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NIDI E LAVATRICI
In un vecchio articolo (“Civiltà a confronto”) toccavo un argomento che mi ha sempre affascinato, il contatto tra civiltà giunte a stadi di evoluzione molto diversi. Il contrasto più stridente si ha forse mettendo in comunicazione una tribù primitiva e un gruppo di persone tecnologicamente avanzate: per esempio, i classici selvaggi con archi e frecce e gli esploratori che scendono da un elicottero con fucili di precisione e telefoni satellitari. Della differenza di cultura e di tecnologia ho già detto in quell’articolo (che come tutti gli altri è consultabile nel sito indicato sopra); oggi vorrei parlare di altre differenze.
Prendiamo un animale qualsiasi, per esempio un uccello; sa procurarsi il cibo e costruirsi il nido. E questo vale per qualsiasi uccello. Lo stesso si può dire per un ragno, che tesse la tela e cattura le prede. Molti animali si costruiscono nidi o scavano tane, e procurano da mangiare a sé e alla propria prole. Ora, non sono esperto di etologia, ma so che certi animali si sono organizzati in società in cui è presente una divisione dei compiti. Lo stesso abbiamo fatto noi; chi cacciava, chi scuoiava, chi cuciva, chi stava di sentinella, chi allevava la prole, eccetera. Sono così nati i mestieri: ogni artigiano era (ed è ancora) maestro nel proprio campo. Credo che proprio dalla divisione dei compiti nasca quella differenziazione, quella specializzazione che ci rende così diversi da un uccello qualsiasi. Quindi, se è vero che l’Homo Sapiens Sapiens sa costruire non solo case, ma palazzi, grattacieli, astronavi, ponti e microchip, è vero anche che lo fa delegando questi compiti ad individui specializzati, che hanno le conoscenze teoriche e pratiche per ideare e portare a termine un progetto. La maggior parte delle persone, perlomeno all’interno delle civiltà industrializzate, è a malapena capace di far funzionare una lavatrice (specie i maschi), figuriamoci inventarla, progettarla e costruirla. Se pensiamo agli uomini primitivi nell’accezione più popolare, cioè come a bruti vestiti di pelli che cacciavano con lance ed asce e bivaccavano attorno ad un fuoco, istintivamente li collochiamo al gradino più basso della civiltà, ma basta riflettere un attimo e ci accorgiamo che la maggior parte di noi, che guidiamo le auto e usiamo i computer, non saremmo capaci di fare quel che facevano loro. Chi sa accendere un fuoco senza usare fiammiferi o accendini (o lenti)? Provate a immaginarvi nudi, intirizziti, affamati: riuscireste a costruirvi un’arma efficace, ad uccidere una bestia feroce, a scuoiarla, accendere un fuoco ed arrostirla (o mangiarla cruda), fabbricarvi un vestito con la pelliccia, o una sola di queste cose?
Il professore di matematica e fisica un giorno ci domandò: voi che fate il liceo classico, che sapete il greco e il latino, che vi credete così istruiti, lo sapete come funziona un cesso? Ridacchiando, e ben sapendo che nessuno avrebbe risposto di sì, cominciò a disegnare sulla lavagna la struttura di un comune sciacquone, e a spiegarne il funzionamento. Il fatto è che gran parte della nostra cultura è principalmente teorica, spezzettata, generica, estesa in superficie ma non in profondità. La divisione dei compiti penalizza la nostra capacità individuale di comprendere ed affrontare gli elementi primordiali della natura. La nostra esperienza quotidiana ci vede usare attrezzi, apparecchi, strumenti ideati e costruiti da altri, di cui sappiamo poco o nulla. Se il ferro da stiro smette di funzionare, anche se sappiamo approssimativamente come dev’esser fatto dentro, ben difficilmente decidiamo di aprirlo e di cercare di aggiustarlo. Per questo esistono i riparatori (sempre meno numerosi, in verità: ora quel che si rompe si getta, diminuendo così ancor di più il numero degli esperti e aumentando quello degli ignoranti). Un selvaggio dell’Africa sa cavarsela nel bosco o nella savana molto meglio di un professore di Oxford (anche se questi ha studiato per anni il comportamento di quel selvaggio), ed i boy scout che insegnano ai lupetti come ci si orienta o come si costruisce una barella di fortuna, in mezzo alla tundra vivrebbero molto meno a lungo di un bambino eschimese.
