Archivio di articoli pubblicati sul mensile "Piazza Verdi" dal 1996 ad oggi.

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Utente: Gretsch
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giovedì, 29 settembre 2005

PORNO PADANO

 

 cotechino

 

 

Per recensire un film sarebbe buona regola vederlo tutto fino alla fine. Ed è quello che generalmente i recensori dicono d’aver fatto. Chi scrive aveva già notato, parlando de “Il Cartaio” di Dario Argento, che non è necessario bere tutto il bottiglione fino alla feccia per sapere se il vino è buono;  così è per questo prodotto, che non vorrei chiamare film; il titolo, poi, non ho neanche il coraggio di scriverlo, tanto tra chi mi legge c’è chi sa bene di cosa parlo. E gli altri non sono interessati alla cosa. In effetti, è solo quando conosci (magari solo per sentito dire) uno degli attori, che certi film anche scadentissimi cominciano ad interessarti. Infatti mi occupo di questo prodotto perché tra i suoi protagonisti c’è gente delle nostre parti, anche se a dire la verità non li avevo mai visti (in faccia si vedono poco anche nel dvd); ma l’imbarazzo più grande nel parlare di un film hard è che non puoi trattarlo come se avessi visto solo quello.

E va be’. Detto ciò, e siccome si può a ragion veduta parlare di “genere” hard, come si parla di “commedia sentimentale”, “pulp”, “horror” e “legal thriller”, si può ben dire che il genere ha una sua tipicità, le sue strutture narrative, le sue codifiche. E si può anche dire che chi guarda una commedia sentimentale o un horror vuol sapere come va a finire, anche se la conclusione è anch’essa codificata, e spesso prevedibile. Quanto ai film hard, solo le donne molto ingenue e sentimentali, come dice la battuta, li guardano fino all’ultima scena, per vedere se i due si sposano. E questo dvd - di cui si parla neanche troppo sottovoce, e che molti pare abbiano visto -  non fa eccezione: la storia è inesistente, e forse è meglio così, dato che la recitazione non pare essere la caratteristica più apprezzabile delle nostre due star. Per il resto, tutto nello standard: pseudonimi allusivi al posto dei veri nomi e cognomi; uso amatoriale di una telecamera professionale; personaggi che nella vita sembrano fare solo quello; niente preamboli, si va subito al sodo (a volte non molto sodo); audio in diretta e inquadrature chirurgiche; disparità di trattamento nelle reciproche attenzioni intime, con sequenze dedicate all’uomo molto più lunghe (del resto, questo rispecchia spesso la realtà). Così suggerirei al regista di questi due simpatici attori (e lo dico senza ironia, perché un po’ fanno tenerezza), di concepire, la prossima volta, un minimo di storia, magari ambientata dalle nostre parti (i due sono di qua, ma dagli interni non si capisce dove il tutto è stato girato: esterni non ce n’è), per valorizzare un po’ certe zone del nostro dimenticato comprensorio. Anche perché si sa che questi prodotti girano il mondo più velocemente dei film di Pupi Avati, e con una produzione a costo bassissimo tirano su sommette non indifferenti, di cui una parte si potrebbe investire per opere di solidarietà, operata in nome della sana sessualità emiliana.

Come concludere? Questo lavoro non merita né una stroncatura né una promozione: serve – più o meno efficacemente, chissà -  all’uso per cui è concepito, e in futuro rispecchierà fedelmente quello che è oggi la sessualità per certi uomini (perché da maschi sono fatti e a maschi si rivolgono, questi filmati). Se qualcosa si può lodare è l’impegno indefesso del protagonista maschile: c’è da domandarsi se la sua partner, che mi dicono sia anche la sua reale compagna, sia onorata anche nella vita di una così prolungata sollecitudine. Quanto al perché si “interpreti” un film porno, ognuno avrà le sue motivazioni: narcisismo, vanità, voglia di denaro, a volte bisogno di denaro. Non mi sembra questo il caso, anche perché, nei brevi dialoghi (scambi di battute, o meglio di parole, a volte di sillabe) si coglie, nell’accento inconfondibile della Bassa, una confortante bonomia, una semplicità casereccia che rincuora. E si immaginano gli amici di lui che, riuniti nel salotto davanti al televisore, esplodono in commenti fragorosi ad ogni pie’, diciamo così, sospinto, e, se lui è presente, gli danno gran pacche sulle spalle o altrove, complimentandosi senza nascondere l’invidia, chiedendo anzi indicazioni su come tentare la stessa carriera. Che, come per i calciatori, può esser costellata di premi o di sconfitte, ma non dura mai a lungo. Meglio dunque dare il meglio finché si può.

