Archivio di articoli pubblicati sul mensile "Piazza Verdi" dal 1996 ad oggi.

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martedì, 30 agosto 2005

“pSYCO”

 him

 

Psyco (Psycho in originale) è uno di quei film che istintivamente non mi va di rivedere, per un motivo forse banale: dopo la prima volta, la sorpresa non c’è più. Sai chi è l’assassino, sai perché uccide, e poi c’è la storia della famosa mamma, eccetera. Ricordiamo l’atmosfera di grande tensione e disagio del motel deserto; tutto il resto non si ricorda, ma si ha la sensazione che non sia importante. Il fatto curioso è che, rivedendo il film, e soprattutto leggendo il celebre libro-intervista di Truffaut, scopriamo che Hitchcock la pensava allo stesso modo. Almeno, così dice (testualmente): “In Psyco del soggetto mi importa poco, dei personaggi anche; quello che mi importa è che il montaggio dei pezzi del film, la fotografia, la colonna sonora e tutto ciò che è puramente tecnico possano far urlare il pubblico. (…) Non è un messaggio che ha incuriosito il pubblico. Non è una grande interpretazione che lo ha sconvolto (…) Quello che ha sconvolto il pubblico è stato il film puro”. Lo spettatore che a distanza di tempo non ricorda gran parte dell’intreccio – la nostra Marnie in questa stessa pagina ce ne dà un riassunto – è lo stesso che era stato messo fuori strada dal regista tramite una storia iniziale che non ha nulla a che fare con quello che diventerà il clou del film, l’uccisione della protagonista. Quest’uccisione avverrà relativamente presto e, caso senza precedenti nella storia del cinema, sarà improvvisa, inattesa, immotivata e brutale. Eppure il film avvince fin dalla prima sequenza, in cui si ripropone la propensione di Hitchcock al voyeurismo; eppure ci troviamo a trepidare per la ladra Marion, captiamo segnali allarmanti o premonitori in personaggi che poi però non avranno sbocchi, o che moriranno; eppure certi dialoghi non sono affatto banali, anzi preparano la rivelazione e definiscono con pochi efficaci e sottili tratti un personaggio mentalmente disturbato, lo Psycopatico, il mentalmente sdoppiato, il serial killer che spesso troveremo nella cinematografia di genere, in variazioni somiglianti, per anni a venire. Per capire l’importanza di Psyco bisogna vederlo con gli occhi di uno spettatore del 1960. Molto di quello che ora non ci sorprende più era allora nuovo, originale, azzardato, spesso geniale; e venne copiato da innumerevoli registi, spesso di scarse capacità; l’abbiamo rivisto tante volte che non stupisce più, ma l’abbiamo rivisto tante volte perché chi ce l’ha riproposto sapeva quanto buona fosse l’idea. Questo appare tanto più vero se si pensa che il successo del film non fu immediato, e che la censura, il fastidio di certi critici specializzati e di certi moralisti lo osteggiarono parecchio, nei primi tempi: segno di proposte e soluzioni nuove, che se affascinavano ma mettevano a disagio. Hitchcock, lo abbiamo visto, tende a parlare dei suoi film soprattutto in termini di tecnica cinematografica. E’ lì che lo senti entusiasta, loquace, compiaciuto o critico, ma sempre appassionato. E del resto è stato davvero un innovatore, un creatore di trucchi, sì, ma anche di situazioni, di atteggiamenti nuovi, di nuove atmosfere, di un nuovo modo di concepire il mezzo cinematografico, ed è solo per rispondere alle domande di Truffaut o di altri intervistatori che parla della psicologia dei personaggi, delle loro fobie, manie, perversioni, forse perché spesso coincidono con quelle dello stesso Hitchcock. La lettura psicologica, sociologica, psicanalitica paiono interessarlo meno, anche se questi aspetti sono certamente fondamentali. Non dimentichiamo mai che questo geniale artigiano ha avuto la sua parabola - non sempre fortunata e per molto tempo misconosciuta - in tempi diversi dai nostri, in cui sul grande schermo non si vedeva nemmeno mezzo seno nudo e non si ricorreva al turpiloquio. Eppure è (giustamente) ricordato come un creatore di situazioni ambigue, morbose, che, rivissute oggi, non fanno sorridere perché annacquate rispetto a quelle di film simili, bensì danno un senso di disagio perché alludono più che dire esplicitamente. Quello che invece a volte fa sorridere sono certi trucchi, dei quali Hitch andava giustamente orgoglioso, per averli inventati e realizzati con pazienza. Alcuni – come quello della vertigine nel campanile de “La donna che visse due volte” - sono ancora di grande effetto, altri, come quello, in Psyco, del detective pugnalato che cade per le scale all’indietro, risentono degli anni; del resto, quante scene girate in studio (specie se in auto, in moto o a cavallo) col fondale su cui erano proiettati gli esterni parevano vere cinquant’anni fa e fanno sorridere ora? La tecnica si perfeziona, ma lo fa anche attraverso il contributo di geniali innovatori. Come il nostro Alfred.