Oggi, nella siepe, ho trovato un nido abbandonato, (storno? Merlo? Non lo so, già questo la dice lunga) e l’ho osservato attentamente. Qualsiasi uccello nasce con la capacità di costruire nidi (il cuculo con quella di sfruttare i nidi altrui). Alcuni, come quelli dei piccioni, sono autentiche schifezze, ma la maggior parte sono molto ben fatti e durano anche più del necessario, mentre altri sono autentici capolavori. Le api trovano il polline, comunicano ad altre api le coordinate per trovarlo, costruiscono celle esagonali e producono miele senza che nessuno glielo debba insegnare; tutto il loro comportamento è inscritto nei loro geni. I gatti sono predisposti alla caccia, anche se le madri istruiscono i piccoli con l’esempio. Gli uomini, senza insegnamento e senza un lunghissimo addestramento, sono inetti e indifesi. E questo vale specialmente per noi occidentali di questo secolo.
Da giovane pensavo a che cosa avrei fatto nella vita - una domanda che nessun animale si pone - e avevo aggiunto alla breve lista di opzioni (insegnante, traduttore, giornalista) un lavoro che forse non esiste neppure, cioè guardiano delle dighe dei castori in Canada. Vi invito ad informarvi sulle straordinarie capacità di questo mammifero che in Europa e in Nordamerica è stato cacciato fino all’estinzione. La costruzione delle tane e delle dighe è più complessa di quanto si possa pensare, e fornisce ai castori una casa, una difesa e un vivaio di pesci da mangiare.
L’uomo, animale sempre più culturale, sempre più lontano dalle sue origini, stermina i castori, abili architetti, ingegneri, falegnami, muratori, ma se lasciato in un bosco o in una via sconosciuta del centro non è nemmeno capace di ritrovare la strada di casa. L’unico vantaggio che gli viene dal non saper accendere il fuoco è che se dimentica l’accendino fumerà qualche sigaretta in meno.
La moralità in mutande
Straordinario fuori onda, su Tele Sveva, tra il giornalista Roberto Straniero e Francesco Ventola, Pdl. Il video si trova facilmente in rete, l’audio è stato trasmesso – ripetutamente - da radio nazionali come Radio 24. Straniero, con voce stentorea: “Io sono divorziato. Esigo una legge sulle coppie di fatto perché non mi voglio sposare più. Tu, Berlusconi e i tuoi mi rompete i coglioni a non farmi questa legge perché siete i difensori della famiglia di ‘sto cazzo, e andate a puttane tutti i day. Ventola ribatte “’Sta cosa qua, che c’entra con l’amministrare l’Italia? Che c’entra? Ma vuoi scherzare…?”, “C’entra, c’entra… perché la moralità è un fatto fondamentale…” e Ventola: “La moralità è una cosa personale” (lo ripete più volte). Chi scrive aveva sorriso divertito fino a queste ultime parole: la moralità è un fatto personale. Meno male che Straniero, dopo un intervento in dialetto barlettese, fa un esempio chiaro e in italiano: “France’, tu sei il sindaco di Canosa: puoi andare in giro in mutande? E allora vedi che c’entra? Il ruolo pubblico ti impone determinate cose…”
Il siparietto è gustoso, vi invito a vederlo. Ma a togliermi il divertimento mi restano in mente quelle parole: la moralità è un fatto personale; perciò vi invito a riflettere sul loro significato, tenendo presente che chi le pronuncia è al momento tra coloro che governano questo strano Paese. Pensateci, mi raccomando. Torneremo presto sull’argomento.
Miseria e nobiltà
Mio padre me lo raccontava spesso. Ed io ho quella scena davanti, come se fossi stato presente. Fu al teatro Duse di Bologna, una sera degli anni ’50, alla fine di una rivista, spettacolo allora popolarissimo che vedeva attori come Dapporto, Macario, Totò come capocomici, e vantava soubrette non meno famose, come Isa Barzizza, Silvana Pampanini, Wanda Osiris. Quella sera, dopo lo spettacolo, parte del pubblico si accalcava nell’ingresso aspettando l’uscita dei suoi beniamini. Mio padre mi descriveva ogni volta il quadretto: indifferente al vociare e alla confusione, lui se ne stava lassù, a metà della scalinata, in smoking, coi capelli impomatati, la sigaretta dal lungo bocchino, la posa elegantissima, lo sguardo distaccato. Nemmeno l’ombra di un sorriso. E pensare che fino a poco prima aveva fatto mosse di ogni genere, compresa la famosa camminata di Pinocchio, che strappava sempre un’ovazione. Aveva riso, scherzato, buffoneggiato, ammiccato alle ballerine. Ora invece… sembrava avesse deposto la maschera; e quella posa, quello sguardo grave parevano dire che la persona non era il personaggio. “Perché lo sai, no? – concludeva immancabilmente mio padre – Lui diceva d’essere di nobili natali, e ne era molto orgoglioso…”
Una tale rappresentazione di Totò non è certo dissimile da quella di tante fotografie, e dell’immagine descritta da molti altri, anche dallo stesso Totò. Il quale era sì di padre nobile, ma squattrinato, e di madre popolana.
