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Sotto terra
“Mi chiamavo Enrique Gutierrez. Lo so, a voi il mio nome non dice nulla. Ero muratore, avevo una moglie e una figlia di sette anni, e vivevo con loro e coi miei genitori, tirando avanti come potevo. Quando la guerra civile iniziò, aiutai gli oppositori; qualcuno lo nascosi in casa per qualche ora o qualche giorno; loro mi chiesero di seguirli e di combattere, ma io non potevo lasciare il mio lavoro; chi avrebbe sfamato la mia famiglia? E poi non ero sicuro, avevo paura. Un giorno commisi l’imprudenza di nascondere un ragazzo nel cantiere. Si era presentato lì anziché a casa mia. Disse che lo cercavano. Cosa potevo fare? Doveva essere una questione di poche ore, ma il capocantiere se ne accorse, e quella stessa notte mi denunciò. Prima dell’alba mi vennero a prendere. Dissero che non c’era nemmeno bisogno che salutassi mia moglie e mia figlia: dopo un semplice interrogatorio, nel pomeriggio me ne sarei tornato al cantiere a lavorare. Invece mi portarono subito a fare “la passeggiata”.
Nei mesi e negli anni successivi, mezzo mondo si sarebbe interessato, per motivi diversi, alla Spagna: tedeschi e italiani inviarono armi e munizioni per aiutare i nazionalisti; russi, messicani, francesi, canadesi, polacchi sostennero invece gli oppositori. Dopo quattro anni e quasi un milione di morti, i franchisti vinsero, e iniziò la dittatura. Di quegli anni sanguinosi chi non è spagnolo ricorda assai poco: Hemingway, che ne fu cronista e che poi li descrisse in “Per chi suona la campana”; Picasso, che raffigurò l’infamia e l’orrore di Guernica; e il giovane poeta Federico Garcìa Lorca, che venne fucilato il 19 agosto del 1936, e sepolto in una fossa comune.
“Come dimenticare Federico? Era poco distante da me quando la scarica ci fulminò. Ma, curiosamente, quando ci buttarono tutti nella stessa fossa, rotolai proprio vicino a lui, e vicino a lui rimasi sempre, io che non lo conoscevo che di nome, e non avevo mai letto una sua poesia”.
Un onore, essere sepolto insieme ad un grande poeta come Lorca. Un privilegio, senza dubbio, anche se tardivo. Dopo 73 anni, infatti, le agenzie di stampa riferiscono che “una squadra di esperti ha iniziato i lavori di scavo per ritrovare i resti del poeta spagnolo Federico Garcìa Lorca, ucciso presso Grenada all’inizio della guerra civile spagnola”. Accanto a quei resti ci sono quelli di Enrique, che non aveva mai scritto neanche una piccola poesia, ma aveva combattuto per la stessa causa, e all’alba di un giorno ormai lontano era stato portato come gli altri – la “passeggiata”, la chiamavano - lungo la strada vicino alla fuente grande, e con gli altri fucilato. Eppure non tutti hanno avuto la sua fortuna, quella di essere stati ammazzati a fianco di un uomo famoso; perché questi scavi non sono stati decisi per ritrovare il piccolo Enrique Gutierrez, ma il grande Garcìa Lorca, sebbene per entrambi fosse suonata la stessa campana.
“Stanno cominciando a scavare, li sento. Cercano Federico, e certo lo ritroveranno. E troveranno me accanto a lui. Ma io non voglio, non voglio sciogliermi da quest’abbraccio. Perché lo so, lui avrà una bella tomba, corone, discorsi, e gente verrà da tutto il mondo e si commuoverà e lascerà fiori e bigliettini con poesie e frasi d’affetto e di ammirazione. Sì, anch’io avrò una tomba tutta mia. Ma chi ci verrà? I miei cari sono morti tutti, e nessuno ricorda un mio scritto, o un mio gesto. Nessuno ricorda il mio nome. Le case che ho aiutato a costruire, mattone su mattone, sono state distrutte dai bombardamenti. Anche la mia. No, lasciateci qui. Questa fossa ci ha tenuti uniti fino ad oggi. Qui siamo tutti uguali, fuori non lo saremo più. Questa fossa è un orrore, e perciò anche un simbolo, un monito. Ma per me è molto meno, e molto di più: è la mia casa, ormai”.