Postato da: Gretsch a 20:47 | link | commenti (37)
film, il paesello

lunedì, 26 settembre 2005

Senza risposta

 

 sheehan-memorial

 

 

Cindy Sheean, la famosa mamma americana il cui unico figlio è morto nella guerra in Iraq, da un mese cerca inutilmente di parlare col presidente Bush. Si era accampata fuori dal suo ranch, ma lui è sempre passato oltre. Che gli costava fermarsi e parlarci? Tanto, abituato com’è a farsi scrivere i discorsi, poteva farsene preparare uno adatto. Due o tre balle le poteva raccontare, a beneficio della donna e della stampa; due o tre balle in più o in meno… Poi, ieri, nel corso di una grandissima manifestazione – dai tempi del Vietnam non se ne vedeva una simile in USA – proprio contro la guerra in Iraq, Cindy è stata arrestata davanti alla Casa Bianca. Perché? Perché si era seduta e rifiutava di riprendere a camminare. La legge lo vieta: in galera.

Bush non ha mai parlato con la donna, e ha lasciato che l’arrestassero. Come ricorda l’Unità,Così, con un gesto di resistenza civile così semplice e personale, come sedersi in un luogo non consentito e non muoversi sono iniziate tutte le grandi contestazioni degli ultimi trent’anni in America”.  Vero: la donna nera che si rifiutò di muoversi dal posto riservato ai bianchi diede il via all’abrogazione della segregazione. Il senso del comportamento di Bush ci sfugge. Forse è davvero così interdetto come i maligni lo descrivono, o forse invece un calcolatore sopraffino, o forse la Cia ragiona per lui, e c’è un motivo preciso per fare di Cindy Sheean un’altra martire, dopo il figlio. Chi può dirlo? Sono domande che attendono una risposta, come quelle che Cindy non è nemmeno riuscita a rivolgere al suo presidente. Fatto sta che di quella donna si parla sempre di più. Mentre l’arrestavano, gli altri manifestanti cantavano “Tutto il mondo vi sta guardando”. Tutti, tranne Emilio Fede, che come sempre guardava altrove.

Postato da: Gretsch a 22:52 | link | commenti (4)
guerra e pace

Si-puo 

te la do io l’africa

 

 

All’indomani del terzo Finale for Africa, Libero ed io commentiamo la serata. Lui osserva che vent’anni fa, quando si tenne la prima edizione, piazza Verdi era gremita fin dall’inizio, con la gente seduta anche in terra. C’era entusiasmo, voglia di fare, c’era una specie di batticuore che dal palco andava al pubblico, e ritornava accelerato. Era una tachicardia benefica, in tutti i sensi. Il Live Aid del 1985, da cui tutti gli altri ebbero origine, fu un evento planetario, quello di Finale paesano, eppure lo spirito era lo stesso: ed anche il risultato, fatte naturalmente le debite proporzioni.

“Finale for Africa”: uno slogan che faceva quasi sorridere, un paesino al cospetto di un continente, un bambino che offre una briciola al gigante affamato. Eppure quella briciola ha contribuito ad alleviare, anche se di poco, il languore del gigante; e ne siamo certi, perché allora, come ieri, la somma raccolta venne affidata direttamente ad un missionario che la utilizzò per la realizzazione di pozzi da cui estrarre acqua, un’acqua benedetta, più di quella dell’acquasantiera del duomo.