“Tra me, come sono nella vita reale, e Totò, come appare in palcoscenico, c’è una differenza abissale. Io odio la maschera che uso solo per servire il pubblico. Però, nello stesso tempo, è parte della mia anima”. Ma poi aggiunse: “A pensarci bene il mio vero titolo nobiliare è Totò. Con l’Altezza imperiale non ci ho fatto nemmeno un uovo al tegamino, mentre con Totò ci mangio dall’età di vent’anni. Mi spiego?”
Queste frasi le ho prese da un libro che ho trovato nella biblioteca di mio padre. E’ in parte una biografia autorizzata, in parte un’autobiografia. Vi si scoprono i fatti salienti della sua vita e i tratti fondamentali del suo carattere. Che azzardando potrei riassumere così: miseria e nobiltà. Un’infanzia da somaro a scuola (addirittura retrocesso, parola su cui lui scherzava), un tentativo fallito di fare il prete per contentare la madre (che s’infuriò: “Manco o prevete sape fa’!”), il servizio militare e gli innumerevoli soprusi subiti da un caporale (“…giunsi a identificare il peggio dei difetti umani nella categoria dei caporali”) da cui la fortunatissima frase (E in caserma mi capitò spesso di esclamare davanti ai miei commilitoni oppressi: ma guardiamoci in faccia… siamo uomini o caporali?). Poi la durissima gavetta, la fame vera, le angherie di altri “caporali”, la miseria, la tenacia nel perseguire lo scopo, la consapevolezza delle proprie capacità, l’amore per il teatro. E il successo, condito di amarezze e di veri drammi, come l’amore burrascoso con l’attrice Liliana Castagnola, che per lui si tolse la vita.
Scrivo queste righe perché mi hanno colpito alcune sue riflessioni, che riporto: “Non credo che dopo la morte avrò mai un monumento, e neppure un monumentino”. E poi: “Io non sono un artista, ma solo un venditore di chiacchiere, come Petrolini, che, infatti, è stato dimenticato. Un falegname vale più di noi due messi assieme, perché almeno fabbrica un armadio, una sedia che rimangono. Noi, al massimo, quando ci va bene duriamo una generazione. Lo scritto rimane, un quadro rimane, anche un lavandino rimane. Ma le chiacchiere degli attori passano”. Ora, c’è probabilmente un po’ di falsa modestia in queste parole, che però mi sembrano fondamentalmente sincere. Non si tratta solo del bilancio che un artista fa della propria carriera, ma del senso stesso di una vita, improntata, secondo lui, a servire il pubblico e a rallegrarlo con “chiacchiere”, buone per il momento ma destinate all’oblio. Io non credo che sia così. Stroncato senza pietà dai critici per tutta la sua esistenza, dopo la morte Totò è stato abbondantemente rivalutato; ma non ce n’era bisogno, perché tutti lo abbiamo ammirato, e non solo: lo abbiamo amato, e continueremo ad amarlo; e se è superfluo chiederlo ad un napoletano, basta domandare ad un italiano qualunque cosa pensa di lui. Totò, in tutta la lunga carriera fatta di innumerevoli film – alcuni ottimi, altri mediocri o peggio, come lui stesso ammetteva – di teatro, di cinema-teatro, di avanspettacolo, di apparizioni televisive, di poesia (“’A livella” merita un posto nei libri di testo) ci ha dato tantissimo: come possiamo dimenticarlo? I suoi tormentoni forse un giorno non si useranno più, ma se dimenticheremo Totò allora avremo dimenticato anche De Sica, Pasolini, Sordi, Mastroianni, Troisi… Totò, scusa se te lo dico, ma un quadro può durare meno di un lavandino, se nessuno lo guarda; e la stessa cosa vale per uno scritto, o per qualsiasi opera dell’arte o dell’ingegno. Se è vero che tanta arte non viene alla luce, è anche vero che quella vera, che emerge e splende per tanti anni, è dura a morire.