 

 

Postato da: Gretsch a 16:16 | link | commenti
film

BAMBI

 

 

E’ uscita in questi giorni una riedizione in dvd di Bambi, il celebre lungometraggio Disney del 1942, che ci viene presentato ripulito, restaurato, e corredato di quelli che ormai siamo abituati a chiamare “contenuti speciali”. Questi extra, nel caso dei prodotti Disney, sono quasi sempre davvero tali, non fosse altro per i mezzi di cui dispone la premiata ditta. La nostra recensione, naturalmente, si accoda alle migliaia di commenti che hanno accompagnato quest’opera in più di sessant’anni di successo, e probabilmente non aggiungerà nulla di nuovo; ma chi scrive è un appassionato del genere, e Walt Disney, con un coraggio che si può anche chiamare audacia o follia, fu il precursore dei lungometraggi a cartoni animati: rischiando un’operazione economicamente disastrosa, nel lontano 1939 realizzò il primo, che forse è ancora il migliore, cioè Biancaneve e i Sette Nani, che a sua volta, qualche anno fa, ha goduto di un dvd particolare, in edizione limitata, con contenuti specialissimi, che chi scrive noleggiò e purtroppo non comprò. In compenso stanno uscendo, in versioni restaurate e corredate di preziosi extra, altri celebri cartoni, tra cui Alice nel Paese delle Meraviglie, che spero di commentare presto su queste pagine. Devo precisare che la versione di Bambi di cui parlo è quella dei videonoleggi: quella in vendita è costituita da due dvd, quindi ancora più ricca. Devo dire che Bambi non era tra i miei preferiti; riguardandolo ora con attenzione, e con gli occhi di un adulto, mi tolgo il cappello davanti ad un’opera pressoché perfetta, la cui realizzazione – raccontata in una sezione apposita del dvd – rivela come Walt e i suoi collaboratori riservassero a questo come ad altri lavori una cura meticolosa non solo dal punto di vista tecnico, figurativo, musicale, ma anche di lettura consapevole, di interpretazione, di resa cinematografica del romanzo da cui il film è tratto. Mano a mano che la narrazione va avanti, ci si accorge che Bambi è la storia delle tappe cruciali della vita, che ha per protagonisti un cerbiatto e gli animali della foresta ma che noi leggiamo come riferita ad un bambino, nelle sue fasi di crescita verso l’età adulta. Accompagnato dal volgere delle stagioni, il piccolo si confronta con i suoi simili, con l’ambiente circostante, con l’amore, la morte, il pericolo, in una parola con la sopravvivenza. E’ un film che si presta a letture su piani diversi, troppi per trattarli in questa sede; ma proprio la ricchezza delle sfaccettature – più ancora che l’accesso a diverse interpretazioni – è uno dei suoi grandi pregi. Un'altra prerogativa, che è piuttosto un merito, e che si deduce anche dai dialoghi degli autori che accompagnano tutto il film nella sezione apposita – è il frequente ricorso all’allusione; il racconto procede spesso per sottrazioni, un espediente elegante e intelligente non sempre usato dai cartoonist, Disney compreso. La famosa sequenza della morte della madre di Bambi ne è un esempio. Disney pensava di mostrare la canna di un fucile, lo sparo e poi, in lontananza, la madre esanime nell’erba; i collaboratori lo convinsero a mantenere solo il rumore dello sparo, che difatti è più che sufficiente. Quando il cerbiatto vaga nella tormenta, terrorizzato, chiamando disperatamente la madre, anche i bimbi più piccoli intuiscono il dramma, tuttavia si aspettano di rivedere la mamma di Bambi in una scena successiva. Ma questo non accade; il che rappresenta un momento fondamentale, oltre che nella vita dello stesso Bambi, anche nel cinema di Disney (per la prima volta un personaggio muore davvero) e soprattutto nella vita di generazioni di bambini, che a quel punto della storia si rivolgono al genitore e domandano dov’è finita la mamma di Bambi. Al malcapitato tocca spiegare che la sua mamma non tornerà più, e questo momento cruciale nel rapporto genitore-figlio ha spesso avuto luogo per la prima volta proprio nel semibuio di una sala cinematografica dove si proiettava questo film. Lo stesso bambino che nei giochi di lotta e di guerra con gli amici aveva messo in scena la morte senza capire appieno di cosa si trattasse, la scopre o la intuisce nella sua dolorosa crudezza proprio nella finzione di un cartone animato. Ora capisco perché Bambi da piccolo mi piacesse ma mi mettesse a disagio: un bambino può essere influenzato dalle parti inquietanti della storia, pure abilmente contrapposte a quelle gioiose e divertenti. E in effetti questo è un cartone animato un po’ anomalo, specie se si pensa che è stato realizzato nel 1942 (pur seguendo la linea dell’omonimo libro): il padre è una figura lontana e misteriosa, il bosco è pieno di amici ma anche di pericoli, l’amore è un’entità ignota, un influsso incomprensibile al quale ognuno viene assoggettato come per incantesimo, la Natura non sempre offre il cibo con prodigalità, e la vita adulta significa doversi assumere la responsabilità di altre creature (e nel caso di Bambi anche di tutto il branco). E su tutto questo grava la minaccia incombente dell’essere più pericoloso di tutti, di cui non è sufficiente diffidare, ma che bisogna fuggire a tutti i costi. In questa storia l’Uomo – che non appare mai - fa una pessima figura: è responsabile della morte di vari animali, tra cui la madre del protagonista (gli unici animali “cattivi” sono i cani lanciati, sempre dall’uomo, all’inseguimento dei cervi) e dell’incendio che causerà ancora terrore, morte e distruzione. Insomma, l’Uomo è il cattivo per eccellenza. Bambi è senza dubbio un capolavoro. La capacità di giocare con grande maestria e sensibilità sul registro comico e su quello lirico, di farci passare dalla tensione alla paura, dalla tragedia alla speranza, grazie a un disegno incantevole e ad accorgimenti originali – tra cui il multipiano, grande invenzione Disney – ne fanno quello che indubbiamente è: un classico, che l’operazione di restauro ha contribuito a rendere ancora più duraturo.