(Enrique Gutierrez lo abbiamo solo immaginato. Eppure è esistito, ed è là sottoterra. Dategli, se volete, un altro nome e un’altra storia)
E basta con ‘sti gay…
Quel che trovo quasi insopportabile dell’omosessualità è che se ne parli ancora. Gli omosessuali ci sono sempre stati, e tutto fa credere che sempre ci saranno. Non è una malattia, non è una deviazione, è semplicemente una questione statistica, come i rossi di capelli. Che male fanno? Nessuno. Forse Madre Natura non vuole questi comportamenti? Ma allora, se sono contro Natura, cioè contro se stessa, perché li ha fatti tali? E se non crediamo in Madre Natura, allora il Dio dei cristiani avrebbe fatto gli omosessuali perché venissero insultati, perseguitati e perfino uccisi? Possibile, se da sempre muoiono innocenti, tra cui tanti bambini. Del resto, a sentire San Paolo i gay vanno tutti all’inferno: “Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio” (I Corinzi, 6.9. 10). Basterebbe riderci su, eppure c’è chi ci crede ancora.
Insomma, che gliene importa agli eterosessuali dei gay? Hanno forse paura che il loro comportamento sia contagioso? Homer Simpson, in un bellissimo episodio di qualche anno fa, cerca di preservare il figlio Bart dall’influenza di un gay che lui, Homer, ha appena conosciuto, che ha trovato molto simpatico e che ha invitato spesso a casa. Il suo giudizio era cambiato quando era venuto a sapere che il tizio era gay. L’omosessualità diventa un problema (per chi la vive) solo quando viene ostacolata, punita, descritta come peccaminosa o deviante. In un mondo di gay un eterosessuale sarebbe un mostro, una percentuale dell’uno per cento una devianza, il cinquanta per cento la normalità. Verrà un tempo in cui risentire le stupidaggini che ora vengono dette in tono serio su questo argomento ci farà vergognare, o più probabilmente sorridere. Un secolo fa le suffragette erano derise, osteggiate, arrestate e da molti considerate anormali: ora sarebbero considerate pazze quelle (o quelli) che scendessero in strada per chiedere che venga negato il voto alle donne. Ricordo ai più giovani che in Italia le donne hanno diritto al voto solo dal 1945, il che vuol dire che un anziano che oggi gioca a carte al bar ricorda bene che quand’era ragazzo le donne non votavano. E perché non votavano? Ma perché erano donne, diamine. Nel 1969 le mie compagne di classe (terza media) chiesero alla preside il permesso di portare i pantaloni almeno durante la gita scolastica. Nel 2009, ben 40 anni dopo, una giornalista sudanese viene arrestata perché porta i pantaloni. La strada è ancora lunga.
Invocare la giustezza o l’immoralità di un comportamento solo perché lo dice un libro, sacro o profano, è uno degli obbrobri che l’uomo è riuscito a perpetrare impunemente per millenni. I gay sono dappertutto, a sinistra come a destra, nella Lega e nella Chiesa (secondo Vittorio Sgarbi, sentito proprio ieri alla radio, nella Chiesa sono “moltissimi”). Insomma, sono fra noi, ma non come gli invasori alieni degli anni ’30-60 (a proposito, che fine hanno fatto i dischi volanti? E le streghe, le han bruciate tutte, che non se ne parla più?) bensì come persone, né migliori né peggiori, o meglio, migliori o peggiori a seconda dei casi, come chiunque. C’è chi, come la Chiesa, distingue tra peccato e peccatore, e sostiene che l’origine dell’omosessualità è “oggettivamente disordinata” e che il gay dev’essere trattato “con rispetto, compassione, delicatezza”, perché è un malato, uno che va ricondotto allo stato originario. Infatti, prosegue il Catechismo, “le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un'amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana”. Notare l’”amicizia disinteressata”. In ogni caso, sentenzia la Chiesa, l’atto sessuale è da evitare assolutamente. Be’, piuttosto che andare da un prete per non esser più gay, sarebbe molto meglio andare con un prete gay; senza però venire oppressi dal senso di colpa. Beninteso, non è solo la religione a considerare gli omosessuali dei malati, dei deviati, delle incongruenze viventi, ma tutti coloro, religiosi e non, che pretendono di incarnare il monopolio genetico della normalità. Una derisione che si esprime in battute, allusioni, risate più o meno sgangherate. Invece la Chiesa lo mette per iscritto, il che rende ufficiale, quindi contestabile, la sua posizione.