Ma io credo di comprendere il suo cruccio. Ogni uomo degno di tale nome si pone almeno una volta nella vita la domanda: “Che resterà di me?”, e tenta almeno una volta di darsi una risposta. Per qualcuno ciò che rimane sono i figli, per altri le opere. Totò ci ha lasciato queste ultime. Ma ha lasciato anche una figlia, che ha voluto chiamare Liliana, in memoria della donna che per lui si uccise, e accanto alla quale ora riposa. Totò morì un mattino d’aprile del 1967. Ricordo bene la notizia che diede la radio, e lo stupore, e la tristezza di tutti. Aveva avuto due distacchi di retina, da molto tempo era quasi cieco, e l’ultima notte fu segnata da tre infarti. Leggo ora che quel mattino Franca Faldini, sua compagna per 15 anni, dovette uscire dall’appartamento, perché il prete rifiutava di benedire la salma alla presenza di una donna non sposata regolarmente. Franca aveva avuto da Totò un altro figlio, che morì il giorno del parto.
Vedete, se eliminiamo tutte le considerazioni ed i giudizi - quelli di Totò e quelli di chi scrive - riportati su questa pagina, e ci limitiamo a guardare i fatti, ci accorgiamo che dal semplice elenco degli eventi della sua vita appare che fortuna e sfortuna, riso e pianto, commedia e tragedia camminano insieme, come nella vita di tutti. E questo è proprio quello che lui, nelle poche pagine autografe, cerca di farci capire. Far ridere, diceva mio padre, è molto più difficile che far piangere. Totò in un’intervista alla tv disse la stessa cosa. E lui se ne intendeva.
Ormai per me il trapasso è ‘na pazziella;
è ‘nu passaggio dal sonoro al muto.
E quando s’è stutata ‘a lampetella
Significa che l’opera è fernuta
E ‘o primm’attore s’è ghiuto a cucca’.
P.S.: Proprio ieri qualcuno ha compiuto atti vandalici sulla tomba di Totò, rubando addirittura lo stemma che l’attore aveva costruito con le proprie mani. Non riesco a commentare. Spero che qualche napoletano lo faccia per me.
Test d’uovo
“Test clinici dimostrano…” Cosa dimostrano? Un sacco di cose. Per esempio che il tale shampoo rende i capelli più forti del 74%, il tal dentifricio i denti più bianchi del 37,5%. I numeri, specie se così precisi, fanno più effetto. Ma a questo eravamo abituati, quindi ecco il passo successivo: l’Ateneo ha detto. Infatti, nello spot di un deodorante si cita nientemeno che un test dell’Università La Sapienza di Roma, che dopo rigorose misurazioni ha stabilito quanto segue: “un deodorante può perdere efficacia durante il giorno”. E’ a questo che servono le università, oltre che a insegnare: a fare ricerca, per dare risposta a quesiti che interessano tutti noi, e quindi migliorare la nostra vita. Così, se questo spot funzionerà, La Sapienza avrà lavoro assicurato per anni: dovrà verificare se una camicia pulita ha la tendenza a sporcarsi durante la giornata (la esamineranno al mattino, fresca di bucato, e alla sera, per vedere la differenza, cosa impossibile per noi che manchiamo della strumentazione adatta), oppure se stare senza bere per 24 ore fa aumentare la sete, se la pizza nel forno tende a cuocersi, o se esser presi a calci nei genitali fa peggiorare l’umore. E forse avremo finalmente la conferma a un dubbio che da sempre ci tormenta: quando chiudiamo lo sportello del frigo, la luce all’interno si spegne davvero?
Il kebab e la tibuia
In questi giorni si parla parecchio (ma quando uscirà quest’articolo forse tutto si sarà sgonfiato) delle norme che certe amministrazioni comunali, per esempio quella di Milano, vogliono imporre per disciplinare la distribuzione di cibi e bevande nei locali pubblici. Una legge che molti hanno battezzato subito “Anti-Kebab”.