Postato da: Gretsch a 16:14 | link | commenti
film

 

 “Il Cartaio”

 

 

 

“Il Cartaio” è come un bottiglione di vino di pessima qualità: non solo è cattivo e si fatica a berlo tutto; il peggio è che il primo sorso ci dice come sarà il resto del bicchiere e dello stesso bottiglione. Il comportamento rispetto a una tale evenienza è semplice: se si è educati, non si sputa il primo sorso, però ci si rifiuta di bere il resto; oppure, per educazione o magnanimità, si beve il bicchiere e poi ci si dà a mucchio. Non sarei andato oltre il decimo minuto di film, se non mi fosse balenata l’idea di scrivere questa recensione; quindi mi sono anche divertito, se mi si passa l’esagerazione.

Un film americano del 1985, “Il mistero del cadavere scomparso” proponeva una raccolta di citazioni tipiche del film noir americano, con Steve Martin che, grazie a trucchi digitali, recitava a fianco di attori scomparsi, come Humprey Bogart. Un’idea brillante, che piacque a molti cinefili. Eppure a lungo andare il giochino tendeva ad annoiare. Qui invece non c’è limite al banale e al prevedibile, e l’intenzione di Argento NON era quella di fare una parodia. “Il Cartaio” potrebbe addirittura ambire al rango di film kitch, ma purtroppo neanche lo spettatore più benevolo gli concederà questa promozione.

Accantonato l’horror, Argento ci riprova col thriller, e si premura di farci sapere che per  mettere a punto l’idea di questo film ci ha messo addirittura un paio d’anni. Probabile che durante questo tempo le sue occupazioni principali siano state di altro genere, visto l’esito; o chissà, forse questo è proprio il meglio che il regista sa dare oggi.

Nei thriller c’è sempre un colpo di scena dietro l’angolo: qui non solo sappiamo già qual è l’angolo, ma anche quale sarà il colpo di scena. Non ve li svelerò, visto che li indovinerete tutti.

