivano solo crepitii e scariche con qualche nota dentro, allora so che la ricerca comincia a farsi dura davvero. Per giunta, la nostra zona è pessima quanto a ricezione, e ascoltare il terzo canale Rai in macchina è come cercar di percepire il cinguettio dei passeri durante il carnevale dei bambini a Finale. (In compenso Radio Maria si sente sempre e dappertutto, come se godesse di agevolazioni dall’etere). Scorro le varie stazioni (ma quante sono?) e sento sempre solo musicaccia infame, roba usa e getta che tra un mese non esisterà più (e allora perché tormentarci?). Ma quando la musica cessa, come al tuono segue la grandine, incominciano le chiacchiere insulse dei deejay radiofonici. Andrea Mingardi diceva che se gli fosse nato un figlio scemo gli avrebbe fatto fare il disc-jockey. Io mi limito a constatare che molti dj della radio sembrano dei rallentati mentali che, invece di progredire tramite il contatto con persone più evolute, tentano di portare al proprio livello intellettivo tutti quelli che li ascoltano. Questi personaggi, che sembrano far parte di un certo club, tanto si assomigliano, appartengono forse ad una etnia specifica, o più probabilmente sono stati colpiti da una malattia che presenta la stessa sindrome. Il dj radiofonico parla continuamente, ridacchia, fa un’affermazione, la modifica o la ritira (sempre ridacchiando), butta lì una battuta che nessuno capisce (o meglio, che capiscono tutti senza comprendere però perché lui la trovi divertente), ci ride sopra, in uno sbrodolamento di no cioè scherzavo voglio dire insomma comunque va be’ ok gente, costellato di aggettivi di cui il più timido è “eccezionale”. Il dj radiofonico soffre l’angoscia di chi deve assolutamente dire qualcosa sempre, e riempire tutti i vuoti, parlando anche a vanvera; egli sembra ignorare che un’immagine è fatta di luci e ombre, allo stesso modo che una musica (e questo dovrebbe saperlo!) è fatta di note e pause. Lui invece si sente in dovere di riempire forsennatamente ogni buco, come se tacere per un secondo lo penalizzasse. Il risultato è un cruciverba senza caselle nere. Del monologo del deejay, tra un brano insulso ed il successivo, non rimane nulla; come la risciacquatura che se ne va per lo scarico, lasciando il lavandino vuoto e un po’ sporco.
A che serve la maggioranza delle radio private? A proposito, una volta le chiamavano “radio libere”: e allora saluto gli amici di Radio Club 103, la prima radio libera della bassa modenese, di cui feci parte, che aveva sede a Cavezzo e che fu bruciata 25 anni fa. Radio libere, dicevo: e forse erano davvero libere, perlomeno più di quelle di adesso, che sono libere, sì, di dire scempiaggini dalla mattina alla sera e di servircele rifritte la notte. Di libero, in queste emittenti, c’è di sicuro la possibilità di esistere, che nessuno, per carità, vuol negare loro. Ma mi chiedo a che cosa servono, se non a far vendere musica da quattro soldi. Certo, una radio fa compagnia; e siccome ognuno ha il diritto di scegliersi la compagnia che gli pare, così evidentemente i disc jockey hanno amici dappertutto. Peccato che il proliferare delle radio private, o commerciali – ecco un nome più adatto – contribuisca a creare un folle congestionamento in quell’etere già così gremito di emittenti che si urtano ed interferiscono l’una con l’altra, cosicché, tranne rare eccezioni, non si riesce ad ascoltarne mai una sola alla volta. E’ come viaggiare in troppi in uno scompartimento dove tutti parlano contemporaneamente: si sta più stretti e più scomodi, e non si capisce nulla. Ma in Italia una emittente radiofonica non si nega a nessuno, e poiché c’è libertà di parola, e di parole vuote se ne dicono tante dovunque, perché non dirle anche alla radio? In fondo, a molti fa piacere sentire che dall’altra parte c’è qualcuno che quanto ad intelligenza, acume, cultura, senso dell’umorismo, non ci sorpassa mai. E questa è stata ed è la fortuna di personaggi come Mike Bongiorno, Baudo, la Carrà: sono tutti rassicuranti, anche perché prevedibili.