Le nuove regole però, secondo chi le propone, riguarderebbero tutti gli esercizi commerciali, e non soltanto quelli gestiti da stranieri, e limiterebbero gli orari e i luoghi in cui alimenti da asporto come pizze, gelati, kekab ed altro vengono consumati. In rete è nata la protesta, e molti si schierano a favore delle “kebaberie”. Ho ascoltato su Radio 24 alcuni dibattiti a riguardo, e più precisamente “La zanzara” a cura di Giuseppe Cruciani e “Parliamo con l’elefante”, condotto da Giuliano Ferrara, due giornalisti non certo schierati a sinistra. Hanno intervistato chi queste regole le vuole fortemente, come Daniele Belotti della Lega Nord, il ministro delle politiche agricole Zaia, ed un altro personaggio di cui non ricordo il nome, ma che Cruciani ha promesso di far intervenire ancora perché a suo modo folkloristico. Da tutti questi interventi traspariva chiaramente la vera intenzione, cioè di combattere i cibi “stranieri” e chi li vende, tirando in ballo continuamente la “tradizione italiana”, con frasi tipo “Io mangio il risotto, il cuscus mi fa schifo”. Uno di loro ha candidamente auspicato anche la chiusura del Mc Donald della Galleria di Milano perché non ha niente a che vedere con la milanesità e poi perché, testuale, “fa puzza”, e ha ricordato con orgoglio le proprie origini venete, e la tradizione del baccalà con l’uvetta sultanina. Ferrara però ha colto la palla al balzo (del resto “sultanina” è un aggettivo che non fa pensare alla pianura veneta) e ha replicato che si tratta chiaramente un piatto nato da una contaminazione araba. Sia Cruciani che Ferrara, provocando abilmente i politici intervistati, sono riusciti a far dir loro quel che realmente pensano, con risultati grotteschi, ed hanno espresso chiaramente le proprie posizioni a favore di una tolleranza alimentare, di una cucina multietnica eccetera. Gli interventi degli ascoltatori, senza eccezioni contrari queste proposte, erano certamente più arguti, intelligenti e tolleranti di quelle dei politici che le hanno formulate, e il fatto che a Radio 24 – che non è certo di sinistra - non abbiano mandato in onda commenti favorevoli significa che ne sono pervenuti pochi o nessuno. Una donna, per esempio, si è lamentata del fatto che davanti all’italianissima pizzeria al taglio sotto casa ogni domenica alle cinque del mattino si ritrovano i reduci dalle notti bianche, italiani pure loro, che lasciano motori accesi e stereo a manetta. E’ un esempio, ma indicativo di come la maleducazione non abbia una madre sola. Eppure quei politici sostengono che il proliferare di questi esercizi creerà dei quartieri dove prospereranno attività gestite da stranieri. “Diventeranno dei ghetti”, ha sostenuto uno di loro. A me non pare che Little Italy, Chinatown o Soho siano o siano mai stati dei ghetti. Semmai dei rioni dove, come naturalmente avviene, si va ad abitare o ad aprire un’attività dove ci sono già tuoi connazionali. Un quartiere non diventa ghetto per decisione di chi vi abita, come ben sappiamo. Certo, la malavita cinese, specie nelle grandi città, attecchisce e prospera nei quartieri omonimi, ma anche noi abbiamo esportato, insieme alla pizza e al gelato, la nostra mafia, e la ‘ndrangheta non ha davvero bisogno di quartieri italiani per mantenere il primato di più diffusa organizzazione criminale del mondo intero.
La prima volta che mangiai uno shish kebab fu a Londra, nel 1977. Non mi dispiacque, anche perché costava poco e io avevo pochi soldi, in una città già allora molto cara dove si mangiava male rispetto alle nostre abitudini, e dove una discreta pizza, allora molto rara, costava come da noi una fiorentina. Per strada, al lavoro, ovunque vedevi persone di ogni razza, cultura e religione. Sotto casa c’era uno degli innumerevoli minimarket gestiti da indiani (come quello dei Simpson) e io ci andavo tutti i giorni, spendendo poco e trovando un po’ di tutto, oltre alla gentilezza. Il kebab può piacere o non piacere, ma è un piatto, o meglio, un cartoccio, che ha invaso il mondo, come la nostra pizza (Giuliano Ferrara stamattina ha citato il fatto curioso che il 60 per cento dei bambini americani è convinto che la pizza sia stata inventata nel loro Paese). E allora, cosa dovremmo fare? Questi personaggi sostengono con foga che noi italiani dovremmo mangiare solo piatti della nostra tradizione: ma, se le altre nazioni facessero come dicono loro, tutti i pizzaioli del mondo, Italia esclusa, dovrebbero chiudere bottega! E se, come sostengono, anche il kebab, se proprio lo si deve fare anche da noi, debba esser fatto solo con carni e verdure italiane, dovranno accettare che le pizze (o la pasta!) in America, in Norvegia o in Kuwait si facciano con ingredienti locali. Niente più esportazioni di farina, pelati e mozzarella, dunque, e pizze di scarsa qualità, con relative conseguenze anche sulla nostra immagine.