Ma il film dà il suo massimo nelle voci: se un merito ha “Il Cartaio” è quello di aver fatto il possibile e anche di più per accompagnare le immagini con dialoghi in bilico tra l’insulso e il prevedibile, con frequenti scivoloni nel patetico, raggiungendo l’apoteosi grazie al doppiaggio più scadente che mi sia capitato di ascoltare. E si tratta proprio un doppiaggio, ad opera degli stessi attori, che sul set avevano recitato in inglese. La qualità è così scarsa da affogare nel ridicolo. Tutti i “B movies” (film di serie B) americani che tradizionalmente Rai 2 trasmette al sabato sera hanno doppiaggi molto ma molto più dignitosi. L’Oscar per il più grottesco va a Fiore Argento (ascoltare per credere), che il sadico Cartaio purtroppo lascia libera perché venga a tormentare noi con il racconto sulla sua prigionia. Ma una nomination non va negata a nessuno dei sedicenti attori, espressivi come copertoni, specialmente la misteriosa ragazza che attira in una trappola mortale Silvio Muccino (gli sta bene, così impara a fare l’attore). Dopo 20 minuti e 11 secondi – controllare - l’unica prova convincente è una serie di colpi di tosse, ben modulati e verosimili. E non scherzo.

In mancanza di un campione sonoro da sottoporvi, ecco alcuni estratti.

La protagonista viene affiancata da un collega; subito lo trova antipatico, ma dopo poco, lo credereste?, se ne innamorerà; poi gli rivelerà un episodio tragico della propria vita, che spiega questa sua aria da dura nel lavoro e di fragile nella vita privata (un personaggio il cui passato cela un mistero, caso davvero insolito per un investigatore dello schermo). E a un certo punto gli dice: “Non so perché ti racconto tutto questo…”.  Poi, inaspettatamente, i due per la prima volta si baciano. Mai visto prima. E il mattino dopo la notte d’amore lei non mancherà di mandarlo via di casa dicendogli: “Scusami… tu non c’entri… è solo che…” (Non sapremo mai cosa voleva dire, ma per fortuna non ci importa).

Dopo un po’ alla tv parlano del caso; l’ispettrice (Stefania Rocca, ahimè) dopo pochi secondi spegne l’apparecchio. Una scena mai vista prima nei film di genere, che fa il paio con quella in cui per disperdere i curiosi la stessa ispettrice se ne esce con un: “Sgombrate, lo spettacolo è finito”.

Le partite a poker giocate via internet col Cartaio, assolutamente inverosimili, sono lunghe e noiosissime, e l’unica scarica elettrica viene dalle grida ininterrotte della vittima imbavagliata che appare sul monitor: sono davvero insopportabili, e visto che a nessuno tra gli attori presenti viene l’idea più semplice, che sarebbe togliere l’audio dal computer, agli spettatori non resta che sperare che il maniaco la faccia fuori subito, così almeno la pianta di straziarci i timpani.

Ma torniamo ai dialoghi, di cui questa trascrizione può dare un’idea imprecisa, visto che manca il rantolo, o meglio il colpo di grazia della recitazione:

“Come faceva a sapere…?” (riferito all’assassino)

“Sa troppe cose… è uno di noi” (non l’avremmo mai sospettato)

 

E poi:

“Benvenuto all’inferno” (riferito certamente alla vera vittima, lo spettatore del film)

“Cosa hai fatto a John?”

“Mi dispiace, ho dovuto ucciderlo”

“Non dire stronzate” (e invece l’aveva ucciso davvero, tie’)

 

E si va verso il clou:

“Perché hai scelto proprio me?”

“Io ti ho sempre amato”

“Tu non sai cosa vuol dire amare”

“Eppure è per te che ho fatto tutto questo”

“Brutto f.d.p., tu non meriti di vivere!”

Per concludere, vorrei che chi per avventura  fosse arrivato fino alla fine di quest’ignobile intruglio si soffermasse a considerare il calcolo delle probabilità: quella di ottenere un tris al gioco del poker è del 5,3%; per un poker si scende allo 0,11%; la scala reale la si imbrocca nello 0,01% dei casi, cioè una volta su diecimila. Se quanto ho scritto non basta a convincervi che il film rasenta l’idiozia (in compenso però centra in pieno la presa in giro), provate a pensare quante probabilità ci sono che, come accade nel finale, in una partita a poker escano due scale reali consecutive: le stesse che ha Dario Argento Faccia di Bronzo di persuaderci che questo è un thriller.