Se avete davanti un lungo viaggio da soli in auto, senza cd o musicassette, e volete far passare il tempo in qualche modo… se proprio non trovate nulla nella scala FM o AM della radio, non rassegnatevi ad ascoltare la meno peggio tra le emittenti. Provate invece ad ascoltare i vostri pensieri. Chissà che non vi aiutino a concepire il progetto di una radio libera, ma libera veramente.
Saper aspettare
(2003)
Quando mia madre mi comprava una camicia, un paio di calzoni, una giacchetta, un cappottino, mi portava nel relativo negozio, coi suoi inconfondibili odori. Di stoffa, di cuoio, di naftalina, mischiati agli effluvi più o meno gradevoli provenienti dal venditore, uso per forza di cose (e a volte per inclinazione personale…) ad un contatto ravvicinato coi clienti. L’acquisto di un capo d’abbigliamento era sempre una piccola cerimonia, specie se si trattava di qualcosa da portare la domenica. Va da sé che certe giacchette o certi calzoni erano così fini che sarebbe stato impensabile indossarli mentre si giocava, non fosse altro che per il numero esorbitante di raccomandazioni spesso esplicitamente minacciose che accompagnavano l’acquisto. Mia madre si assicurava che l’indumento fosse della mia misura (“Te lo senti bene? Stai su dritto!”) mentre io mi domandavo se quelle scarpe strette si sarebbero allargate con l’uso (“Non si preoccupi, signora, cedono…”). In quegli anni i perticoni come me avevano enormi difficoltà a trovare calzoni e scarpe della propria misura. Per i primi, se se ne trovava un paio che andassero quasi bene, si guardava speranzosi l’orlo allungabile, e li si lasciava in negozio per la modifica, con la speranza che non si vedesse la piega. Ma per le scarpe non c’eran santi, e quando il commesso premeva il pollice sulla punta, speravo che la responsabilità del verdetto toccasse a lui; spesso invece, il responso era “Ma sì, dovrebbero andar bene… stringono appena appena, ma poi cedono”. E allora la decisione era mia, e stava tutta nella risposta che dovevo alla domanda: “Come te le senti?”. Acconsentire voleva dire rischiare: se la tomaia non si fosse piegata alle previsioni del venditore avrei dovuto scartare quel bel paio di scarpe nuove dopo pochi giorni, con le conseguenti recriminazioni da parte della mamma. Il fatto che oggi sia più facile trovare scarpe della mia misura non rappresenta però l’unica differenza rispetto ad allora. Infatti quelle scarpe, quella giacchetta, quei calzoni, una volta acquistati finivano nell’armadio, per rimanerci fino alla domenica successiva. Non si potevano mai indossare subito, tranne rari casi che comunque includevano una funzione manifestamente non festiva, come il grembiule per la scuola o un paio di jeans (ricordo i primi, i Roy Rogers comprati al mercato, di consistenza coriacea, con tutte quelle tasche stupende, quelle dietro con la cerniera, quella piccolina per le monete e addirittura una tasca lungo la gamba per il metro pieghevole: un indumento pensato per il lavoro, che aveva una sua precisa funzione, al di fuori della moda. Mi durarono poco, ma solo perché crescevo come un bambù).
Tutto il resto, anche se non era stato acquistato esplicitamente per la festa, di festa doveva essere “rinnovato”, come si diceva. Di qui l’aspettativa per la domenica, l’emozione di mettersi qualcosa di nuovo, le raccomandazioni di non sporcarlo, rovinarlo, eccetera.