Non mi piacciono i Mc Donald’s, non ci vado mai. Anche per me puzzano. Rappresentano una cultura alimentare sbagliata, tipica degli americani (che ingrassano sempre di più; ma non dimentichiamo che se noi andassimo avanti unicamente a tortellini, salumi, zamponi, gnocchini, frittelle e sfogliata non staremmo meglio di loro); inoltre attirano i più piccoli associando continuamente i personaggi dei cartoni animati al loro menu, per cui i genitori a volte si trovano costretti a portarglieli; infine non sono terminate le annose polemiche sul trattamento sindacale dei dipendenti. Eppure io non sono tra coloro che vogliono chiuderli per forza: se uno non ci vuole andare, non ci vada. E così per le kebaberie: ce n’è una anche qui a Finale, come ci sono ristoranti cinesi, ma nessuno è obbligato ad andarci. Del resto, il risotto alla milanese, tanto difeso dai cultori della tradizione autoctona, ha ingredienti che giunsero qui da altri continenti, e la pizza si fa coi pomodori, che in Europa sono arrivati da soli cinque secoli. Finale, che di secoli ne conta dieci proprio quest’anno, tiene molto alla sua torta degli Ebrei, che in un certo senso viene da lontano. E credo che a nessuno di noi dispiacerebbe se qualche finalese andasse in Pakistan a vendere la tibuia.
Uomini e fiori
Si sente dire spesso che il mondo che ci circonda è meraviglioso. E quanta ammirazione suscita il corpo umano, con la sua sorprendente anatomia e fisiologia, che ancora non conosciamo a fondo. Ma proviamo a domandarci: tutto ciò è stupefacente e meraviglioso rispetto a cosa? Anche una bicicletta è stupefacente e meravigliosa per un primitivo che non ne ha mai vista una, mentre noi non ci facciamo impressionare da un computer o da una navicella spaziale.
Quando ci dicono, fin da piccoli, che il corpo umano è una macchina perfetta, siamo portati a crederlo, perché ammiriamo la complessità del suo funzionamento, perché ogni organo ha la sua precisa funzione, eccetera. Quando cresciamo, questo concetto solitamente si rafforza perché aumentano le nostre conoscenze proprio sul grado di complessità della macchina umana, e naturalmente anche delle altre creature viventi, non esclusa la complessità dei loro scambi. La complessità, dunque: è questa che trae in inganno. Dicono che l’uomo con tutta la sua tecnologia non saprebbe riprodurre un fiore; può inventarne di meravigliosi usando carta, disegni animati e non, computergrafica, qualsiasi altro materiale. Ma non può crearli, dicono. Invece è facile, lo fanno i floricoltori tutti i giorni, e anzi ne inventano di nuovi; ed è ancora più facile e più piacevole creare un essere umano: basta accoppiarsi. Questo però ci porta fuori strada rispetto all’idea di perfezione: il fiore, l’uomo, sono considerati meravigliosi e complessi e dunque perfetti così come sono: inarrivabili, insuperabili, segni di compiutezza, come del resto ogni altro essere vivente (e non) creato da Dio, di cui il culmine sarebbe proprio l’uomo per la sua intelligenza, per il suo famoso libero arbitrio, e, secondo alcuni, per il fatto di possedere un’anima immortale. Ma il corpo umano è una macchina tutt’altro che perfetta: molte sono le malformazioni congenite, ed anche un corpo sano si ammala; la vista, per esempio, non è sempre buona, ed ogni sorta di tare ereditarie e di malesseri anche gravi ci affliggono quotidianamente. Il nostro giudizio, inoltre, è spesso falsato o incerto. Fiori e uomini, poi, vivono in un mondo tutt’altro che perfetto: terremoti, alluvioni, epidemie, incidenti di ogni genere possono uccidere o mutilare chiunque, a caso. Un fiore, come il corpo umano, è una tappa dell’evoluzione. Possiamo considerarla un punto d’arrivo, la perfezione insuperabile (ma basterebbe attendere qualche milione d’anni per vedere fiori diversi, ancor più stupefacenti, o non vederne affatto). Oppure considerare che esista un fiore perfetto che non è quello che abbiamo davanti: un fiore semplicemente non migliorabile. Lo possiamo immaginare, come possiamo immaginare che esistano mondi meravigliosi o terribili, o che esista un Dio. Il fatto che possiamo immaginare qualcosa non prova che esista, al massimo che potrebbe esistere. Di fatto, i fiori sono tanti e diversi, come le specie viventi, ognuna delle quali ha trovato il suo posto, che può anche perdere, perché ogni specie muta o soccombe col trascorrere del tempo, un tempo che si esprime appunto in milioni d’anni o miliardi di anni, entità che non riusciamo neanche a concepire. Quanto all’idea di perfezione, è vaga: ognuno ne ha una propria. Ma poi, se guardi un’orchidea ti chiedi forse come migliorarla? Un pensiero da Nero Wolfe, forse, ma anche un fanatico di incroci non disconoscerebbe la bellezza sublime di ogni esemplare, la sua - di nuovo - perfezione. Che perfezione non è, ma appunto bellezza, armonia, fascino (e nemmeno a parere di tutti). Perciò, se abbandoniamo il criterio estetico, la perfezione diventa l’assenza di ciò che compromette integrità e funzioni: in parole povere, il corpo umano sarebbe perfetto se non s’ammalasse e (a questo punto) se non morisse.