 

Postato da: Gretsch a 16:13 | link | commenti
film

DE ANDRE' E L'ATEISMO 

 (2004)

 

 

Nell’ultimo numero di “Incredibilia fiunt” (*) Il Peripatetico dà un appassionato resoconto della vita artistica di Fabrizio De André, a cinque anni dalla scomparsa. Condivido tutto, specialmente le lodi a “La Buona Novella”, per me l’opera più toccante. Mi voglio però soffermare sulla considerazione finale: “…riflettevo con triste incertezza sulla sorte della sua anima e mi chiedevo perché una così brillante intelligenza (…) dovesse essersi condannata al tormento dell’ateismo”. Che l’ateismo sia un tormento mi par tutto da dimostrare, né credo si possa dire che De André fosse ateo; forse lo si potrebbe definire agnostico; qualcuno gliel’ha chiesto, ed ecco la sua risposta: “Io mi ritengo religioso, e la mia religiosità consiste nel sentirmi parte di un tutto, anello di una catena che comprende tutto il creato, e quindi nel rispettare tutti gli elementi, piante e minerali compresi, perché secondo me l'equilibrio è dato proprio dal benessere diffuso in tutto ciò che ci circonda. La mia religiosità non arriva a cercare di individuare il principio, che tu voglia chiamarlo creatore, regolatore o caos non fa differenza. Però penso che tutto quello che abbiamo intorno abbia una sua logica, e questo è un pensiero al quale mi rivolgo quando sono in difficoltà, magari anche dandogli i nomi che ho imparato da bambino, forse perché mi manca la fantasia per cercarne altri.
(In R. Cappelli, Cantico per i diversi, "Mucchio selvaggio", 1992 – le sottolineature sono mie)

 

 

 

Mi risulta che Fabrizio fosse persona di carattere affabile se non scherzoso ed allegro, e propenso a sdrammatizzare. In ogni caso i “tormenti” di cui parla il buon Giulio non sono necessariamente legati all’ateismo. Io credo invece che proprio quelli come lui, e sono tanti, che non hanno avuto il dono della fede, grazie alle proprie incertezze, dubbi, alle continue verifiche, alle illusioni e disillusioni, siano capaci di mettere in scena un dramma autentico, tanto sofferto e vissuto da farci sentire tutt’uno con l’opera e con l’autore. Il senso di giustizia, l’analisi delle miserie umane, la denuncia sociale, il richiamo alla solidarietà, il sentire che anche l’ultimo dei reietti ha qualcosa in comune con tutti noi non sono prerogative dei soli credenti. Di più: i dubbi, insieme al distacco dato dalla non militanza, aiutano la creazione artistica in tema di religiosità. Questo non esclude, naturalmente, che tra i credenti vi siano grandi poeti (Dante valga per tutti). Ciò detto, mi compiaccio nel vedere come De André goda ancora di tanta considerazione ed affetto, e sia considerato come un fratello, anzi, di più: come un amico, seppur fragile come noi tutti. Quanto alle sorti della sua anima… io lo immagino insieme ai diseredati che ha così spesso celebrato, intento a bere, cantare e giocare alle carte. Se questo luogo sia inferno o paradiso, be’…

(*) Foglio locale di ispirazione cattolica

 

 

Postato da: Gretsch a 08:03 | link | commenti (3)
religione, ideali

lunedì, 29 agosto 2005

IL CIELO SOPRA MASSA

 (2005)

 plane crash

 

 

 

Il mestiere del fotografo di paese non è molto avventuroso. Certo, può succedere di farsi male anche seriamente, e in modi fantasiosi, ma di solito poco spettacolari. Anni fa mi portai in giro a lungo una pesante ingessatura per una brutta distorsione procuratami sulla scalinata di una chiesa durante un matrimonio. Andò peggio a Gigetto Ferraresi, e se le conseguenze per me furono – e sono tuttora – fastidiose, lui a un matrimonio perse tre dita per lo scoppio del magnesio, il che non gli impedì di continuare a fotografare e suonare il violoncello. La disavventura di cui parlo oggi si può collocare tra quelle che si risolvono senza danni, ma che, se non altro, danno più gloria di uno scivolone.