Ci sono gay benvoluti da tutti, che un po’ per carattere, un po’ per una propensione più o meno inconsapevole a farsi perdonare la propria diversità, fanno mostra di un’indole piacevole, esuberante ma rispettosa, come quello di Homer. Eppure… eppure, anche a chi si ritiene in buona fede scappa detto: è un ******, però è simpaticissimo, una gran brava persona. Capito? Voglio dire che nella frase non c’era solo un però di troppo: di troppo c’era anche il sottolineare che il tale (più spesso si tratta di un uomo) sia gay (in realtà una parola meno elegante). Sarebbe come dire “ha la pancia, ma è a posto” oppure “ha i capelli biondi, però è in gamba”. Che cosa c’entra? Gay è solo uno tra i mille attributi di una persona, come “riflessivo”, “influenzabile”, “mancino”, o anche “automobilista”, “elettore”, “postino”. Eppure diventa il tratto principale, e se questo oggigiorno è ancora comprensibile è però condannabile.
Cari gay, io non ho il vostro “orientamento”, e la cosa non mi fa piacere né dispiacere. A volte vorrei essere frocio (busone, finocchio, checca… mai un nome che non suoni offensivo) anche solo per qualche giorno, per dispetto, per provocazione… ma non mi viene. Vorrei dirvi vivete sereni, amatevi l’un l’altro, e fregatevene del giudizio della gente; ma so che purtroppo le cose non sono così facili.
Chi pensa che Cristo, se interrogato a proposito, giudicherebbe gli omosessuali come dei deviati da guarire? Direbbe “O uomini e donne, amatevi, ma voi omosessuali non toccatevi neppure, anzi, venite a me che vi riconduco all’ovile”? Io credo di no; ma cosa ci si può aspettare da un ateo? (Ateo: altra parola contaminata dalla negatività: ne parleremo.)
Qualcosa di sinistra
Gianfranco Fini dice qualcosa di sinistra, e lo dice a casa della sinistra, cioè alla festa del Pd di Genova, che è come dire la festa dell’Unità: “Dal porto di Genova salparono tanti italiani disperati, alla ricerca di un futuro, come i tanti che arrivano sui gommoni alle nostre coste”. Sono anni che la sinistra ripete questa canzone, ma a destra la melodia non era mai stata gradita. Adesso viene riproposta senza variazioni melodiche da un politico di destra, per di più firmatario di una legge, la Bossi-Fini, non proprio indulgente verso gli immigrati. Ma Fini non ha finito: si dichiara contento della recente sentenza che ha mandato assolto l’agente Placanica, suscitando addirittura l’applauso della platea. Mio padre direbbe che si son visti i cani suonare il violino. Ma non è tutto. Il presidente della Camera ammette: “Non ho il dono della fede”, e qui gli riconosco ancora una volta l’eleganza e l’astuzia politica, per aver addolcito il suo ateismo (o agnosticismo) con quel “dono”, che io, che non sono un politico, non avrei messo affatto. Ma non è escluso che per lui chi ha fede sia un fortunato.
E poi: “Non c’è scontro, non dev’esserci, è la coscienza che decide. La vera contrapposizione è fra laici e clericali. Ed è il Parlamento che fa le leggi, non decide il Vaticano”.
Chissà che intenzioni ha, l’onorevole Fini. Certo, tra chi ci governa, è tra quelli che si presentano meglio. E forse molti compagni presenti a quell’incontro si sono chiesti, più o meno apertamente, come mai non ce l’hanno loro, un leader così.