C’era gente anche ieri sera, non si può dire di no; è arrivata poco alla volta, richiamata dalla musica, e alla fine la piazza era piena. E’ stata raccolta una discreta somma, e don Adriano, al cui progetto le donazioni erano destinate, si è detto commosso. Eppure non sembrava la stessa cosa. Perché? Non certo perché le ripetizioni annoiano: erano passati vent’anni dalla prima edizione, e dieci dalla seconda; sul palco si sono succeduti gruppi già presenti allora (e c’era chi ha mostrato con orgoglio il manifesto del 1985) ma soprattutto musicisti nuovi, alcuni dei quali nel 1985 non erano forse ancora nati. Quest’anno il progetto è diverso, e si rivolge ai bambini angolani, ma il senso ovviamente è lo stesso. Eppure ieri sera si respirava un’aria diversa; i giovani sembravano meno giovani  dei “vecchi” (sempre noi, sempre quelli). L’atmosfera era di cortese interesse, più che di calorosa partecipazione. Libero dice che questo sarà pure “buonismo”, e avrà i suoi limiti; ma se l’alternativa è il disimpegno, il consumare fine a se stesso, il menefreghismo (quando va bene) e l’istigazione all’odio (sempre più frequente) dei leghisti, allora il nostro buonismo, diciamo Libero ed io, è sempre meglio del loro cattivismo: non divide, non isola, non crea diffidenza, sospetto, indifferenza; al massimo, se proprio va male, servirà a poco. A chi dice che preferirebbe che quella gente se ne stesse “ a casa loro” rispondiamo che è proprio quello che stiamo facendo, aiutandoli là dove vivono, e dove, aggiungo, molto prima dei soldini dei finalesi sono arrivati rapaci d’ogni nazione e risma, a uccidere e depredare; ma non è vero che le nazioni ricche si scordano sempre di lasciare un ringraziamento per questi furti: tra i doni che vengono regolarmente recapitati ai paesi africani si contano (anzi, non si contano) tonnellate di nostri rifiuti tossici, un affare miliardario che costò la vita alla nostra Ilaria Alpi. Perciò, quelli che sono per “ognuno a casa propria”, diano l’esempio con il loro contributo anche economico, a meno che non vogliano tener lontani gli immigrati a fucilate. E’ in seguito a queste considerazioni che diventa indispensabile ringraziare per il prezioso contributo il sindaco Soragni e l’assessore Lugli, oltre naturalmente a Mani Tese e a quelli del Lato B. Ma ringraziamo soprattutto tutti coloro che nel corso della serata hanno dato qualcosa: ho un bel da cercare formule nuove per dirlo, ma le parole son sempre quelle: con poco si può fare tanto. Però ribadisco che, oggi come mai prima, se qualcuno all’altro capo del mondo muore di fame o d’ingiustizia, tutti noi ne portiamo una responsabilità sempre più pesante. Chi, a Tele Padania, ha passato la giornata a ridicolizzare gli africani, a insultarli, ad aizzargli contro anche i nostri bambini, forse andrà a letto soddisfatto del lavoro compiuto. Libero ed io, dopo la maratona di dodici ore, andiamo a letto forse meno soddisfatti, perché il mare è sempre più grande e le gocce sempre quelle. L’utopia farà sorridere, ma a mio parere rimane l’unica strada, e qui nessun cattolico potrà contraddirmi. Concludo con le parole di un tale Oscar, non finalese: “Una carta del mondo che non contiene il Paese dell'Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l'Umanità approda di continuo”.

 

 

 

 

Postato da: Gretsch a 22:46 | link | commenti
ideali, il paesello

sabato, 10 settembre 2005

ARMI IN CASA

 

(2001) 

 

 

 