L’appuntamento era due sabati fa all’agriturismo “50”, dotato di hangar e campo di decollo per deltaplani. Non era certo la prima volta che, per fare qualche foto, mi facevo portare in volo su uno di quegli apparecchi, più simili a uno scooter con le ali che ad un velivolo come di solito lo si immagina; e non era la prima volta che a portarmi in giro per l’aere era Luigi Artioli, detto Gianni: per quanto poco possa valere la nostra pelle, è pur vero che è l’unica che abbiamo, e tendiamo sempre ad affidarla, in occasioni particolari, a persone che ci ispirano fiducia. Gianni ed io, accucciati ai piedi del  velivolo, ci accordammo come sempre sul “piano di volo”, e su come localizzare gli obbiettivi da fotografare, il tutto mediante tecniche collaudate: “Questo sassolino è il capannone che ti dicevo, il filo d’erba la strada, qui dove metto questa cicca c’è la casa; chiaro?”. Controllo del mezzo, volo di prova da parte del solo pilota, e poi casco, cintura, una fotocamera di qua e una di là, e via in volo. L’emozione non è forse forte come la prima volta, ma sollevarsi da terra è sempre entusiasmante. Tutto liscio fino al cielo sopra Massa, dove Gianni mi fa un cenno con la mano; parlarsi è praticamente impossibile per via del rumore del motore, ma quel gesto delle dita lo capisco bene, e d’un colpo mi accorgo che sto vivendo una delle emergenze di cui finora avevo solo sentito parlare. Gianni mi aveva avvertito di come ci si comporta in simili evenienze; in pratica mi aveva detto cosa avrebbe fatto lui; quanto a me, l’unico contributo che potevo dare era restare calmo in attesa di eventuali istruzioni. Prima del decollo mi aveva detto che avrebbe mantenuto una quota più alta del solito, perché in caso di problemi ci sarebbe voluto più tempo per trovare un campo adatto all’atterraggio d’emergenza, visto che in questa stagione le colture sono tutte ben sviluppate, e scendere in un campo di grano o di mais sarebbe stato ben più rischioso che nell’erba rasata. E proprio un terreno del genere andavo ora cercando con gli occhi. Manco a dirlo, non ne vedevo uno che fosse uno, e maledicevo l’operosità della gente del posto, che non lascia neanche un fazzoletto di terra libero da granturco, bietole, soia, erba spagna… ma proprio uno spagnàr con l’erba appena falciata si presentò d’un tratto ai miei occhi, duecento metri più sotto. Lo indicai subito a Gianni, che mi fece segno d’averlo già visto e subito si diresse verso quel benedetto rettangolino verde. Ma il motore perdeva giri in maniera troppo preoccupante per tentare l’atterraggio lì – come seppi poi – ed ecco che puntiamo diritti verso una bella distesa di furmintòn, già bello alto. Quando ho raccontato la mia avventura, molti mi hanno chiesto se avevo visto passarmi la vita davanti in pochi secondi. Non è stato così, perché ho – abbiamo - avuto ben più di pochi secondi per pensarci, e quindi per prepararci: lui all’atterraggio migliore possibile, io prima a riflettere che ci sono morti meno gloriose, anche se più tardive, e poi, una volta capito che probabilmente non sarei defunto, a escogitare il modo per non farmi troppo male. Siamo piombati in mezzo al mais a una velocità pazzesca, all’apparenza; in realtà non troppo elevata, se è vero che dopo pochi secondi eravamo già fermi. La prima cosa, dopo aver constatato che eravamo incolumi, è stata battere la mano sulla spalla di Gianni e complimentarmi con lui. Dietro di noi, una scia di mais schiacciato non più lunga di venti metri; minimi danni al raccolto e al velivolo, zero ai passeggeri. Arrivano i primi soccorsi, e il deltaplano viene tolto dal mais, poi tirato e spinto a fatica verso un’abitazione vicina. Prima di arrivarci, ecco venirci incontro i carabinieri, avvertiti da un cittadino che aveva assistito alla scena. Si assicurano che non ci siano danni alle persone, prendono le nostre generalità e se ne vanno. Dopo poco, mentre telefono per farmi venire a prendere, Gianni, bello tranquillo, è intento a smontare il suo apparecchio per trasportarlo in un luogo adatto alla riparazione. La causa del guasto non mi è ancora nota. Vi chiederete se quando sarà riparato tornerò a volare. Non ne sono sicuro al cento per cento, ma se lo farò andrò ancora con Gianni. La fiducia è una cosa seria. E poi, un fulmine non colpisce mai due volte nello stesso punto. O, per essere pignoli, quasi mai.