Per anni ho subito quest’influenza, il fascino di una regola che mi accompagnò anche quando me ne andai a stare da solo. Tendevo ad indossare i capi nuovi per la prima volta di domenica, o di sabato sera. Potevo metterli subito, dato che nessuno me l’avrebbe impedito, ma era un lusso solo apparente: era il venir meno ad un rituale, rinnegare una piccola cerimonia; non essere più capaci di aspettare. Ricordo una pubblicità degli anni sessanta, del Timex o del Tissot, che diceva “Il piacere di cambiarsi d’orologio”. Quella pubblicità mi impressionava. Venivano in mente gli americani, che si diceva avessero almeno due televisori per famiglia, e per giunta a colori. Ecco, per me il fatto di possedere più di un orologio era insieme un deprecabile lusso ed una tentazione. Sono sempre stato affascinato dagli orologi, ma se anche ne avessi posseduti più d’uno, il fatto di poterne esibire, a scuola, due o tre diversi a secondo dell’umore, mi avrebbe fatto passare per un ricco stravagante. Tutti, allora, possedevano un solo orologio da polso: a che servivano due, per non dire di più ancora? Eppure stava cominciando l’era del superfluo, e sarebbe arrivato presto il tempo in cui gli orologi te li davano con i punti alla stazione di servizio, o facendo l’abbonamento a una rivista, per cui se si era in quattro in famiglia ci si ritrovava per casa almeno una dozzina di orologi, che poco alla volta andavano in disuso perché non più di moda o perché non si aveva voglia di cambiargli la batteria. La pluralità, tranne forse che nel collezionismo, non moltiplica il piacere del possesso, almeno non oltre certi limiti.
Ora si comprano le cose e le si usano subito. Giusto, perché tanto tra poco le cambieremo. Un cellulare dura parecchi anni, ma pochi sono quelli che muoiono di vecchiaia. Pazienza se è perché si rompono: sappiamo infatti che per moltissime merci la riparazione è superiore al valore dell’oggetto; ma sappiamo anche che se smettiamo un paio di scarpe, un vestito, un telefonino, spesso è perché non sono più di moda. Chi produce non aspetta: deve vendere qualcos’altro, e ci tenta continuamente.
La mia famiglia non era certo povera, ma un paio di calzoni si abbandonava solo quando era liso quel tanto che intaccava il decoro. Certo, la roba “di una volta” spesso durava di più, ma sappiamo bene che se le scarpe d’oggigiorno fossero indistruttibili non vedrebbero comunque più di due o tre primavere ai nostri piedi. Che fine avranno fatto tutti quei pullover, maglie, tailleur, scarpe e borse lilla, colore tanto di moda qualche anno fa? Un pietoso silenzio è la risposta. Una volta gli indumenti smessi si davano ai poveri; l’abitudine è rimasta, ma non riesco ad immaginare un povero del terzo mondo che va a caccia nella giungla o nella savana mettendo il cibo o le prede in una borsetta lilla, mentre la sua donna lo attende pestando la manioca nel mortaio, accovacciata davanti alla capanna, fiera di esibire ai piedi un paio di scarpe col tacco alto. Color lilla.