Non tenete armi da fuoco in casa. Troppo spesso si sente parlare di un delitto, premeditato o no, commesso con una pistola che è poi risultata “regolarmente denunciata”. Molte persone miti e pazienti, costrette a sopportare, per esempio, un vicino rumoroso, dopo anni di proteste civili senza esito un bel giorno tirano fuori la doppietta e fanno fuoco. Poi vanno a costituirsi e dicono che in quel momento “non ci hanno visto più, non capivano più niente”. Il che è verissimo, ma ugualmente tragico. Un momento di rabbia può indurre a cercare un arma e a servirsene; avere sottomano un coltello, o un paio di forbici, o un bastone, può certo far sì che l’omicidio venga consumato: ma con tali sistemi è molto più difficile uccidere istantaneamente: l’aggredito può reagire, o scappare, o essere soccorso. Per di più, se la vittima non è alla diretta portata dell’aggressore ha molte probabilità di cavarsela, mentre a una fucilata è più difficile sottrarsi, specie se chi spara ha buona mira. E non parliamo degli incidenti, delle “fatalità” che sono sempre in agguato quando in qualche cassetto c’è una rivoltella. Bambini e armi da fuoco non possono stare sotto lo stesso tetto. C’è ancora qualche genitore che conta sulla severità del divieto per impedire che i figli mettano le mani sulla pistola o sul fucile; il che è da folli. E non molto più sensato è credere che basti mettere le armi sotto chiave; un bambino sveglio, con un’idea fissa e tempo da perdere non ci metterà molto a scoprire dov’è la mitica chiave. Poi, per gioco, sparerà al fratellino o a qualcun altro. Ci pensi, chi ha un’arma da fuoco e dei bambini. Gli uomini sanno costruire oggetti bellissimi, e si può ammirare un fucile da caccia come si ammira un orologio o un motore a scoppio. Non sono insensibile al fascino che le armi da fuoco esercitano su molti uomini; una rivoltella ha in sé qualcosa di bello e di terribile. Da piccoli tutti abbiamo giocato con le pistole. Ma se ce n’è una sottomano si può essere tentati di usarla contro qualcuno. Con un’arma da fuoco ci può scappare il morto, senza è più difficile. E del resto, a che serve tenere una rivoltella in casa? Per legittima difesa, dicono alcuni. Ma i ladri non vanno a rubare armati di pistola. Se accade, non si tratta più di furto, ma di rapina a mano armata, e in questo caso potremmo trovarci di fronte a gente che la pistola la sa usare, probabilmente meglio di noi, che entra in casa nostra con dei complici, e col fattore sorpresa dalla loro parte. Uno dei  rapinati dei giorni scorsi ha detto che teneva un’automatica sotto il cuscino ma non ha fatto in tempo a prenderla. Meglio così. Intanto, è ancora vivo. Però, siccome qualcuno fraintenderà quel che scrivo, chiarisco: non sostengo che i ladri bisogna accoglierli con un sorriso; anzi, potrei dire che li prenderei a legnate, se li sorprendessi a casa mia, ma queste cose non si dicono. Penso invece a chi, come quel tizio che qualche tempo fa ha sparato ad un ladruncolo che fuggiva, freddandolo, si ritrova in un mare di guai, con la legge e con se stesso. La cronaca ci parla sempre più spesso delle rapine alle ville isolate; ma una tale eventualità dalle nostre parti è ancora remota, e, lo ribadisco, il rischio di incidenti, nel tenere rivoltelle in giro, è molto superiore all’utile che se ne può ricavare. Insomma, ci si può pentire di non aver preferito alla pistola un manico di scopa. Certo, ogni reazione è resa impossibile se i ladri, come usa adesso, addormentano le vittime. Ma forse è meglio così: non ci scappa il ferito o il morto, da nessuna delle due parti. Certo, ci si sente come violentati quando ci si accorge che degli sconosciuti hanno vissuto in casa tua per ore, facendo i loro comodi e portandoti via oggetti di valore. Ma se è difficile dimenticare un risveglio del genere è più difficile dimenticare di aver ucciso qualcuno. Comunque, finché il nostro sport nazionale resterà il calcio, non capiterà di frequente d’avere sottomano una mazza da baseball per spaccare il cranio a chi invade la nostra privacy; ed è per fortuna molto arduo ammazzare qualcuno a pallonate. Possiamo allora ricorrere al più popolare e meno sanguinario granadèl. Concludo pensando a chi le armi le usa per divertimento. Ogni anno si riportano episodi di cacciatori impallinati dai compagni perché scambiati, ad esempio, per cinghiali: gli ultimi due casi, con esito mortale, sono di poche settimane fa. Ora, queste disgrazie  non sono dovute – quasi mai – ad una sorprendente somiglianza degli ammazzati con cinghiali veri, quanto piuttosto all’irresistibile riflesso condizionato di certi cacciatori (che magari non hanno sparato un colpo tutta la mattina) al promettente muoversi di un cespuglio. E non parliamo di tutti i casi in cui per errore sparano sui piedi propri o altrui, o degli impallinamenti con esiti non mortali che le cronache non riportano. O di quegli episodi – pochi, voglio sperare – in cui si fa passare per incidente di caccia un omicidio bell’e buono. Insomma, uno che ha in mano un’arma può far del male a uno che ce l’ha anche lui, figuriamoci a uno che non ce l’ha, o addirittura a uno che dietro a quel cespuglio stava accucciato a fare i suoi bisogni. Ammazzarlo è fin troppo facile, come dice un nostro arguto proverbio.