Delta 2

Nella foto, scattata subito dopo, deltaplano e pilota nel mais

Postato da: Gretsch a 22:13 | link | commenti
il paesello

LA STILOGRAFICA E L’ETERNITA’

 

 

 

 Stilo2

(1998)

 

 

 

Sono centinaia, nascoste nei cassetti, raccolte in buste, cartelle, scatole, scatoloni: conservo tutte le lettere e le cartoline che ho ricevuto. Lettere d’amore e d’amicizia, lettere formali, sofferte, commoventi, scherzose, bizzarre, provocatorie. Altre centinaia di lettere giacciono davanti a me in questo momento: non posso vederle, almeno non tutte insieme, ma posso scorrerne titolo, data, mittente: sono le lettere della posta elettronica. Per lo più, roba da buttare, ma anche informazioni utili e, per una piccolissima parte, parole importanti, da conservare. Ricevo almeno tre o quattro di queste lettere ogni giorno, e se l’attesa per certune è simile a quella di una volta per il postino, il mezzo con cui vengono scritte, recapitate e archiviate le rende diverse. Per uno come me, che corregge parecchio nel corso della prima stesura e che ritorna più volte su un testo, il programma di scrittura è di una comodità insostituibile. Ad alcuni una pagina ordinata, priva di rimandi e cancellature, può apparire poco romantica; a me, se la confronto al piccolo caos di prima, dà un gran sollievo. D’altra parte, mi manca il contatto con la carta, l’uso delle amate stilografiche, il puro piacere dello scrivere. Ora, con l’abitudine al computer, e quasi estinta l’usanza di mandare lettere, le vecchie stilo si sgranchiscono di rado, se non quando le prendo in mano, le pulisco, le carico e le faccio scrivere, traendone un antico ed immutato piacere. Ognuna ha la sua personalità: ci sono le simpatiche, le altezzose, le reticenti, le generose, le rigide e le scorrevoli . La stessa cosa mi succede con le pipe: a seconda del momento e dell’umore ne prediligo certune e lascio le altre in attesa. Un paio d’anni fa ho dovuto sostituire la tastiera del computer. L’ho fatto senza rimpianti, se non per le quarantamila lire da cui ho dovuto separarmi. Neanche al monitor mi sono affezionato, e men che meno al lettore di CD; però ancora conservo il corpicino di una Waterman che si suicidò cadendo a punta in giù quasi vent’anni fa. A volte accarezzo l’idea di riportarle in vita, le mie stilografiche, anche perché comincio a rendermi conto dell’effettiva virtualità - o per meglio dire precarietà - della parola scritta al computer. I programmi di scrittura affrontano la sfida dell’eternità con ben misere armi e con prospettive estremamente incerte: un foglio di carta è sostanzialmente lo stesso da quattromila anni (e da tale remota epoca alcuni sono giunti integri fino a noi) mentre i dischetti che si usavano appena sei o sette anni fa sono già inutilizzabili. Se non ci affrettiamo a copiare il contenuto del supporto che sta andando in disuso su quello che lo va sostituendo, diventerà problematico leggere anche una sola parola delle centinaia di pagine che abbiamo scritto. Inoltre il supporto magnetico è esposto a mille insidie, come e più della carta. Un foglio di carta non si smagnetizza e non va in malora col calore del sole; brucia facilmente, ma provate a bruciare un quaderno chiuso: dovrete buttarlo nella stufa, o appiccare il fuoco alla casa: ma in questo modo andrebbero allegramente in fumo anche il computer, i floppy, e tutte le copie che vi sarete fatti “perché non si sa mai”, a meno che non ne abbiate depositata qualcuna in un luogo sicuro. Inoltre, per uno studente di Helsinki è impossibile mettere le mani sul diario intimo che tieni chiuso a chiave nel cassetto; molto più facile se questo diario lo aggiorni nelle pagine di Word 6. E poi, siamo sicuri che queste righe le sta scrivendo Maurizio Goldoni? Non esistono perizie calligrafiche per videoscrittura, si può solo indagare lo stile; e se uno stile è difficile da contraffare per un’opera nel suo insieme, al computer diventa molto facile sostituire singole parole od anche intere frasi altrui, cosa molto più ardua, se non impossibile, con un testo in carta e inchiostro. La carta tutto trattiene e conserva: un’esitazione, un ripensamento, una goccia di pioggia, il polline di un fiore. I microscopi possono indagarne le più remote fibre e raccontare una storia possibile del giorno in cui quel foglio fu scritto. Vi risparmio il paragone con un dischetto magnetico. Nonostante tutto credo che, almeno per un po’, continuerò a scrivere col computer. Le correzioni, le cancellature, i rimandi, che rendono viva ed interessante una lettera, non servono ad arricchire un articolo come questo, che verrà comunque ripulito e stampato. Consola sapere che per le comunicazioni più solenni o più intime continuiamo ad usare carta e penna; spero non smetteremo mai.  Quanto a suggestione sentimentale, almeno, la stilografica ha la meglio sulla tastiera: per un romanzo, un titolo come Una e-mail di due megabyte da un server lontano non sarà mai suggestivo come Una scrittura femminile azzurro pallido. E poi, una vera lettera si può toccare, stropicciare, bagnare di lacrime, incorniciare, strappare in cento pezzi, bruciare, cucire nella tasca del cappotto, mostrare dopo anni a chi la scrisse, lasciare in eredità ai nostri figli. Con le altre, ammesso che tra dieci anni si riesca ancora a stamparle su carta, otterremmo un documento più simile ad una bolletta del gas che a una lettera d’amore. 