Un argomento simile è quello della perfezione del moto dei pianeti: ognuno in meraviglioso equilibrio, ognuno che segue la sua orbita rispetto al sole. Si tratta di un’impressione ingannevole, naturalmente: si ignorano tutti quei pianeti che erano troppo vicini o troppo lontani o di massa inadatta a gravitare intorno alla nostra stella, e che non vediamo perché sono stati eliminati. Anche qui, quel che ammiriamo è il prodotto di una selezione, non un miracolo subitaneo. Ci sono miliardi di stelle senza pianeti, e miliardi di pianeti senza vita. E chissà quanti bei fiori c’erano un milione d’anni fa e non ci sono più: non erano perfetti, forse? Certo che no, se perfezione significa sopravvivenza. Quindi non è vero che ogni essere vivente ha il suo posto in un universo programmato per essere così com’è, perché migliaia sono le specie che non esistono più e ogni giorno, come ben sappiamo, qualcuna scompare per sempre. Queste false impressioni nascono spesso dalla convinzione che l’uomo sia il centro dell’universo, e che tutto sia stato concepito per essere al suo servizio, o quanto meno su misura per lui – che si limita ad osservare il presente, di cui a malapena conosce il funzionamento, e ignora sia il lontano passato che il futuro, immediato o remoto - mentre l’uomo stesso non è che il frutto di un’evoluzione che tende a perpetuarsi (la volontà di Schopenhauer, l’istinto di riproduzione dei biologi, la fregola degli animali, uomo incluso). Ci pare che il cielo sia stato fatto di un bell’azzurro riposante per compiacere i nostri occhi; per contestarlo mi viene spontaneo tornare al celebre argomento degli occhiali di Voltaire: se il naso è stato creato per reggere gli occhiali, allora anche l’azzurro del cielo è stato creato per riposare il nostro sguardo, l’acqua per bere e lavarsi, e i polli per essere fatti arrosto. Questo confondere la causa con gli effetti è fonte di grandi fraintendimenti, spesso utilizzati dalle religioni (nella Bibbia si arriva dapprima ad affermare che gli animali sono fatti per servire l’uomo, e poi che la donna è anch’essa fatta per servire l’uomo).
Si può credere che il nostro destino sia il paradiso o l’inferno, ma si può anche affermare che l’uomo sarà senz’altro un paradiso per vermi e batteri, e che quello è il suo destino certo, a quanto finora si è visto. La cremazione è un’alternativa che dà poca soddisfazione, sia a noi, sia a chi ci sopravvive per un po’, sia, soprattutto, a vermi e batteri; i quali, se hanno un Dio, si sentiranno dire che tutti gli altri esseri devono essere a loro sottomessi. Il che non è poi così lontano dal vero.
I CONTI DELLA SERVA
“Il nucleare è la forma più pulita di energia disponibile”. Lo ha detto, lapidario come solo lui e il Duce, il Presidente del Consiglio.