Carlo e Mario
Qualche anno fa a Finale venne Giuliano Giuliani, padre di Carlo, ucciso durante gli scontri del G8 a Genova. La conferenza fu organizzata dalla sezione finalese di Rifondazione Comunista, e mi fu chiesto di fare da interprete ad un ragazzo straniero che parlava solo inglese e che avrebbe assistito all’incontro, che si tenne quella sera all’autostazione. Durante il viaggio in macchina dalla stazione di Modena (o di Bologna, non ricordo) il ragazzo mi chiese un resoconto dei disordini di Genova, forse credendo che fossi stato presente. Io gli dissi che non c’ero, ma che avevo seguito attentamente la vicenda per tv e via internet, e che mi spiaceva molto per la morte di Giuliani, ma che questi, aggredendo dei poliziotti con un estintore, non poteva certo aspettarsi una reazione amichevole; in situazioni caotiche come quella, il rischio d’essere arrestato, o ferito, o peggio, doveva metterlo in conto prima di comportarsi così. Il ragazzo mi guardò trasognato: forse credeva fossi un membro del partito, e comunque non si aspettava certo un ragionamento simile. Notai in lui l’imbarazzo di affrontare il compito assolutamente imprevisto di spiegare da che parte stava la ragione proprio a chi abitava nella nazione in cui questo era successo, che per giunta lo stava accompagnando a sentir parlare il padre del ragazzo ucciso. Lui che veniva da un altro continente, da un’altra cultura, si trovava di fronte uno che anziché confermare le sue tesi e per così dire rincarare la dose fornendo nuovi elementi a favore, ne metteva uno grande così a sfavore. Ma così la pensavo allora, e non ho mai cambiato idea.
Credo che la sentenza che ieri ha assolto l’agente Placanica sia fondamentalmente giusta, come giusta è stata quella che ha condannato i picchiatori e i torturatori della scuola Diaz, anche se non so se tutti i responsabili siano stati puniti e fino a che punto. Distinguere in ogni evento, in ogni teoria, in ogni proposta, in ogni situazione i punti con cui si concorda e quelli che non si condividono è un esercizio che pratico da sempre, e che è peculiare di un libero pensatore quale ritengo di essere. Peccato che questo semplice ma salutare comportamento non si ritrovi mai nei partiti, nelle fazioni d’ogni genere, anche sportive, e perfino nelle religioni: si attacca l’avversario senza concedergli mai nulla, anche quando si è d’accordo con una sua idea; e allo stesso modo ci si mostra sempre d’accordo con quelle espresse dal proprio schieramento, anche quando non le si condividono. Tutto dev’essere d’uno stesso colore, l’opposizione dev’essere massiccia e totale, se no si passa per deboli, e si lascia aperta una falla in cui il nemico si può infiltrare. Le divergenze tra alleati, poi, vengono privatamente affrontate a colpi di spadone, ma pubblicamente descritte come opinioni democraticamente espresse nel nome del pluralismo che però non scalfiscono la compattezza della coalizione. Ecco perché non sarò mai un politico.
Il rosso e il blu
La Fandango, tra le altre cose, produce e distribuisce film. Tra i più famosi, quelli di Muccino, di Garrone, di Rubini, di Mazzacurati, di Sorrentino (“Le conseguenze dell’amore”, che mi piacque molto) e ultimamente i noti “Caos calmo”e “Gomorra”. Be’, il titolare della Fandango, Domenico Procacci, l’ha combinata bella: ha osato distribuire nel nostro Paese un film come “Videocracy”, che parla di com’è cambiata l’Italia dall’avvento delle tv private. Mediaset ha ritenuto di non mandare in onda il trailer, e questo lo si può anche accettare - anche se non di buon grado - visto che si tratta di reti per così dire private. Ma lo stesso atteggiamento è venuto anche dalla pubblica Rai, che rifiuta di trasmettere la pubblicità del film (negli spazi pur previsti da contratto) per “l’inequivocabile messaggio politico di critica al governo”. Procacci ha detto che “Ci sono stati film assai più duri nei confronti di Berlusconi come "Viva Zapatero" o "Il caimano", che però hanno avuto i loro spot sulle reti Rai. E il governo era dello stesso segno di oggi. Penso che se questo film è ritenuto così esplosivo vuol dire che davvero l'Italia è cambiata". La Rai, sentite questa, accetterebbe di mandare lo spot solo se trasmesso insieme con quello di un film che controbilanciasse i contenuti di “Videocracy”. Una sorta di ridicola par condicio. Vien da chiedersi se lo stesso varrebbe per il caso opposto, ossia per un film che recasse “l’inequivocabile messaggio politico di lode al governo”. Voi cosa dite?