Le mie stilografiche, pazienti, mi aspettano.   

Postato da: Gretsch a 22:11 | link | commenti (4)
quotidianità

Autovelox

 

 

 (2005)

 

 

Noi finalesi avremmo preferito essere citati per motivi diversi da quelli per cui il TG5 ci ha fatto conoscere al resto d’Italia. Che so, per la sfogliata, Pederiali, il Finalestense… Invece ci hanno dedicato un bel servizio nell’edizione delle 20, con tanto di interviste a cittadini e amministratori.  Gli automobilisti indisciplinati stanno facendo la fortuna delle casse comunali”; poi: “A Finale Emilia, nel modenese, l'autovelox è stato camuffato persino su una vettura del servizio di assistenza domiciliare, oppure usando i mezzi dell'ufficio tecnico” (Le citazioni sono testuali).

Il nostro non è certo l’unico comune che fa ricorso agli autovelox, o che li nasconde in luoghi insospettabili. Per questioni di spazio, non approfondirò l’argomento, limitandomi a porre la questione in un modo diverso. Se passando in auto per il paese ci capita di incontrare un amico o un conoscente, spesso e volentieri gli diamo una lampeggiatina cogli abbaglianti, ma ancora più spesso e volentieri due colpetti di clacson. Sarà malcostume italico, ma lo fanno tutti, anche vigili e carabinieri. Se, anziché in centro, incrocio un amico sulla Provinciale, e lampeggio o do due colpi di clacson, nessun vigile o carabiniere ha da ridire. Ma se nei pressi c’è un autovelox, ecco che la mia espansività cessa di essere considerata innocua, e divento passibile di contravvenzione. Motivo? “Uso improprio dei fari abbaglianti”. Insomma, si può disturbare il vicinato per salutare il nostro amico Ugo, ma non per fare la spia. Gli autovelox si possono nascondere nei cassonetti, camuffare da cespugli, cani maremmani, vecchiette con la borsa della spesa, si possono piazzare nel passeggino di un neonato o nella Panda di Sfrigulìn, ma noi, se ce ne accorgiamo, non possiamo segnalarne la presenza. La domanda è questa: se è lecito nascondere questi strumenti segnalatori, perché non dev’esserlo avvisare gli altri del pericolo? Qual è, in definitiva, lo scopo dell’autovelox? Impedire gli eccessi di velocità o sfruttarli per fare cassa? Ci dicono che il fine ultimo di questi odiatissimi apparecchi è quello di salvare vite umane. Bene, e allora segnalandone la presenza avrò ottenuto il risultato voluto, cioé che due, tre, dieci auto rallenteranno e non verrà commessa alcuna infrazione, e al tempo stesso sarà scongiurato un incidente. Se l’apparecchio viene piazzato su un punto in cui effettivamente la velocità può essere un pericolo, ecco che con solo due colpetti sulla leva delle luci abbiamo fatto rispettare il codice. (In effetti si potrebbe e dovrebbe segnalare alle auto provenienti dalla parte opposta tutti i punti pericolosi, che sia presente o no l’autovelox; cosa che io ogni tanto mi permetto di fare). Insomma, se vediamo qualcuno che sta per scaricare in un fosso una rimorchiata di rottami, dobbiamo trattenerci dal dirgli qualcosa, e aspettare che abbia finito, così potrà essere multato come si deve?

Postato da: Gretsch a 20:10 | link | commenti
miscellanea, il paesello