GIUSTIZIERI DA BAR
(1997)
I sondaggi, come sempre, non danno che un'idea approssimativa, e risentono della temperatura del momento: quando la cronaca riporta crimini di eccezionale efferatezza, specie nei confronti di bambini, la percentuale dei favorevoli alla pena di morte aumenta sensibilmente, mentre viceversa cala quando non viene data notizia di fatti criminosi raccapriccianti; già questo basterebbe ad indicare quanto siamo suggestionabili. Si può contestare la giustezza della pena di morte partendo da vari presupposti, molti dei quali, a mio parere, inattaccabili, come l'eventualità di ammazzare un innocente. Ma vorrei proporre una riflessione diversa, forse contestabile, ma che non ritengo insensata: a chi sostiene la giustezza della pena di morte io chiederei di fare il boia. Mi spiego con un esempio. Chi mangia carne, ed è abituato a trovarsela già cucinata nel piatto, avrebbe probabilmente qualche difficoltà nel tirare il collo ad una gallina o a pugnalare un maiale per procurarsi la cena; d'altronde, perché preoccuparsene, dato che c'è chi lo fa per lui? Ma, se gli toccasse, una cosa è andare nell'orto a strappar foglie di lattuga, un'altra strangolare un coniglio con le proprie mani, scorticarlo, eccetera. Se costretto dalla fame anche un vegetariano lo farebbe, come, allo stesso modo, anche l’essere più mite potrebbe arrivare ad uccidere chi lo aggredisce e minaccia la sua vita o quella di un familiare. Ma intervenire a freddo, e per di più su fatti e persone che non si conoscono, è un altro affare. Milioni di italiani da bar, tra una briscola e un cappuccino, propongono da decenni ricette infallibili per vincere i mondiali di calcio, e molto similmente alcuni dichiarano, all'indomani di delitti efferati, che "gente così non merita di vivere, e se fosse per me...", indicando la pena capitale come la soluzione più radicale nonché la più logica per difendere la società civile. I più tranquilli non hanno preferenze per il mezzo, basta che si elimini il malfattore; molti altri propongono torture anche peggiori di quelle inflitte dal delinquente alla sua vittima. Convinti come sembrano essere, non dovrebbero rifiutarsi di premere il pulsante fatale, o di "farli a pezzi con le loro mani", come hanno dichiarato al bar mentre arringavano i presenti agitando minacciosamente un cono al limone. Sollecitati a farlo sul serio, vi risponderanno, un po' risentiti, che questo compito non toccherebbe a loro, ma allo Stato. Se obietterete che dovrà essere una persona in carne e ossa ad effettuare quest'operazione, replicheranno che non si farà fatica a trovarla. (Concordo: infatti, tutto sommato, col numero limitato di sentenze ufficiali d'oggigiorno, ne basterebbe una, una sola persona in tutto il mondo, che fosse disposta a spostarsi di continuo là dove è richiesta la sua opera). A me piace pensare che gli arringatori da bar non sarebbero capaci di prendere un treno, scendere in una città sconosciuta, farsi condurre per i corridoi di un penitenziario fino al cospetto del condannato - una persona mai vista prima se non forse in televisione - sentirsi dire "Proceda pure", quindi pigiare un pulsante o tirare una leva, dire addio (o arrivederci) ai carcerieri, ritirare l’indennizzo per la trasferta e poi ripigliare il treno e tornare in famiglia, soddisfatti del dovere compiuto, e raccontare ai figli, davanti a un piatto di tagliatelle, la propria giornata di giustiziere. L’atteggiamento più corrente dei nostri giustizieri è, invece, sì alla pena capitale, ma a patto che il lavoro lo faccia qualcun altro, come per il coniglio di prima. E che questo non sia un problema da poco lo dimostra il fatto che un tale disagio viene riconosciuto e addirittura ufficializzato: non a caso, infatti, in certi plotoni d’esecuzione tutti i fucili erano caricati a salve tranne uno; stratagemma penoso, che non libera dal dubbio, e che in ogni caso non cancellerà mai il fatto che si era presenti, che si era là con un fucile puntato. La guerra “scientifica” ci insegna che è più facile per un pilota d’aereo sganciare bombe su un villaggio senza vedere gli effetti devastanti di questa azione, che sparare a persone mai viste guardandole dritto negli occhi. Io credo che dovremmo apprezzare enormemente il vantaggio di non essere in guerra, dove tutto è permesso e si reagisce quasi sempre a caldo, lasciando strascichi di dolore che durano per decenni; e tener presente che abbiamo invece tempo e calma per riflettere sul fatto (che per alcuni è tutto da dimostrare) che la vita dei nostri simili non ci appartiene. C’è chi crede che appartenga a Dio, chi agli altri stessi; in ogni caso, non certo a noi.