Tutto questo è più che grottesco e meschino: è patetico, o forse preoccupante. Parafrasando il commento di Pierluigi Bersani, consiglio alla Rai di non trasmettere mai più “Ombre rosse” se non affiancato da “Soldato blu”.
Chi troppo e chi niente
“Vuoi perdere peso? Chiedimi come!”
Ogni tanto succede di imbattersi in messaggi come questo, sottoforma di adesivi appiccicati un po’ ovunque o di distintivi esibiti orgogliosamente e portati a spasso da chi vuol proporti un programma di dimagrimento. Vien da pensare a come tali annunci sarebbero stati accolti ai tempi dei nostri nonni, quando andava di moda la pellagra, e i buchi, anziché nel naso o nell’ombelico, si facevano nella cinghia dei pantaloni. “Vuoi prendere peso? Chiedimi come!”, ecco uno slogan che avrebbe attirato di più l’attenzione, pur accompagnata da una sana diffidenza contadina.
I poveri avevano la pellagra, i ricchi la gotta. Non è cambiato molto da allora: i ricchi, essendo tali, hanno più mezzi per combattere le malattie da ricchezza che i poveri quelle da miseria.
NIDI E LAVATRICI
In un vecchio articolo (“Civiltà a confronto”) toccavo un argomento che mi ha sempre affascinato, il contatto tra civiltà giunte a stadi di evoluzione molto diversi. Il contrasto più stridente si ha forse mettendo in comunicazione una tribù primitiva e un gruppo di persone tecnologicamente avanzate: per esempio, i classici selvaggi con archi e frecce e gli esploratori che scendono da un elicottero con fucili di precisione e telefoni satellitari. Della differenza di cultura e di tecnologia ho già detto in quell’articolo (che come tutti gli altri è consultabile nel sito indicato sopra); oggi vorrei parlare di altre differenze.
Prendiamo un animale qualsiasi, per esempio un uccello; sa procurarsi il cibo e costruirsi il nido. E questo vale per qualsiasi uccello. Lo stesso si può dire per un ragno, che tesse la tela e cattura le prede. Molti animali si costruiscono nidi o scavano tane, e procurano da mangiare a sé e alla propria prole. Ora, non sono esperto di etologia, ma so che certi animali si sono organizzati in società in cui è presente una divisione dei compiti. Lo stesso abbiamo fatto noi; chi cacciava, chi scuoiava, chi cuciva, chi stava di sentinella, chi allevava la prole, eccetera. Sono così nati i mestieri: ogni artigiano era (ed è ancora) maestro nel proprio campo. Credo che proprio dalla divisione dei compiti nasca quella differenziazione, quella specializzazione che ci rende così diversi da un uccello qualsiasi. Quindi, se è vero che l’Homo Sapiens Sapiens sa costruire non solo case, ma palazzi, grattacieli, astronavi, ponti e microchip, è vero anche che lo fa delegando questi compiti ad individui specializzati, che hanno le conoscenze teoriche e pratiche per ideare e portare a termine un progetto. La maggior parte delle persone, perlomeno all’interno delle civiltà industrializzate, è a malapena capace di far funzionare una lavatrice (specie i maschi), figuriamoci inventarla, progettarla e costruirla. Se pensiamo agli uomini primitivi nell’accezione più popolare, cioè come a bruti vestiti di pelli che cacciavano con lance ed asce e bivaccavano attorno ad un fuoco, istintivamente li collochiamo al gradino più basso della civiltà, ma basta riflettere un attimo e ci accorgiamo che la maggior parte di noi, che guidiamo le auto e usiamo i computer, non saremmo capaci di fare quel che facevano loro. Chi sa accendere un fuoco senza usare fiammiferi o accendini (o lenti)? Provate a immaginarvi nudi, intirizziti, affamati: riuscireste a costruirvi un’arma efficace, ad uccidere una bestia feroce, a scuoiarla, accendere un fuoco ed arrostirla (o mangiarla cruda), fabbricarvi un vestito con la pelliccia, o una sola di queste cose?