 

Postato da: Gretsch a 08:44 | link | commenti
quotidianità

venerdì, 09 settembre 2005

SEMI SUICIDI

(settembre 2005) 

 

 

Una volta si seminava a mano. Nei libri delle (mie) elementari c’erano ancora le illustrazioni del contadino che lanciava una manciata di semi tra le zolle, con un gesto antico, nobile, ricco di significati e simbolismi. Ma già allora si seminava a macchina, almeno per le grandi coltivazioni. Ognuno aveva il suo pezzo di terra, grande, medio, piccolo; c’erano sementi di tipo diverso, anche in virtù delle diverse zone geografiche e dei differenti terreni. Come vanno le cose, adesso? Peggio, se lo chiedete a me; ma ancor peggio andranno in futuro, se continuerà, come sembra, la tendenza che ora descriverò, sia pur per sommi capi.

Ora ci sono grandi Compagnie, che selezionano i semi e li vendono. Ma fosse solo così, tutti sarebbero liberi di comprarli o rifiutarli. Invece il meccanismo è perverso: le Compagnie manipolano semi esistenti e ne traggono varietà transgeniche, di cui possono rivendicare i diritti e l’uso esclusivo. Quindi l’agricoltore, che deve pagare diritti annuali per usare, per esempio, semi della Monsanto, non può, per contratto, conservare i semi per l’anno successivo. E siccome non fidarsi è meglio, ecco già pronti i semi sterili, che cioè non possono essere impiegati per dar vita ad una nuova pianta l’anno successivo. In questo modo l’agricoltore è costretto a ricomprare i semi dalla stessa Compagnia, la quale, con vari espedienti – prezzi invitanti, pubblicità, assistenza specializzata – farà in modo di diventare l’unico fornitore e avrà quindi in pugno il destino di quell’appezzamento di terreno, del suo proprietario, e per esteso di tutto un Paese. Se poi questo Paese è povero, quindi ancora più facilmente ricattabile, a cominciare dal suo governo, ecco che, come già succede, i veri padroni di gran parte di quel Paese fanno parte di una o più multinazionali, e spesso risiedono all’estero. Controllare i raccolti vuol dire molto, come si può ben immaginare: i semi così modificati sono più facili da “pilotare”, e si può far sopraggiungere una carestia a piacimento, senza contare che una volta creata dipendenza – vien subito da pensare alle cosiddette droghe, ma ragionandoci il discorso si allarga a dismisura - il prodotto può essere venduto a un prezzo maggiorato. O non essere venduto affatto. Come col petrolio: se voglio far andare la mia automobile posso anche scavare nel mio giardino fino al centro della terra, ma il petrolio non lo troverò; per il petrolio dipendo da chi ce l’ha, come per esempio i Paesi Arabi. Invece noi la terra ce l’abbiamo, eppure di questo passo ne daremo l’esclusiva a qualcun altro. E’ quel che stiamo già facendo con l’acqua, no? Lasciamo che qualcuno la imbottigli e ce la venda, e c’è già chi si sta accaparrando, più o meno legalmente, la maggior parte possibile delle fonti idriche del pianeta. Forse potremo fare a meno del petrolio, ma dell’acqua? Ricorderò sempre le parole di un agricoltore calabrese, qualche anno fa: era stato praticamente obbligato a seminare grano proveniente dagli USA in un terreno in cui aveva sempre seminato una varietà che cresceva meglio, perché autoctona, e che dava un raccolto anche qualitativamente migliore. Queste notizie le trovate dappertutto nella Rete. Ma vi consiglio un ottimo documentario – io l’ho noleggiato sotto casa, spero ci sia ancora – che vi darà un’idea raggelante di cosa stanno preparando queste Compagnie per il nostro futuro. Basti dire che sono già arrivati a brevettare la vita; di un batterio, per ora (un batterio molto utile, selezionato da loro). Ma di qui agli animali e all’uomo il passo è brevissimo. Il dvd è “The Corporation” ed è dettagliato, ottimamente documentato, approfondito e molto chiaro. Un lavoro ben fatto, tipico degli americani. Se scavando in giardino non troveremo il petrolio, in quel giardino potremo sempre farci un orto, come usava in guerra. Io, che il giardino neanche ce l’ho, quest’anno in terrazzo e sui davanzali, oltre ai soliti basilico ed erba cipollina, ho messo vasi con pomodori, zucchine, peperoncini, ravanelli. E’ stato un esperimento, così, per vedere cosa saltava fuori. Con gioia ho seguito la crescita delle pianticelle a partire dal seme, e il mese scorso i primi pomodori rosseggiavano tra le foglie fatte crescere sulla ringhiera. Non ho mai comprato zucchine, e di ravanelli ho dovuto regalarne. Be’, l’anno prossimo si replica. Terrò i semi, però. Per concludere, mi rivolgo a quelli che gettano il riso agli sposi. E’ un gesto beneaugurante, ma simbolico. Ne bastano pochi chicchi. E’ ormai costume, invece, buttarne a chili. Quand’anche il riso rimasto a terra andasse alle galline, non è un bello spettacolo vederlo a mucchi, per terra, calpestato. Pensate alle vostre mamme e nonne mondine, che dopo un lavoro massacrante venivano pagate proprio col riso.