Non sono esperto dell’argomento, ma Berlusconi lo è ancor meno, e allora da queste pagine lo invito ad un pubblico dibattito col sottoscritto, dopo il quale i lettori di Piazza Verdi diranno chi li ha convinti. Informazioni e prove d’ogni genere contro le centrali nucleari ce ne sono a volontà, ma qui mi limiterò a trattare la questione secondo un punto di vista terra terra, diciamo quello del contadino, più che del cittadino. Sentir dire che una centrale nucleare è la forma più pulita di energia, considerando che impiega materiali altissimamente pericolosi e sommamente tossici, farebbe venire da ridere, se non ci fosse da preoccuparsi. Basta chiederlo ad un bambino: più pulito del nucleare c’è per esempio il sole, c’è per esempio il vento, che non sono tossici e sono pure gratis. C’è l’energia geotermica, c’è quella idroelettrica. Ci sono le biomasse, il fotovoltaico. Il nostro contadino direbbe che una volta si metteva un contenitore di metallo all’interno del letamaio: la fermentazione produce calore, che scalda l’acqua, sufficiente per lavare tutta la famiglia. Gratis. In più, il letame faceva parte di un ciclo continuo, sano, non inquinante, anzi, fertilizzante. Sempre il nostro contadino potrebbe suggerire un riscaldamento a legna, che contrariamente al carbone non inquina, ed in più contribuisce a mantenere sani i nostri boschi, utilizzando per la combustione solo quella legna che proviene dal governo di essi. Pochi sanno che il nostro patrimonio boschivo aumenta di 30 milioni di metri cubi l’anno, ed è in espansione da circa 150 anni. Inoltre le piante da bosco possono essere piantate e coltivate, come qualsiasi pianta: avete mai avuto il timore che scarseggiasse l’insalata?
Mercedes Bresso, presidente della Regione Piemonte, non vuole il nucleare. E non è la sola. L’accusa d’essere retrograda viene da Enzo Ghigo, Pdl, che almeno rispetto a Berlusconi la racconta più giusta: “L’energia nucleare è la fonte non solo più economica, ma anche più pulita, rispetto all’inquinamento prodotto dai combustibili fossili” (corsivo mio). Ah, ecco. Mangiare sapone è forse meglio che mangiare cacca; ma non si potrebbe avere un piatto di spaghetti? Comunque la Bresso ci dà l’occasione per notare un atteggiamento: la stragrande maggioranza di chi è favorevole alle centrali non ne vuole però una vicino a casa; e perché mai, se sono così sicure? Il fatto è che, come dice Jeremy Rifkin, “si tratta di un'energia con basse probabilità di incidente, ma ad alto rischio. Ovvero: non succede quasi mai niente di brutto, ma se qualcosa va storto può essere una catastrofe. Come Chernobyl”. E già che ci siamo, citiamo ancora Rifkin. Ecco alcuni dei suoi punti chiave:
Cosa aggiungere? Che ci sono comuni già autosufficienti dal punto di vista energetico; che risparmiando in mille modi (lampade a basso consumo, lampade spente quando non fanno luce a nessuno, impiego di materiali edili idonei, reimpiego dei rifiuti, drastica riduzione della produzione di oggetti inutili) cala il bisogno di energia; che se c’è un nucleare di ultima generazione c’è anche un eolico e un solare di ultima generazione; che Obama sta mettendo da subito in pratica questi progetti, e difatti Berlusconi non lo cita mai. A sentire la tv, pare che gli italiani riprendano in considerazione il nucleare: state in guardia! Informatevi per conto vostro, notizie in rete ce ne sono tantissime.
E poi, vi dirò: diffido di tutto quello che viene tolto con tanta fatica da sotto terra e che sotto terra non fa più ritorno, se non per nasconderne la pericolosità (quindi escludiamo le patate e i tartufi): ad esempio l’amianto, l’oro o il carbone, materiali per cui gli addetti all’estrazione fanno una vita grama, si ammalano, muoiono, e sono trattati spesso come schiavi (Leopardi diceva una cosa simile nello Zibaldone). Il carbone rimane nell’aria e nei polmoni, le scorie nucleari sono un problema per gli Usa, figuriamoci, come ha detto anche Crozza, per Napoli. Sole, vento e acqua saranno ben cose diverse, no? Se un piccolo villaggio può essere autosufficiente, come è stato per millenni, con mulini a vento o ad acqua, segherie pure ad acqua, riciclo di materiali di consumo, anche il villaggio globale può esserlo. La tecnologia c’è, e se non c’è che si sviluppi in quel senso: senza fare andare avanti e indietro camion e altri macchinari per vent’anni per costruire milioni di metri cubi di cemento per una sola centrale, che nessuno vuole vicino e che fornisce energia in quantità ridotta e a rischio (terrorismo incluso). Chiedete alla serva: anche se fa la cresta sulla spesa, vi dirà che i conti non tornano.