Il professore di matematica e fisica un giorno ci domandò: voi che fate il liceo classico, che sapete il greco e il latino, che vi credete così istruiti, lo sapete come funziona un cesso? Ridacchiando, e ben sapendo che nessuno avrebbe risposto di sì, cominciò a disegnare sulla lavagna la struttura di un comune sciacquone, e a spiegarne il funzionamento. Il fatto è che gran parte della nostra cultura è principalmente teorica, spezzettata, generica, estesa in superficie ma non in profondità. La divisione dei compiti penalizza la nostra capacità individuale di comprendere ed affrontare gli elementi primordiali della natura. La nostra esperienza quotidiana ci vede usare attrezzi, apparecchi, strumenti ideati e costruiti da altri, di cui sappiamo poco o nulla. Se il ferro da stiro smette di funzionare, anche se sappiamo approssimativamente come dev’esser fatto dentro, ben difficilmente decidiamo di aprirlo e di cercare di aggiustarlo. Per questo esistono i riparatori (sempre meno numerosi, in verità: ora quel che si rompe si getta, diminuendo così ancor di più il numero degli esperti e aumentando quello degli ignoranti). Un selvaggio dell’Africa sa cavarsela nel bosco o nella savana molto meglio di un professore di Oxford (anche se questi ha studiato per anni il comportamento di quel selvaggio), ed i boy scout che insegnano ai lupetti come ci si orienta o come si costruisce una barella di fortuna, in mezzo alla tundra vivrebbero molto meno a lungo di un bambino eschimese.
Oggi, nella siepe, ho trovato un nido abbandonato, (storno? Merlo? Non lo so, già questo la dice lunga) e l’ho osservato attentamente. Qualsiasi uccello nasce con la capacità di costruire nidi (il cuculo con quella di sfruttare i nidi altrui). Alcuni, come quelli dei piccioni, sono autentiche schifezze, ma la maggior parte sono molto ben fatti e durano anche più del necessario, mentre altri sono autentici capolavori. Le api trovano il polline, comunicano ad altre api le coordinate per trovarlo, costruiscono celle esagonali e producono miele senza che nessuno glielo debba insegnare; tutto il loro comportamento è inscritto nei loro geni. I gatti sono predisposti alla caccia, anche se le madri istruiscono i piccoli con l’esempio. Gli uomini, senza insegnamento e senza un lunghissimo addestramento, sono inetti e indifesi. E questo vale specialmente per noi occidentali di questo secolo.
Da giovane pensavo a che cosa avrei fatto nella vita - una domanda che nessun animale si pone - e avevo aggiunto alla breve lista di opzioni (insegnante, traduttore, giornalista) un lavoro che forse non esiste neppure, cioè guardiano delle dighe dei castori in Canada. Vi invito ad informarvi sulle straordinarie capacità di questo mammifero che in Europa e in Nordamerica è stato cacciato fino all’estinzione. La costruzione delle tane e delle dighe è più complessa di quanto si possa pensare, e fornisce ai castori una casa, una difesa e un vivaio di pesci da mangiare.
L’uomo, animale sempre più culturale, sempre più lontano dalle sue origini, stermina i castori, abili architetti, ingegneri, falegnami, muratori, ma se lasciato in un bosco o in una via sconosciuta del centro non è nemmeno capace di ritrovare la strada di casa. L’unico vantaggio che gli viene dal non saper accendere il fuoco è che se dimentica l’accendino fumerà qualche sigaretta in meno.
La moralità in mutande
Straordinario fuori onda, su Tele Sveva, tra il giornalista Roberto Straniero e Francesco Ventola, Pdl. Il video si trova facilmente in rete, l’audio è stato trasmesso – ripetutamente - da radio nazionali come Radio 24. Straniero, con voce stentorea: “Io sono divorziato. Esigo una legge sulle coppie di fatto perché non mi voglio sposare più. Tu, Berlusconi e i tuoi mi rompete i coglioni a non farmi questa legge perché siete i difensori della famiglia di ‘sto cazzo, e andate a puttane tutti i day. Ventola ribatte “’Sta cosa qua, che c’entra con l’amministrare l’Italia? Che c’entra? Ma vuoi scherzare…?”, “C’entra, c’entra… perché la moralità è un fatto fondamentale…” e Ventola: “La moralità è una cosa personale” (lo ripete più volte). Chi scrive aveva sorriso divertito fino a queste ultime parole: la moralità è un fatto personale. Meno male che Straniero, dopo un intervento in dialetto barlettese, fa un esempio chiaro e in italiano: “France’, tu sei il sindaco di Canosa: puoi andare in giro in mutande? E allora vedi che c’entra? Il ruolo pubblico ti impone determinate cose…”
Il siparietto è gustoso, vi invito a vederlo. Ma a togliermi il divertimento mi restano in mente quelle parole: la moralità è un fatto personale; perciò vi invito a riflettere sul loro significato, tenendo presente che chi le pronuncia è al momento tra coloro che governano questo strano Paese. Pensateci, mi raccomando. Torneremo presto sull’argomento.