 

 

 

 

 

 

Postato da: Gretsch a 17:02 | link | commenti (1)
miscellanea

venerdì, 02 settembre 2005


La FBB con R. Thomas, 1992

 

25 anni, ma non li dimostra

 

 

 

 

 (2005)

 

 

 

 

 Manco da dieci anni, eppure sembra ieri. Comincio quest’articolo con una banalità, così posso infilarne qualcun’altra prima d’aver finito; ma è toccato a me – che rappresento solo un decimo della famiglia - di scrivere quest’articolo commemorativo, e posso ben lasciarmi andare al sentimentalismo. Manco da dieci anni, dicevo; ma la storia cominciò 25 anni fa, anche se sembra l’altro ieri. Ero arrivato a Finale da pochi mesi, non conoscevo quasi nessuno, suonavo la batteria ma avevo cominciato a soffiare nell’armonica, e proprio questo strumento inconsueto e legato alla musica blues mi ha fatto entrare in un gruppo finalese che allora suonava un ottimo rock. Il sodalizio umano e musicale col cantante, Libero, l’aggiunta di un paio di strumenti a fiato, la svolta verso il rhythm and blues: ecco, in sintesi, come è nata la Flower’s Blues Band. Venticinque anni a suonare insieme son tanti, e ci si potrebbe scrivere un libro; difficile quindi, per me che l’ho vissuta, costringere questa storia in un articolo. Allora farò così: elencherò le tappe fondamentali oggettive, insomma la cronistoria essenziale, e riserverò ad un’altra occasione un ricordo più emotivo, e una raccolta di episodi significativi di quegli anni. Libero aveva un sogno, quella di cantare il rhythm and blues, il R&B di Otis Redding, Sam&Dave, Ray Charles, Wilson Pickett. Si provò a far qualche pezzo di quel genere inserendo nel gruppo due strumenti a fiato, il che richiamò l’attenzione di una nota agenzia di Modena, la AGD, che mandò alle ex-scuole di Salde Entrà un pezzo grosso, il quale ci spiegò che quel genere di musica, anche grazie al film I Blues Brothers, stava per tornare alla ribalta, e che in zona non c’era ancora nessun gruppo che la suonasse; loro ci avrebbero appoggiato. Richiesti di scegliere tra dilettantismo e semi-professionismo, fummo tormentati tra il desiderio di cogliere l’opportunità e di “diventare famosi” e le oggettive difficoltà di lasciare, per sempre o provvisoriamente, il lavoro, e di sconvolgere le relative famiglie. La risoluzione fu amara, e non priva di strascichi di “se avessimo”, ma tutto sommato inevitabile, e presa anche per non smembrare il gruppo. Non possiamo sapere se l’altra strada avrebbe portato a grandi soddisfazioni o cocenti delusioni: di fatto, quella intrapresa non ha deluso nessuno, almeno credo. Chiuso a malincuore il capitolo “lancio ufficiale del gruppo”, ma sempre con la speranza di arrivarci prima o poi per altre strade, la FBB si mise a lavorar sodo, e ad esibirsi sempre più spesso, anche fuori zona. Una delle difficoltà principali, che non appariva vedendo suonare una formazione così compatta e già “scenografica” di per sé, era dare al gruppo un’identità condivisa, per via delle resistenze di alcuni verso quella svolta musicale e dell’attrazione per il vecchio rock duro. Il compromesso si fece, e dura ancora: nel repertorio rimangono alcuni classici dell’hard rock che soddisfano quella parte del gruppo, nonché buona parte del pubblico. Nel 1988 si tenta un passo importante: fare un disco. Non un 45 giri, ma un vero long playing; e poi non quelle che oggi si chiamano cover, bensì pezzi nostri, e per di più in italiano, controcorrente rispetto all’inglese che caratterizzava allora il genere; solo pochi, come Pino Daniele, Enzo Avitabile, avevano tentato la stessa strada. Grazie al disco, riusciamo a mettere un piedino in Rai, componendo la musica per la sigla del programma di revival satirico “Gli Antennati”, ideato da quell’Angelo Ferrari che continua a fare il regista in tv. Con gli anni ’90, grazie la scorta di esperienza e al consolidamento della sezione fiati con l’arrivo di musicisti di Carpi, la FBB può mettere in repertorio brani tecnicamente più ardui, di Blood, Sweat & Tears e Tower of Power. Il clou dell’esibizione, però, quello più amato e richiesto dal pubblico, è sempre costituito dai successi del R&B riportati in auge dai Blues Brothers. Comincia il Porretta Soul Festival, che avrà un successo sempre crescente. La FBB partecipa a ben tre edizioni, a fianco di Rufus Thomas e altri personaggi mitici del R&B e soul americano, come Michael Allen e Lannie Mc Millan, coi quali si rimane in contatto. I bikers ci chiamano a suonare ai loro raduni. Ci si spinge sempre più lontano: Ancona, ma anche Basilea, e la band porta anche all’estero quel suo show dal sapore fortemente emiliano, da blues della Bassa, ispirato senza volerlo a quell’America di diseredati, personaggi un po’ strampalati ma geniali, dipinta in film-mito come il già citato I Blues Brothers o Animal House. Ma in questi 25 anni è successo dell’altro: la FBB, sia per iniziativa personale, sia in quanto riferimento per l’entusiasmo dei suonatori principianti, ha dato vita, insieme ad altri musicisti finalesi e grazie alla lungimiranza dell’Amministrazione comunale, al Circolo Lato B, esempio unico nella nostra regione (e chissà…) di laboratorio musicale. Qui hanno provato o continuano a provare decine di gruppi storici finalesi e non, dai Tomo’s ai Lato B, dalla Bye Bye Blues Band ai Dirty Sound, dai Sughé Sughessa ai Fragil Vida. E naturalmente alla stessa FBB. Il Circolo ha ideato e organizzato manifestazioni musicali di solidarietà sull’esempio del Live Aid, tra cui “Finale per l’Africa” e “Un ponte per Sarajevo”. Insomma, la Flower’s Blues Band non è mai rimasta ferma. Cinque anni fa ha festeggiato il ventennale, con un concerto che ha visto sul palco coloro che hanno militato nel gruppo dall’anno della formazione. Eravamo in 24, e ne mancava pure qualcuno! Il prossimo 11 giugno, ai giardini, si celebra il quarto di secolo. Fate in modo di esserci. Noi non mancheremo.

 

Postato da: Gretsch a 10:10 | link | commenti
il paesello