Miseria e nobiltà
Mio padre me lo raccontava spesso. Ed io ho quella scena davanti, come se fossi stato presente. Fu al teatro Duse di Bologna, una sera degli anni ’50, alla fine di una rivista, spettacolo allora popolarissimo che vedeva attori come Dapporto, Macario, Totò come capocomici, e vantava soubrette non meno famose, come Isa Barzizza, Silvana Pampanini, Wanda Osiris. Quella sera, dopo lo spettacolo, parte del pubblico si accalcava nell’ingresso aspettando l’uscita dei suoi beniamini. Mio padre mi descriveva ogni volta il quadretto: indifferente al vociare e alla confusione, lui se ne stava lassù, a metà della scalinata, in smoking, coi capelli impomatati, la sigaretta dal lungo bocchino, la posa elegantissima, lo sguardo distaccato. Nemmeno l’ombra di un sorriso. E pensare che fino a poco prima aveva fatto mosse di ogni genere, compresa la famosa camminata di Pinocchio, che strappava sempre un’ovazione. Aveva riso, scherzato, buffoneggiato, ammiccato alle ballerine. Ora invece… sembrava avesse deposto la maschera; e quella posa, quello sguardo grave parevano dire che la persona non era il personaggio. “Perché lo sai, no? – concludeva immancabilmente mio padre – Lui diceva d’essere di nobili natali, e ne era molto orgoglioso…”
Una tale rappresentazione di Totò non è certo dissimile da quella di tante fotografie, e dell’immagine descritta da molti altri, anche dallo stesso Totò. Il quale era sì di padre nobile, ma squattrinato, e di madre popolana.
“Tra me, come sono nella vita reale, e Totò, come appare in palcoscenico, c’è una differenza abissale. Io odio la maschera che uso solo per servire il pubblico. Però, nello stesso tempo, è parte della mia anima”. Ma poi aggiunse: “A pensarci bene il mio vero titolo nobiliare è Totò. Con l’Altezza imperiale non ci ho fatto nemmeno un uovo al tegamino, mentre con Totò ci mangio dall’età di vent’anni. Mi spiego?”
Queste frasi le ho prese da un libro che ho trovato nella biblioteca di mio padre. E’ in parte una biografia autorizzata, in parte un’autobiografia. Vi si scoprono i fatti salienti della sua vita e i tratti fondamentali del suo carattere. Che azzardando potrei riassumere così: miseria e nobiltà. Un’infanzia da somaro a scuola (addirittura retrocesso, parola su cui lui scherzava), un tentativo fallito di fare il prete per contentare la madre (che s’infuriò: “Manco o prevete sape fa’!”), il servizio militare e gli innumerevoli soprusi subiti da un caporale (“…giunsi a identificare il peggio dei difetti umani nella categoria dei caporali”) da cui la fortunatissima frase (E in caserma mi capitò spesso di esclamare davanti ai miei commilitoni oppressi: ma guardiamoci in faccia… siamo uomini o caporali?). Poi la durissima gavetta, la fame vera, le angherie di altri “caporali”, la miseria, la tenacia nel perseguire lo scopo, la consapevolezza delle proprie capacità, l’amore per il teatro. E il successo, condito di amarezze e di veri drammi, come l’amore burrascoso con l’attrice Liliana Castagnola, che per lui si tolse la vita.
Scrivo queste righe perché mi hanno colpito alcune sue riflessioni, che riporto: “Non credo che dopo la morte avrò mai un monumento, e neppure un monumentino”. E poi: “Io non sono un artista, ma solo un venditore di chiacchiere, come Petrolini, che, infatti, è stato dimenticato. Un falegname vale più di noi due messi assieme, perché almeno fabbrica un armadio, una sedia che rimangono. Noi, al massimo, quando ci va bene duriamo una generazione. Lo scritto rimane, un quadro rimane, anche un lavandino rimane. Ma le chiacchiere degli attori passano”. Ora, c’è probabilmente un po’ di falsa modestia in queste parole, che però mi sembrano fondamentalmente sincere. Non si tratta solo del bilancio che un artista fa della propria carriera, ma del senso stesso di una vita, improntata, secondo lui, a servire il pubblico e a rallegrarlo con “chiacchiere”, buone per il momento ma destinate all’oblio. Io non credo che sia così. Stroncato senza pietà dai critici per tutta la sua esistenza, dopo la morte Totò è stato abbondantemente rivalutato; ma non ce n’era bisogno, perché tutti lo abbiamo ammirato, e non solo: lo abbiamo amato, e continueremo ad amarlo; e se è superfluo chiederlo ad un napoletano, basta domandare ad un italiano qualunque cosa pensa di lui. Totò, in tutta la lunga carriera fatta di innumerevoli film – alcuni ottimi, altri mediocri o peggio, come lui stesso ammetteva – di teatro, di cinema-teatro, di avanspettacolo, di apparizioni televisive, di poesia (“’A livella” merita un posto nei libri di testo) ci ha dato tantissimo: come possiamo dimenticarlo? I suoi tormentoni forse un giorno non si useranno più, ma se dimenticheremo Totò allora avremo dimenticato anche De Sica, Pasolini, Sordi, Mastroianni, Troisi… Totò, scusa se te lo dico, ma un quadro può durare meno di un lavandino, se nessuno lo guarda; e la stessa cosa vale per uno scritto, o per qualsiasi opera dell’arte o dell’ingegno. Se è vero che tanta arte non viene alla luce, è anche vero che quella vera, che emerge e splende per tanti anni, è dura a morire.
Ma io credo di comprendere il suo cruccio. Ogni uomo degno di tale nome si pone almeno una volta nella vita la domanda: “Che resterà di me?”, e tenta almeno una volta di darsi una risposta. Per qualcuno ciò che rimane sono i figli, per altri le opere. Totò ci ha lasciato queste ultime. Ma ha lasciato anche una figlia, che ha voluto chiamare Liliana, in memoria della donna che per lui si uccise, e accanto alla quale ora riposa. Totò morì un mattino d’aprile del 1967. Ricordo bene la notizia che diede la radio, e lo stupore, e la tristezza di tutti. Aveva avuto due distacchi di retina, da molto tempo era quasi cieco, e l’ultima notte fu segnata da tre infarti. Leggo ora che quel mattino Franca Faldini, sua compagna per 15 anni, dovette uscire dall’appartamento, perché il prete rifiutava di benedire la salma alla presenza di una donna non sposata regolarmente. Franca aveva avuto da Totò un altro figlio, che morì il giorno del parto.
Vedete, se eliminiamo tutte le considerazioni ed i giudizi - quelli di Totò e quelli di chi scrive - riportati su questa pagina, e ci limitiamo a guardare i fatti, ci accorgiamo che dal semplice elenco degli eventi della sua vita appare che fortuna e sfortuna, riso e pianto, commedia e tragedia camminano insieme, come nella vita di tutti. E questo è proprio quello che lui, nelle poche pagine autografe, cerca di farci capire. Far ridere, diceva mio padre, è molto più difficile che far piangere. Totò in un’intervista alla tv disse la stessa cosa. E lui se ne intendeva.
Ormai per me il trapasso è ‘na pazziella;
è ‘nu passaggio dal sonoro al muto.
E quando s’è stutata ‘a lampetella
Significa che l’opera è fernuta
E ‘o primm’attore s’è ghiuto a cucca’.
P.S.: Proprio ieri qualcuno ha compiuto atti vandalici sulla tomba di Totò, rubando addirittura lo stemma che l’attore aveva costruito con le proprie mani. Non riesco a commentare. Spero che qualche napoletano lo faccia per me.